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New York distretto gay   

Omosessuali e lesbiche della polizia hanno una loro associazione. Si chiama Goal. 
Conta circa 600 aderenti. Ecco come è nata nel racconto degli agenti Edgar, Jamie e Spike

Edgar Rodriguez apre la porta di casa al dodicesimo piano di un edificio di Manhattan e saluta con un sorriso smagliante e due occhi azzurri vivacissimi. In soggiorno, fra due biciclette, una chitarra e un televisore gigantesco, ci sono un po' dappertutto ritratti della famiglia e di amici. Alle pareti diversi quadri: ma è un manifesto incorniciato quello che attira subito l'attenzione, con questo messaggio lanciato da un maschio baffuto in uniforme da poliziotto: "Se pensi di essere immune dal virus dell'Aids, pensaci su nuovamente". Sotto, a caratteri cubitali si legge: "Positive Police". Al primo sguardo quel manifesto sembra contenere un inquietante gioco di parole su un possibile controllo poliziesco dei sieropositivi. 

                             

«Quell'agente con i baffi è Jack Lemm, il primo poliziotto dichiaratamente sieropositivo del New York Police Department», spiega Edgar, senza neppure attendere che l'interlocutore faccia domande: «Ha prestato il suo volto per una campagna di sensibilizzazione dei colleghi del dipartimento di polizia sulla piaga dell'Aids. Jack è morto: io lo considero un modello da imitare». Fu Lemm, infatti, a rompere il silenzio davanti al tabù della sieropositività già negli anni '80, quando il virus era considerato una peste senza via di scampo. Ed è lo stesso coraggio che all'inizio degli anni '90 ha convinto Edgar Rodriguez a uscire allo scoperto e rivelare la sua identità di poliziotto gay a colleghi e superiori. Una scelta difficile, sia dal punto di vista professionale che personale. 
  
Nato a Harlem in una famiglia portoricana, Rodriguez è cresciuto nel Bronx dove ha coltivato la mentalità e gli atteggiamenti tipici degli adolescenti tosti di quel quartiere. «A otto anni già sapevo che volevo fare il poliziotto, ma non riuscivo a spiegarmi come mai desiderassi sempre essere in compagnia del mio amico Steve. Un sentimento che reprimevo facendo il bullo con le ragazzine. A tredici anni avevo rapporti sessuali completi e a diciannove avevo tante ragazze, ma nessuna fidanzata», racconta Edgar. Nel 1982, si iscrive all'Accademia di polizia e passa gli otto anni successivi reprimendo di fronte ad amici e colleghi la sua sessualità. Quando non è di turno, frequenta i bar gay di New York. Per timore di essere scoperto, si crea perfino una nuova identità: dice di chiamarsi Steve Atis, si spaccia per greco anziché portoricano. 
    
«Fu una poliziotta, un sergente, che senza volerlo mi fece capire che sarei stato un poliziotto migliore se avessi smesso di avere una doppia vita. Anzi: una doppia vita al quadrato: perché facevo di tutto perché gli altri agenti non scoprissero il mio segreto e allo stesso tempo facevo di tutto perché gli uomini gay che rimorchiavo non scoprissero che ero uno sbirro. 

   
Sono passati una decina d'anni dal giorno in cui Rodriguez decise di calare la maschera da playboy e macho che si era portato appresso per lungo tempo, informando i suoi colleghi in divisa di essere omosessuale. Da allora, anche all'interno della polizia di New York molte cose sono cambiate. Adesso esiste anche una particolare politica del personale che prevede la ricerca di omosessuali da arruolare. Qualche tempo fa, per esempio, i vertici del New York Police Department, conosciuto in gergo con l'abbreviazione Nypd, ha iniziato un'insolita collaborazione con alcune organizzazioni di lesbiche e gay. La polizia ha chiesto e ottenuto nominativi e indirizzi di omosessuali appartenenti a queste associazioni e ha inviato 55 mila lettere con le quali ha spiegato i vantaggi di scegliere questa carriera. 
  
Sembra impossibile credere che gli omosessuali siano ora benvisti fra gli uomini in divisa blu, se si pensa che poco più di trent'anni fa fu proprio l'azione repressiva della polizia nei confronti dei gay che fece nascere per reazione un movimento organizzato degli omosessuali americani. La svolta avvenne allo Stonewall Inn, bar storico del Greenwich Village: una sera di giugno del 1969 divenne teatro di scontri fra poliziotti che picchiavano con i manganelli e i clienti la cui unica colpa era di essere attirati dallo stesso sesso. Ci furono tre giorni di sassaiole con il risultato che i gay, rispondendo alla provocazione dei blu men, uscirono allo scoperto. 
  

