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ROMA - Sgranocchia giovani teste di serie come fossero croccanti alla nocciola. Prima
Jelena Dokic, numero 9 del tabellone e 10 del mondo. Poi,
Daniela Hantuchova (6/3, 6/3) numero 7 del tabellone e numero 9 del mondo. Si chiama
Conchita Martinez, ha 31 anni ed è una delle tenniste ancora in attività ad aver vinto di più nel corso della carriera. Ha trionfato, infatti, in ben
32 tornei Wta (ultima volta a Berlino nel 2000), ha vinto un titolo dello
Slam a Wimbledon, sulla superficie a lei meno adatta e sino a tutto il 2002 aveva uno score di 660 vittorie a fronte di 240 sconfitte. E se vogliamo parlare di soldi, vi possiamo raccontare che è la nona tennista della storia ad essere riuscita a superare il muro dei dieci milioni di dollari di prize-money.
Piccolo particolare: qui a Roma ha vinto quattro
volte, dal '93 al '96 consecutivamente, cedendo al quinto tentativo all'avvenente Mary Pierce. Insomma, ha ottenuto tanto quanto la tennista più amata della storia degli Internazionali, Gabriela Sabatini, anch'essa con quattro edizioni in bacheca. Eppure, quando gli spettatori vanno a leggere il "match program" del giorno e trovano il suo nome, passano alla riga successiva o guardano chi gioca in contemporanea.
La snobbano. E ci fosse una volta che facciano il tifo per lei. Chiunque ci sia dall'altra parte. Lei ormai ha fatto l'abitudine a non essere
amata. Sarà perché il suo fisico non richiama chissà quali pruriginose fantasie, sarà perché il suo gioco da regolarista, molto tattico e senza quegli urletti sexy che fanno tanto colpo sulla gente, non fa molta presa sull'immaginario.
Oppure sarà che la solidità, la capacità di stare in campo, il tatticismo, nel suo caso fanno rima con noia. Insomma,
una grande vincente che non piace a
nessuno. E che a Roma s'è riproposta a livelli stratosferici, perlomeno per quel che riguarda il rendimento di gioco. E divertendosi, anche: "Vero, sto giocando molto bene e questo mi porta a divertirmi sempre più. D'altra parte, se non riesci ad esprimere il tuo gioco è difficile che tu possa divertirti". Lapalissiano. Lei, che non è stata grande profeta neanche in patria, in Spagna, è abituata a non essere al centro dell'attenzione. I riflettori erano sempre spostati un po' più in là, dove c'era Arantxa Sanchez, la "tricampeona" del Roland Garros, (e una volta di Flushing Meadows) che aveva tutto in più di lei: sicurezza, soldi, famiglia protettiva, simpatia e perché no, giovinezza e capacità di catalizzare il centro dell'attenzione.
Lei, Conchita, l'amica bruttina della festa. Quella che nei giochi d'adolescenza deve sempre accontentarsi delle briciole lasciate da amichette più fascinose. Eppure, considerando i risultati, avrebbero dovuto fargli un monumento. Se non altro perché è l'unica spagnola ad aver vinto a Wimbledon.
Gay dichiarata, in una paese dalle tradizioni conservatrici e profondamente cattolica,
Conchita non ha mai avuto strada in discesa, nè in campo nè
fuori. Ma ormai ci ha fatto il callo. No problem. Venerdì, se non cadrà il mondo contro la Dechy, probabilmente affronterà quell'energumena di
Serena Williams. Smonta il problema con un sorriso disarmante, sereno: "Cercherò di fare al meglio il mio gioco. Dovrò correre molto perché lei tira molto forte sia di dritto sia di rovescio. E dovrò essere brava nella risposta". Insomma, serve un'altra partita perfetta dopo quelle con la Dokic e la Hantuchova, letteralmente sbriciolata: "Lei ha commesso un po' troppi errori nel primo set - dice Conchita - forse la terra l'ha condizionata ma io so di aver giocato un'ottima partita. Quando trovo fiducia nel mio gioco rendere al meglio sulla terra mi riesce naturale". L'abbiamo visto, Conchita, l'abbiamo visto.
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