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L'epistolario di Virginia Woolf

L'epistolario di Virginia Woolf
Una vena di malinconia nella fugacità della vita VIRGINIA WOOLF

" Falce di luna " - Einaudi pagine 604 - euro 25,00
Paolo Petroni

La figura di Virginia Woolf torna in primo piano, e accade che abbia il volto di Nicole Kidman nel film tratto dal romanzo «Le ore» di Michael Cunningham, oltre a quello delle celebri foto che le scattò Man Ray, una delle quali è sulla copertina del quinto volume delle sue lettere, ora in libreria col titolo «Falce di luna» .
Sono foto in cui risalta una vena malinconica e romantica, forse anche introversa della Woolf, delicata e con lo sguardo perso, tranne una, dove appare con le braccia conserte e guarda davanti, la testa appena inclinata da un lato, con sguardo e un mezzo sorriso ironico, proprio come la scrittrice appare dall'intimità delle sue lettere, spiritosa, attenta alle piccole cose, capace di goderne la fugacità.
 
Tutto questo forse anche per reagire a una serie di avvenimenti tragici che segnano gli anni di queste lettere, 1932 - 1935, che si aprono con la morte per cancro dell'amico carissimo e amatissimo, ma omosessuale, Lytton Strachey e poi col successivo suicidio di Dora Carringhton, sua compagna in un curioso e liberissimo menage.
 
«Lui era parte di tutto quello che facevo, continuo a sognarlo e ad avere la stranissima sensazione di vederlo venirmi incontro per la strada», si legge nell'ultima lettera a Dora di Virginia, che sarà segnatissima dalle due scomparse drammatiche. Anni dopo annoterà nel diario, come riferisce Nadia Fusini nel suo saggio introduttivo a questo volume delle Lettere, «Oh, ma questo lui non lo leggerà!» .
 
Certo le lettere della Woolf non hanno la forza e l'impatto creativo e espressivo dei romanzi, ma ne arricchiscono il senso e ci rivelano cosa c'era dietro: «Una lettera come si deve, dovrebbe essere una pellicola di cera su cui si imprimono le sporgenze e incavature della mente», spiega in una di esse, mentre in un'altra si legge: «Mi spiace di essere stata così poco comunicativa, ma riesco a scrivere lettere soltanto quando ho la testa piena di bolle schiume; quando non sono consapevole delle finezze della lingua inglese».
E l'impegno a scrivere lettere era costante e intenso ("Due giorni fa ne ho scritte venti, non una di meno, non una di piu'") a confermare una vita tutta alle prese con l'esprimersi attraverso le parole, la minuzia delle analisi e dei racconti, la riflessione e il confronto.
Così l'epistolario è qualcosa di grandioso, circa 4.000 pagine, e questo quinto volume è il penultimo e uno dei più interessanti, proprio per il momento di passaggio e l'addensarsi all'orizzonte di quella tempesta politica e militare che si stava preparando in Europa. La Fusini annota che «Con la morte dei suoi amici, sentiva che la sua stessa vita cominciava a logorarsi. E poi da una parte c'era la critica, il rimpianto, una sorta di rabbia per la fine dell'amore per Vita, che non le pareva più di quella bellezza sfolgorante che l'aveva sedotta, e dall'altra l'insistenza dell'amore non corrisposto di Ethel Smyth, che, quando si lamentava di essere da lei ignorata, riceveva in risposta la constatazione malinconica che erano le donne ad essere ignorate.
La causa delle donne stette molto a cuore della Woolf e fu una delle leve che ne fece una bandiera della cultura femminista negli anni '70. Anche su questo la Fusini nel suo saggio mette alcuni puntini sulle i, notando confusioni e approssimazioni della scrittrice in questa sua rabbia in nome della discriminazione del suo sesso, di cui lei personalmente non aveva mai sofferto, chè anzi era un esempio di emancipazione. Così può rifiutare onori e cariche accademiche, inviti a conferenze come la laurea honoris causa, quasi per una intima protesta e affermazione di indipendenza e libertà in un mondo sempre più travolto da quella violenza che lei osteggia e teme e che tanto finirà per impressionarla e suggestionarne il carattere emotivo.
Così, si suiciderà nel 1941, durante un delle sue ricorrenti crisi depressive .

   


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