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Far from Heaven 



   
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Può lasciare perplessi l’impulso di creare oggi un melodramma anni ’50 e prenderlo sul serio, sparandolo in quest’epoca gonfiata e adrenalinica. Ma i melodrammi più forti sono quelli senza un cattivo in evidenza, in cui i personaggi si fanno reciprocamente del male senza volere, solo inseguendo i propri desideri.
Imporre sull’apparente innocenza dei ’50 temi delicati come la razza o la sessualità rivela quanto siano delicati ancora oggi – e quanto il clima corrente di compiacente stabilità abbia in comune con quell’epoca lontana.





















La storia propostaci da Todd Hayes, in realtà non che un pretesto per confezionare questo omaggio al cinema anni cinquanta. Sembra una sorta di "Pleasantville" a colori con la differenza che qui non abbiamo soltanto l'ambientazione del periodo, ma anche i caratteri dei protagonisti in puro stile "fifties" e l'ossessionate colonna sonora che sottolinea ogni più piccolo evento.
   
Interamente girato in studio e con luce rigorosamente artificiale ripropone tutti i particolari tipici dell'epoca. La casa perfettamente coordinata con il giardino, il box, l'auto station wagon per lei e berlina per lui. La colf di colore sempre silenziosa, ma attenta, l'immancabile scala che porta al piano di sopra e che serve come divisione nei momenti di contrasto tra i protagonisti e poi le camere da letto separate. 
  
La Moore è una perfetta Doris Day
con i suoi modi pacati e artificialmente premurosi, che la sera, davanti alla toletta, parla della sua giornata con il marito prima di andarsi a coricare nella stanza accanto (ovviamente perfettamente truccata). E' una storia al femminile che attraversa il tema del razzismo e del conflitto familiare; sarebbe potuta essere facilmente ambientata ai giorni nostri, senza perdere un briciolo della sua attualità. Alla fine l'unica vittima è Cathy incapace di abbandonare il suo perbenismo per inseguire una felicità che si è a lungo negata. Vittima del disdoro di chi a circonda resta immobile, immutabile di fronte alla possibilità di cambiare, un po' come tutti noi incapaci spesso di abbandonare la comoda familiarità delle nostre abitudini.
   
Un'ultima importante annotazione questo film che denuncia l'America degli anni cinquanta, che il regista paragona alla Cina di Mao per la sua reale mancanza di libertà, non è per tutti, molti lo potrebbero trovare noioso, specialmente in questo periodo dominato dalla frenesia dell'azione, ma per capirne il reale significato bisogna apprezzarne i lati che vanno oltre il semplice "plot".
  
La Chicca: la sequenza d'apertura iniziale è quella di Secondo Amore di Douglas Sirk.
   
Curiosità: quando Cathy vuole lasciare la mostra d'arte dice che deve far pulire i tappeti, quali? Non ne ha nemmeno uno in casa.
   
   
LA SCHEDA   IL TRAILER   Speciale: DENNIS QUAID
    
   
   
  

[ prefazione da www.labiennaledivenezia.net ]  
[ recensione di Valerio Salvi da www.filmup.com ]  


 

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