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Dandy è colto 
La cultura omosessuale divisa tra realtà e luoghi comuni

Regista, scrittore, intellettuale, stilista, designer, artista. È il gay «arrivato» e iconografico che riesce a farsi digerire anche dal più retrivo dei retrivi. Pagine dotte, centri di documentazione, festivals. È la realtà del movimento gay e lesbico (come di molti altri movimenti politici e non), teso a comprendere la propria realtà anche dal punto di vista privilegiato della cultura.

«Mario si confida con Luigi: "Sai... devo confessarti una cosa: sono gay". "Ma..." chiede Luigi con aria perplessa "fai lo stilista di moda?" "No, lo sai che faccio il panettiere." "Ma ce l'hai l'attico in piazza Navona?" "No, abito sulla Tiburtina." "E ce l'hai almeno una spider potente?" "No, ho una vecchia Uno..." "Ma allora non sei gay, sei frocio!"». Quando si dice la saggezza popolare… Questa barzelletta (riportata da Patrizio Roversi in un articolo su Terence), vale più di mille discorsi. 

Il gay è vittima dei luoghi comuni «al positivo», così come di quelli «al negativo». Più sensibile, più artista, più sofisticato, con più senso estetico… «Probabilmente, se oggi può capitarci di vedere due ragazzi che si scambiano tenerezze in metropolitana, lo dobbiamo più a Calvin Klein e Armani che all'Arcigay», rincara la dose Gianni Rossi Barilli (autore de «Il movimento gay in Italia», Feltrinelli, 1999). 

Insomma, da una parte la società sembra dire «Si al gay, ma solo se è ricco e di successo», dall'altra sembra ingabbiare una volta di più un intera categoria di persone in uno stereotipo buonista, sdolcinato, che attribuisce loro un posto, un ambito. In una parola: rassicurante.

«Parvenu è chi dedica la propria vita alla scalata sociale: chi cerca di dimenticare e di far dimenticare la propria condizione minoritaria - per esempio la propria omosessualità - e di avere successo in società. Ma parvenu sono anche coloro il cui successo è dovuto alla propria diversità, al proprio fascino stravagante. Adeguarsi agli standard maggioritari significa anche saper compiacere un pubblico, essere e non essere "diversi' a seconda di ciò che viene richiesto. Ne sono un esempio i nostri stilisti, o i vari Renato Zero o Zeffirelli: maestri nell'esibire e nel nascondere omosessualità nelle parole, nell'abbigliamento e nell'atteggiamento nel modo più utile per compiacere un pubblico eterosessuale. Questi parvenu provocano, ma non portano alcun cambiamento, perché la loro provocazione è addomesticata e come l'omosessualità velata sa stare al suo posto», scrive Lorenzo Bernini, coordinatore del Glo (Gruppo di Liberazione Omosessuale) di Milano, in un contributo sul mensile online Reds. 

Ha senso, allora, attribuire al mondo gay l'ennesimo cliché, volendo loro attribuire un'attenzione e una dedizione particolare alla cultura e alle forme espressive? Probabilmente no. Ma è pur vero che anche in questo caso si potrebbe parlare di effetto secondario, di causa efficiente. È il dissenso tout court, probabilmente, a trovare rifugio intellettuale tra le braccia dell'intellighenzia culturale. Più aperta, più preparata - come si dice? - più avanti… Un altro luogo comune? 

Elena Cipriani 


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