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Parigi,
maggio 1968, quel maggio che avrebbe cambiato la storia e non solo di Parigi. La Cinématèque di Henri Langlois è il punto fermo nella vita dei gemelli diciassettenni
Isabelle e Théo, per i quali tutto ciò che conta si può riassumere in due parole: il cinema e la loro complicità. Ai due si aggiunge un ragazzo americano,
Matthew, maggiore di un anno, terza punta di un triangolo destinato a racchiudere
un'innocenza che è al contempo da proteggere e da
profanare.
Isabelle, di una bellezza conturbante,
"fluttuante ed eterea" nei suoi abiti rigorosamente appartenuti a qualche nonna, imbastisce situazioni altalenanti fra il cinismo e l'ebbrezza.
Matthew, che incarna il modello di
"angelo martirizzato" viene risucchiato da lei e da
Théo, che ne divengono gli "amati mentori e
aguzzini". In un turbinio di sensazioni eccitanti e avvilenti, ognuno sfida se stesso e gli altri; la sfida può essere una corsa sfrenata all'interno del Louvre per battere un record e attraversare tutto il museo in meno di dieci minuti, oppure spingersi sempre più oltre con le fantasie sessuali.
La chiusura della Cinématèque da parte del governo priva i ragazzi della magia sprigionata dai tre spettacoli che ogni sera si concedono. Non resta loro che ricreare le atmosfere cinefile in un universo privato. Approfittando di un lungo viaggio dei genitori in Normandia, Isabelle e Théo invitano Matthew nel loro appartamento. Asserragliati in casa, i ragazzi trascorrono il tempo giocando a "cinema in famiglia"; chi non indovina le citazioni cinefile di volta in volta evocate o interpretate, subisce penitenza.
I riferimenti al cinema si trasformano nel tramite per esplorare i propri inferi
privati, per indulgere al voyeurismo e al
sadismo; all'americano si schiudono le porte del rapporto incestuoso fra i due gemelli e lui amerà entrambi. Il gioco si fa sempre più pesante; dall'obbligo all'autoerotismo di fronte a un ritratto di Marlene Dietrich si scivola in una condizione in cui non ci si cura più nemmeno di nutrirsi, in un'abiezione che suscita più pena che riprovazione.
I tre giovani sono talmente ripiegati su loro stessi da rendersi anestetizzati verso quel che accade in ambito sociale. Nella loro anarchia di disordine e isolamento non percepiscono nemmeno le sirene e le denotazioni sempre più frequenti.
Solo quando una selce penetra nell'appartamento al primo piano - e siamo a oltre due terzi del libro - si accorgono delle falangi di agenti che investono le strade e dei cortei dicoetanei che sfilano intonando l'Internationale.
A quel punto escono e si mischiano alla folla, una folla di studenti la cui agitazione era partita dalla facoltà di Nanterre e si era propagata nella capitale francese. "Storia, conoscenza e immaginazione erano scese in piazza"; un dispiego di maschere antigas, manganelli e scudi contro lo sventolio di bandiere rosse e gragnole di sassi.
I famosi "fatti di maggio", che sfociarono anche nello sciopero generale che coinvolse banche, compagnie telefoniche, benzinai, uffici postali e bistrot, che videro la complicità della gente, che non lasciarono spazio ad alcuno stereotipo.
La critica francese ha contestato al film di
Bertolucci la vacuità politica, l'aver relegato un momento pregnante come la rivolta del '68 a mero sottofondo alle iniziazioni erotiche di tre giovani.
Ma lo stesso romanzo cui il libro si ispira è esile da questo punto di vista.
Adair, osservatore culturale, giornalista, critico cinematografico, autore di saggi e romanzi nonché traduttore inglese di Perec, in
The Dreamers è lontano dall'impegno politico e sociale del '68 francese, volutamente, crediamo, non perché lo sottovaluti. A lui importa un'altra storia, molto più minimalista, un minimalismo che può risultare mediocre per alcuni e creare fascinazione su altri.
The Dreamers
di Gilbert Adair - Rizzoli - 154 pp., 14 euro.
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