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Spiace contraddire i luoghi comuni in voga, ma Pim Fortuyn
(dichiaratamente gay, ostentatamente dandy , fierissimo avversario degli islamici, dei tossicodipendenti e anche del Welfare olandese, ma altrettanto fiero difensore dei diritti degli omosessuali, delle donne e dei consumatori di droghe leggere, nonché della «dolce morte») si sarebbe offeso se qualcuno lo avesse definito, in vita, il
Le Pen dei Paesi Bassi.
Di certo, il sanguigno Jean-Marie Le Pen si adonterebbe se qualcuno gli desse del Fortuyn francese, e non solo perché gli omosessuali non stanno propriamente al vertice delle simpatie della destra profonda di Francia.
E ad essere lontani (spesso lontanissimi) per origini, cultura, storia, biografie dei leader, e spesso in lite tra loro, non sono solo la Lista Fortuyn e il Front National, ma un po’ tutti i nuovi movimenti estremisti di destra europei, dagli austriaci di Jörg Haider ai norvegesi di Karl Hagen, passando per il National Party inglese e i Republikaner tedeschi.
Le presidenziali francesi prima, i tre criminali colpi di pistola che hanno tolto di mezzo Fortuyn alla vigilia delle elezioni olandesi poi, impongono però di riflettere non tanto su quello che
divide e rende diverse le destre estreme e antisistema d’Europa, ma piuttosto su quello che le
unisce.
Bisogna riflettere su quello che le rende in una certa misura omogenee e minaccia di ampliare ulteriormente i loro consensi. Sul rischio, purtroppo già evidente, che contro di loro si inneschino altri, contrapposti
fondamentalismi estremistici, pronti a ricorrere anche al
terrorismo. Sui peccati mortali che le classi dirigenti europee di destra e di sinistra, ove mai ci fossero, dovrebbero evitare se volessero spezzare una spirale perversa. E’ bene guardare in faccia una realtà in cui le paure del presente (e, più ancora, del futuro) rischiano di sopravanzare le speranze. Non sono pochi, e vanno aumentando, gli europei che vivono questa Europa, l’Europa del mercato e della moneta unica incapace di diventare Europa politica, non come una chance, ma come una minaccia; che non coltivano ideologie no global, ma detestano gli effetti concreti della globalizzazione; che non sono
razzisti e xenofobi per vocazione, ma si rivoltano contro l’immigrazione di massa, nel timore, spesso fondato, che questa attenti alla sicurezza, alla qualità della vita, all’identità e ai valori della comunità nelle quali sono cresciuti loro e stanno crescendo i loro figli.
È allo spaesamento, all’angoscia e in molti casi anche all’impoverimento di questi europei che parlano, seppure in forme diverse, tutti i nuovi movimenti di estrema destra.
Quasi ovunque con successo.
Cinque milioni e passa di francesi, domenica scorsa, hanno votato in questo spirito per Le Pen, ma fortunatamente una maggioranza assai più vasta è andata alle urne, con spirito repubblicano, per sbarrargli il passo. C’è solo da esserne fieri, senza riserve.
Ma sarebbe pazzia pura immaginare di poter rimuovere quei cinque milioni e passa di francesi, perché i motivi della loro protesta restano intatti e possono aumentare, e a superarli non servirà certo il rilancio su scala più larga di quel «pensiero unico perbenista» che, come ha felicemente annotato su Le Ragioni del Socialismo Marc Osouf, è già valso a dannare alla sconfitta, al primo turno, Lionel Jospin e una sinistra che ha divorziato dal popolo.
E lo stesso assassinio di Pim Fortuyn ci dice che peggio ancora sarebbe demonizzarli, trattare loro e tutti quegli europei che, come loro, si nutrono soprattutto di timori e di risentimenti alla stregua di moderni sottoproletari fascistizzati.
Forse è fuori luogo dirlo in tempi in cui la politica sembra latitare sotto ogni cielo. Ma è di politica, di una politica capace anzitutto di stare tra la gente e di capire quel che passa per la testa della gente, di promuovere speranze anche là dove sembra regnare solo la paura, che ci sarebbe bisogno. A destra e a sinistra. In tutta
l’ Europa.
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