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"Non sarebbe
solo un'offesa, ma anche una provocazione".
"Nessuno può sporcare la Città Santa".
"E' una ferita per tutte le religioni".
Per una volta hanno parlato con una voce sola.
I due rabbini capo d'Israele, Shlomo Amar e
Yehuda Metzger, il nunzio vaticano Pietro
Sambi, il patriarca latino Michel Sabbah,
quello armeno Torkom Manoogian, quello
greco-ortodosso Ireneos, gli sceicchi
musulmani Abdel Aziz Bouchari e Abed Al-Salem
Menasra: ebrei, cristiani e musulmani
insieme per fermare il Gay Pride 2005, che
in agosto vorrebbe portare a
Gerusalemme omosessuali da tutto il mondo
per un festival di undici giorni.
I rappresentanti delle tre religioni
monoteiste hanno evocato la minaccia di Dio
("Ha già distrutto questa città e non vogliamo
che succeda a noi. Ci punirà se lasciamo che
questo accada", ha proclamato lo sceicco
Bouchari) e quella dei fedeli che potrebbero
lanciare pietre contro gay e lesbiche durante
le sfilate per le strade. La battaglia contro
il WorldPride 2005 è stata lanciata dal
reverendo Leo Giovinetti, un evangelico di San
Diego, veterano delle crociate
anti-omosessuali in America. Durante le sue
visite in Israele - ha raccontato il New York
Times - ha costruito legami con rabbini e
politici e sarebbe stato lui a convincere
tutti i partecipanti all'appello collettivo.
Ex leader di un gruppo musicale a Las Vegas,
Giovinetti ha fatto circolare una petizione
contro la "dissacrazione omosessuale di
Gerusalemme", che sarebbe stata firmata tra
gli altri dai parlamentari del partito
ultraortodosso Shas. Negli ultimi tre anni, a
Gerusalemme si sono svolte le sfilate di
associazioni omosessuali locali, organizzate
con il permesso della polizia malgrado le
proteste dei religiosi. Quello che sembra aver
spaventato della parata di agosto è la
dimensione internazionale e la vicinanza con
il ritiro da Gaza, che dovrebbe cominciare
alla fine di luglio. Il sindaco della città
Uri Lupoliasnki, un ultraortodosso, si oppone
alla manifestazione, ma ha ammesso di non
avere la possibilità di proibirla. "Chiediamo
agli organizzatori dell'evento - ha detto il
rabbino capo sefardita Shlomo Amar - di non
macchiare la sacralità di questa città. Ci
sono già abbastanza drammi con il ritiro dalla
Striscia, non abbiamo bisogno di altri
conflitti". Quando il WorldPride venne
allestito cinque anni fa per la prima volta a
Roma, Giovanni Paolo II espresse la sua
"amarezza" e definì la sfilata "un'offesa ai
valori cristiani di una città così
profondamente nei cuori dei cattolici di tutto
il mondo". Gli attivisti omosessuali hanno
già risposto che continueranno a preparare gli
undici giorni di festival (dal 18 al 28
agosto): proiezioni di film, mostre e
conferenze sotto il titolo "Amore senza
confini". "E' incredibile questo tentativo di
globalizzare la bigotteria - ha commentato
Hagai El-Ad, direttore della Open House di
Gerusalmme -. Mi sembra triste e ironico che
questi leader religiosi riescano a trovare
l'unità solo per un messaggio così negativo".
E in un editoriale sul Jerusalem Post
ha scritto: "Non c'e niente di provocatorio
nel celebrare a Gerusalemme valori democratici
e fondamentali per tutta l'umanità. La
comunità gay e lesbica di questa città è un
esempio unico di persone che si ritrovano
insieme al di là delle loro etnia, religione o
dei confini nazionali. Alla Open House questa
è una realtà quotidiana per israeliani,
palestinesi, cristiani, musulmani ed ebrei.
Con il festival di agosto diventerebbe
un'opportunità per tutta la città". Israele
è l'unico Paese del Medio Oriente - spiegano
dalle organizzazioni di Tel Aviv - dove
vengano rispettati i diritti degli
omosessuali. Fino a diventare un rifugio
per i gay palestinesi, che scappano dalla
Cisgiordania o dalla Striscia di Gaza dove
rischiano di venire ammazzati dai familiari
che vogliono cancellare l'onta e il disonore.
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