«Preferirei che qualcuno dei miei colleghi in divisa mi desse del frocio piuttosto che sentirmi dire che non sono un poliziotto in gamba», dice il trentatreenne Jamie Katz. Precisando subito che nessuno fra le forze di polizia lo ha mai insultato per la sua omosessualità: «Da bambino sognavo sempre di diventare poliziotto e da adolescente cominciai a realizzare di essere attratto da persone del mio sesso. Ero certo che le due cose fossero incompatibili, tanto che all'università mi iscrissi a letteratura pensando a una carriera nell'insegnamento». 
  
Ma la spinta verso l'uniforme da poliziotto era troppo forte per Jamie: intorno ai 25 anni si iscrisse alla Police Academy. «Lo stereotipo è che i gay sono troppo teneri e allora per compensare io facevo il duro. Arrestavo più persone di quante ne arrestassero i miei colleghi. Correvo più rischi, mi esponevo di più al pericolo. Ma col passare del tempo mi resi conto che un poliziotto non può essere distratto dai suoi timori di essere scoperto dai colleghi per quello che è. Il nostro è un mestiere troppo pericoloso per farci distrarre da questo tipo di paure». 
   
Fu così che, nel giugno 2001, Jamie in occasione del Gay Pride decise di marciare lungo Fifth Avenue con migliaia di altri gay che celebravano la giornata dell'orgoglio omosessuale. Lo fece marciando con l'uniforme blu del Nypd con in vista il suo distintivo scintillante numero 6919. Non era solo: percorse la Quinta Strada con circa 150 colleghi e colleghe poliziotti, accolto da applausi e grida di incitamento. «All'inizio ero agitato come mai lo ero stato in tutta la mia carriera con le forze dell'ordine. Poi, mano a mano che sentivo l'entusiasmo della folla, fui preso da un'eccitazione senza precedenti. Fu un'esperienza sensazionale che mi ha permesso di sentirmi molto più vicino a tutti i poliziotti del mio dipartimento», ricorda oggi Katz. 
   
Quelli come lui fanno parte di un'associazione che si chiama Goal. Parola che in inglese significa "obbiettivo, scopo"; ma che è anche l'acronimo di "Gay Officers Action League", appunto l'associazione delle divise blu omosessuali. E sono passati esattamente vent'anni da quando Charles Cochrane e Sam Ciccone, l'uno sergente, l'altro detective, entrambi omosessuali, decisero di organizzare un'associazione di poliziotti gay. Mossero i primi passi con grande cautela e spesso furono accolti da battute pesanti, lo sdegno dei colleghi e addirittura minacce fisiche. La prima riunione avvenne nel seminterrato di una chiesa e a partecipare furono 11 uomini in divisa. 
   
Due decenni dopo le riunioni attirano più di 60 persone e nella banca dati dell'associazione si contano ben 600 nomi. Di questi circa un terzo sono donne-poliziotto. L'attività di Goal si estende anche ai pompieri, guardie carcerarie, vigili urbani e agenti dell'Fbi, con numerosi contatti con organizzazioni parallele anche in altre città americane. 
    
È all'attività di Goal che si devono gli sforzi del Nypd per attirare nuove reclute fra i gay e le lesbiche; un'iniziativa volta a diversificare il reclutamento non solo dal punto di vista razziale e etnico, ma anche sessuale. Con il numero di poliziotti omosessuali in aumento è cresciuta anche la presenza di agenti di colore, asiatici, ispanici ebrei e di sesso femminile. Al dipartimento di polizia di New York c'è perfino spazio per poliziotti che giocano sul filo dell'identità sessuale. 
     
Spike Cutolo, per esempio, ha scelto un nome volutamente ambiguo che ben si addice al suo piglio deciso, senza però una definita collocazione al maschile o al femminile. Volto affilato con gli zigomi marcati, capelli biondi cortissimi tagliati a spazzola, voce alta e roca allo stesso tempo, tanto da confondere se si sta parlando con un poliziotto o con una poliziotta. Ma la sua identità sessuale non ha niente a che vedere con una impeccabile carriera attualmente nella sezione narcotici. 
   
«Quando facciamo il nostro lavoro, e lo facciamo bene, non importa se siamo gay o etero», dice Jamie Katz ricordando che per esempio uno degli eroi in divisa dell'11 settembre era un poliziotto omosessuale, morto nella strage delle Twin Towers: «L'attacco terroristico al World Trade Center ha ricordato a tutti noi poliziotti che non abbiamo tempo da perdere con i pregiudizi». 
   

di Andrea Visconti - 07.11.2002 -  L'Espresso 


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