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Svolta in tv: al via programmi e intere reti gay 

Il piccolo schermo affronta un tema difficile, riaprendo il dibattito anche all’interno delle stesse comunità omosessuali .
Giovedì su Canal Jimmy il primo ciclo, da aprile al via un’emittente europea. E sorgono già contrasti .

Dopo avere sfilato anche nella Roma del Giubileo, l’orgoglio gay ora conquista la tv. Nei prossimi mesi si realizzerà una serie di iniziative tese a dare voce anche sul piccolo schermo alle problematiche omosessuali. In America, entro la fine di quest’anno, dovrebbe nascere la prima stazione televisiva gay; in Europa si sta avviando la Gay tv (trasmetterà in chiaro da aprile in lingua italiana, spagnola e inglese), con sede a Milano e sito Internet; giovedì prossimo, invece, parte un’intera programmazione confezionata da gay e destinata al pubblico gay su Canal Jimmy (Tele» Digitale). E presto sboccerà anche una tv gay su Internet. Soddisfazione ma anche perplessità suscita tutta l’operazione. 


OBIETTIVI - Spiega il direttore generale Italia di Canal Jimmy, Giusto Toni: «La nostra tv è sempre stata aperta alle "differenze", accogliendo programmi snobbati da quella generalista. 

Poi la nostra è un’operazione di marketing puro: gli omosessuali rappresentano l’ 8-10 per cento della popolazione, che non ha alcuno sfogo di intrattenimento tv». Ma avviare una programmazione così settoriale non rischia di sottolineare ancor più il ghetto? Risponde Toni: «Il rischio lo vedo semmai in una televisione tutta gay, come quella americana. La nostra è piuttosto una risposta al pluralismo». Nessun timore di attacchi da parte delle associazioni cattoliche e della famiglia? Toni è tranquillo: «Non trasmetteremo mai nulla di volgare o pornografico. Molta autoironia, invece, come per esempio un gioco-test nella prima puntata per scoprire quanto si è gay, e sdrammatizzazione dell’argomento».


 

FAVOREVOLI - L’attore Leo Gullotta accoglie con soddisfazione i progetti in corso: «Democrazia vuole anche dire più televisioni e più programmi che aprano dibattiti sui diversi fronti. Basta con i finti tabù, ma stiamo attenti a cosa si manda in onda. 

Se per tv gay s’intende trasmettere "tutto quello che non avete mai visto degli omosessuali", allora no. Certo, però, che nella cattolica Italia, sarà difficile far digerire queste iniziative». Anche il deputato Ds Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, è favorevole: «Ben venga qualsiasi tipo di iniziativa volta a rendere note tutte le questioni relative all’omosessualità. Finora si sono mostrati sensibili il cinema e il teatro, ma la tv è ancora meglio, perché raggiunge un pubblico più vasto: il massimo sarebbe che anche la tv generalista si occupasse dell’argomento non con il solito patetismo o indulgente paternalismo». È d’accordo pure la «pasionaria» Imma Battaglia, presidente di Digay-Project: «La ghettizzazione e la strumentalizzazione la subiamo nei talk show di Bruno Vespa o di Costanzo, dove il tema è manovrato in modo pietistico. Anche in tv ci vuole una specializzazione del mercato, pilotata e raccontata stavolta direttamente dagli omosessuali, ma che possa interessare anche agli etero. Come per la cultura islamica o quella ebraica, ci vuole più informazione obiettiva anche per noi». Un altro sostenitore dell’iniziativa è il semiologo Omar Calabrese: «Mi sembra che sia un segno di estrema libertà. D’altronde la tv sta diventando sempre più come un’edicola: ci sono riviste di ogni genere che soddisfano tutte le categorie di lettori». Dello stesso parere è il pubblicitario Marco Mignani, l’autore dello slogan «Una Milano da bere»: «Non credo che si corra il rischio di una ghettizzazione, penso al contrario che sarà un’altra grande conquista». 


CONTRARI - Non la pensa così Giorgio Gori, che invece ha il timore che una tv per gay «finisca per diventare una sorta di riserva indiana». Secondo Gori, inoltre, tutte le iniziative che stanno per partire «non sono altro che operazioni di marketing». Altra voce dissonante dal coro di sì è quella di Wladimir Luxuria, direttore artistico del circolo Mario Mieli e del Gay Pride: «Il primo rischio è la ghettizzazione: io non reputo una situazione più vivibile dal numero di locali, riviste o canali per gay. Ciò vuol dire alzare barricate e non favorire l’integrazione. Poi esiste il rischio di sollevare Rai e Mediaset dalla responsabilità di occuparsi di noi: sarebbe stato più producente che Raidue avesse realizzato il programma "Gaiezza" che aveva annunciato». 


TV GENERALISTA - Risponde alla questione sollevata da Luxuria il direttore di Raidue, Carlo Freccero: «I motivi per cui "Gaiezza" non è andato più in onda sono due: era un varietà, quindi dai costi troppo elevati per la seconda serata; e poi occorreva ancora stabilire cosa fare in questo programma.

 La tv generalista non è ancora matura per questo salto, anche perché è anti-tematica per definizione: deve parlare a tutti e non solo a un settore sociale. Non dimentichiamo, poi, che in Italia in particolare esiste una profonda educazione cattolica. Ma, nonostante ciò, il nostro piccolo schermo ha già da tempo accolto la cultura omosex, veicolandola attraverso i linguaggi, la moda, la musica, i film. E non c’è più nessuno che, per questo, gridi allo scandalo».

Emilia Costantini - Corriere della sera - 17 marzo 2002

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