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Una voce dal pianeta omosessualità  


Si ripubblica uno dei saggi più citati a sproposito: gli «Elementi» di Mario Mieli, suicida nel 1983.

Ci sono libri che cambiano la storia o che, molto più semplicemente, cambiano il modo di pensare della gente. Libri che, alla resa dei conti, ben pochi hanno davvero letto ma che molti amano citare, anche a sproposito. 
  
Gli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli (1952-1983) sono tra questi: pubblicato nel 1977 (da Einaudi), quello che a tutt’oggi rimane «il più importante saggio prodotto in Italia nell’area dei movimenti di liberazione omosessuale», ha rappresentato «un indiscusso momento di svolta per l’intera società» anche se aveva finora avuto un’unica edizione, anche se la sua diffusione è stata limitata soprattutto al circuito politico gay.
  
La ragione? 
Gli Elementi (di cui è appena uscita la prima «nuova edizione» dopo venticinque anni curata da Gianni Rossi Barilli e da una delle sorelle di Mario, Paola) hanno costretto la gente, i normali come i diversi, a confrontarsi per la prima volta con il «pianeta omosessualità». Molto prima della consapevolezza del dopo Aids, molto prima del Gay Pride, molto prima dei matrimoni in pubblico con tanto di carrozze e di cavalli. 
  
Mario Mieli era il rampollo di una grande famiglia borghese (era nato a Lora vicino a Como), aveva sei fratelli, una madre amatissima e che molto lo amava, un padre tanto «borghese e cattolico» quanto lui era «estremo e trasgressivo». Mettendo in scena la propria angoscia, le proprie ossessioni (le stesse che lo porteranno a suicidarsi con il gas il 12 marzo del 1983) Mieli ha messo in scena la voglia di libertà non solo sua ma di un’intera generazione. Passando dal Liceo Parini al manicomio, dalla breve militanza di Lotta continua ai controversi anni del Fuori, dall’esperienza del teatro ( La Traviata Norma ) a quella del romanzo ( Il risveglio dei Faraoni ). Per arrivare a quella tesi di laurea in filosofia che Giulio Einaudi e Cesare Cases troveranno «assai rigorosa e affascinante» e che diventerà il nucleo centrale degli Elementi . 
  
Scrive Rossi Barilli in uno dei saggi che concludono questa nuova edizione (gli altri sono firmati da Paola Mieli, Teresa de Lauretis, Simonetta Spinelli, Tim Dean, David Jacobson, Christopher Lane, Claude Rabant): «Mieli era un ragazzo prodigio e non aveva neppure vent’anni quando agli inizi degli anni Settanta divenne uno dei fondatori del movimento gay». Forse perché possedeva «un’intelligenza acutissima e una lingua tagliente, una vastità di letture impressionante per la sua età, una conoscenza diretta di quello che si diceva e si scriveva fuori dai confini italiani». 
Mieli aveva, insomma, una marcia in più quando parlava di un «vero comunismo che nasceva dalla liberazione sessuale» o di un «comunismo polimorfo perverso». O quando, partendo dal proprio desiderio (secondo l’idea «che soddisfare questo desiderio era un dovere morale»), pensava di poter elaborare «una teoria realmente rivoluzionaria». Debitrice di Freud come di Reich, di Marx come di Marcuse, di Platone come di Pasolini, di De Sade come di Proust. 
  
E se Mieli scelse di tradurre queste sue teorie in gesti spesso estremi o violenti (a Londra venne arrestato perché quasi nudo chiedeva ai poliziotti di lasciarsi baciare), lo fece «perché la gente potesse prendere coscienza» e nonostante fosse (nella realtà dei propri affetti) persona «amabile e dolcissima». Proprio per questa «voglia di eccesso», durante le manifestazioni della sinistra rivoluzionaria, Mieli cantava El pueblo unido è meglio travestido e (anziché inneggiare a Lenin o a Mao Zedong) inneggiava a Dior, Chanel o Saint Laurent. Scegliendo di trasformare tacchi a spillo, calze a rete e piume di struzzo nei frammenti di una «gaia scienza» dove «l’estetica era al servizio della morale» e dove la diversità diventava soltanto un accessorio. 
  
Il libro: Mario Mieli, «Elementi di critica omosessuale», Feltrinelli, pagine 326. 
 

Tratto dal Corriere della Sera 8.12.2002  


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