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La figura di
Virginia Woolf torna in primo piano, e
accade che abbia il volto di Nicole
Kidman nel film tratto dal romanzo «Le
ore» di Michael Cunningham, oltre
a quello delle celebri foto che le scattò
Man Ray, una delle quali è sulla
copertina del quinto volume delle sue
lettere, ora in libreria col titolo
«Falce di luna» .
Sono foto in cui risalta una vena
malinconica e romantica, forse anche
introversa della Woolf, delicata e con lo
sguardo perso, tranne una, dove appare con
le braccia conserte e guarda davanti, la
testa appena inclinata da un lato, con
sguardo e un mezzo sorriso ironico, proprio
come la scrittrice appare dall'intimità
delle sue lettere, spiritosa, attenta alle
piccole cose, capace di goderne la fugacità.
Tutto questo forse anche per reagire a una
serie di avvenimenti tragici che
segnano gli anni di queste lettere, 1932
- 1935, che si aprono con la morte
per cancro dell'amico carissimo e amatissimo,
ma omosessuale, Lytton Strachey
e poi col successivo suicidio di Dora
Carringhton, sua compagna in un curioso e
liberissimo menage.
«Lui era parte di tutto quello che facevo,
continuo a sognarlo e ad avere la
stranissima sensazione di vederlo venirmi
incontro per la strada», si legge
nell'ultima lettera a Dora di Virginia, che
sarà segnatissima dalle due scomparse
drammatiche. Anni dopo annoterà nel diario,
come riferisce Nadia Fusini nel suo saggio
introduttivo a questo volume delle Lettere,
«Oh, ma questo lui non lo leggerà!» .
Certo le lettere della Woolf non hanno la
forza e l'impatto creativo e espressivo
dei romanzi, ma ne arricchiscono il
senso e ci rivelano cosa c'era dietro: «Una
lettera come si deve, dovrebbe essere una
pellicola di cera su cui si imprimono le
sporgenze e incavature della mente», spiega
in una di esse, mentre in un'altra si legge:
«Mi spiace di essere stata così poco
comunicativa, ma riesco a scrivere lettere
soltanto quando ho la testa piena di bolle
schiume; quando non sono consapevole delle
finezze della lingua inglese».
E l'impegno a scrivere lettere era costante
e intenso ("Due giorni fa ne ho scritte
venti, non una di meno, non una di piu'") a
confermare una vita tutta alle prese con
l'esprimersi attraverso le parole, la
minuzia delle analisi e dei racconti, la
riflessione e il confronto.
Così l'epistolario è qualcosa di grandioso,
circa 4.000 pagine, e questo quinto
volume è il penultimo e uno dei più
interessanti, proprio per il momento di
passaggio e l'addensarsi all'orizzonte di
quella tempesta politica e militare che si
stava preparando in Europa. La Fusini annota
che «Con la morte dei suoi amici, sentiva
che la sua stessa vita cominciava a
logorarsi. E poi da una parte c'era la
critica, il rimpianto, una sorta di rabbia
per la fine dell'amore per Vita, che non le
pareva più di quella bellezza sfolgorante
che l'aveva sedotta, e dall'altra
l'insistenza dell'amore non corrisposto di
Ethel Smyth, che, quando si lamentava di
essere da lei ignorata, riceveva in risposta
la constatazione malinconica che erano le
donne ad essere ignorate.
La causa delle donne stette molto a cuore
della Woolf e fu una delle leve che ne
fece una bandiera della cultura femminista
negli anni '70. Anche su questo la Fusini
nel suo saggio mette alcuni puntini sulle i,
notando confusioni e approssimazioni della
scrittrice in questa sua rabbia in nome
della discriminazione del suo sesso, di
cui lei personalmente non aveva mai
sofferto, chè anzi era un esempio di
emancipazione. Così può rifiutare onori
e cariche accademiche, inviti a conferenze
come la laurea honoris causa, quasi per una
intima protesta e affermazione di
indipendenza e libertà in un mondo
sempre più travolto da quella violenza che
lei osteggia e teme e che tanto finirà per
impressionarla e suggestionarne il carattere
emotivo.
Così, si suiciderà nel 1941, durante
un delle sue ricorrenti crisi depressive .
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