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PROCREAZIONE, IL GOVERNO PUNTA SULLE SPIAGGE
 
Fissata la data del referendum: si voterà il 12 e 13 giugno.
 
Berlusconi e Fini promettono aperture, lite in consiglio dei ministri. L'Udc strepita, Alemanno si aggrappa al papa. Così i fondamentalisti la spuntano: urne aperte in quasi-estate per paura dei 4 sì contro la legge che di fatto proibisce la fecondazione assistita

 


E'durata lo spazio di un mattino l'apertura di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini al comitato promotore dei referendum sulla procreazione assistita. Nel pomeriggio di ieri il governo si è rimangiato l'assicurazione fatta poche ore prima al comitato referendario, davanti al quale premier e vicepremier avevano garantito la propria volontà di fissare una data tale da «garantire la massima partecipazione al voto». Data che, tra le alternative ormai rimaste a disposizione (29 maggio, 5 o 12 giugno), avrebbe dovuto collocarsi, seguendo tali rassicurazioni, nella domenica più vicina, ossia l'ultima di maggio. Se alle 10 del mattino l'intendimento sembrava questo, una lite furibonda iniziata in consiglio dei ministri e proseguita fuori ha portato a un'inversione a U, con la decisione finale di aprire i seggi elettorali il 12 e 13 giugno. Una scelta «pessima, illiberale, gravissima», per usare solo tre degli aggettivi circolati dalle parti del comitato promotore. I referendari si erano presentato all'incontro con il governo, ieri mattina, con grinta combattiva ma senza grandi speranze, dopo che l'altroieri in parlamento il ministro Giovanardi aveva dato la linea: votare il 29 maggio non si può, aveva detto il ministro dei rapporti con il parlamento, giacché ci sarebbe concomitanza con il ballottaggio in alcuni comuni siciliani (due, ndr) e sulle procedure per combinare tale doppio voto la legge nulla dispone. Fate un decreto, gli avevano risposto i promotori del referendum. Che avevano trovato all'apparenza ieri mattina orecchie abbastanza aperte: sia da parte del premier Berlusconi - che aveva confidato ai partecipanti all'incontro di trovarsi in un grosso guaio anche a casa, essendo la signora Veronica favorevole al referendum - che da parte del vicepremier. I due - hanno riferito i partecipanti all'incontro - si sono impegnati a portare in consiglio dei ministri la proposta del comitato di fissare la consultazione il 29 maggio e hanno dato ampie garanzie sul fatto di avere a cuore la massima partecipazione dei cittadini. Apriti cielo. Appena si è saputo dell'ardita promessa, sulla strana coppia Fini-Berlusconi sono piovuti anatemi da ogni parte. I centristi hanno dato il «la»: «Speriamo sia frutto di un'allucinazione passeggera», ha detto Luca Volonté, presidente del gruppo Udc della camera, secondo il quale «il solo pensiero di modificare le norme vigenti non già per consentire agli italiani di votare bensì per far piacere alla signora Veronica o al comitato Pannella crea sconcerto». Ha proseguito il ministro Alemanno che, assente da Roma, si è precipitato a telefonare alle agenzie stampa per dettare «la sua assoluta contrarietà» all'ipotesi del 29 maggio, aggiungendo: «Mi auguro che siano infondate le notizie che vengono diffuse proprio alla vigilia dei funerali del Santo Pontefice. Su un tema così legato alla coscienza come la fecondazione artificiale, ognuno può avere le proprie posizioni, ma non si può modificare una legge per consentire lo svolgimento di un referendum».
 
Il diluvio di scomuniche è proseguito in un consiglio dei ministri agitatissimo, con il ministro Buttiglione che è saltato su a bacchettare l'ingenuo Tremaglia che a sua volta aveva assicurato tutto il suo impegno per far votare gli italiani all'estero: non ti azzardare, gli ha detto più o meno il ministro crociato, l'astensione è prevista dalla Costituzione e se il governo si impegna per il voto viene meno alla neutralità. Aggiornato per rissa al pomeriggio, il consiglio dei ministri ha poi partorito la soluzione che sin dall'inizio i centristi, la Cei e gran parte dei fautori della legge 40 avevano sponsorizzato: si voterà il 12 giugno, ultima data utile. La motivazione è pilatesca e l'ha data il ministro degli interni Pisanu in conferenza stampa: «Ci voleva l'unanimità di tutti per aprire le urne il 29 maggio», ossia per fare un decretino che consentisse di superare il terribile ostacolo della concomitanza del voto amministrativo in due comuni siciliani. Escluso il 29 maggio, escluso anche il 5 giugno (accogliendo in questo una richiesta dei referendari, essendo quello il week-end del ponte del 2 giugno), è rimasto il 12. «Così si elimina l'impatto negativo sull'anno scolastico», è la ciliegina sulla torta messa da Pisanu.
 
Furibonde le reazioni dei promotori del referendum, divisi tra la rabbia per il misfatto della data e la volontà di partire subito in una campagna elettorale che sarà tutta giocata sul raggiungimento del quorum. Una scelta «pessima, gravissima, irragionevole», dicono i radicali. Una decisione che schiera il governo con una parte, denuncia per lo Sdi Boselli. «I governi sono fatti per decidere e assumersi responsabilità, non per fare sondaggi tra i partiti», ironizza Turci, dei Ds. Sprizzano soddisfazione da tutti i pori i centristi della Casa, i ciellini di Forza Italia (come il milanese deputato Lupi), brinda anche Mastella. Mentre Realacci sdrammatizza: «Noi della Margherita non abbiamo mai puntato a ritardare il voto, non sarà la differenza tra maggio e giugno a decidere le sorti del referendum». Che sia sincera o no tale affermazione, in molte e molti da oggi saranno al lavoro per tradurla in realtà.
 

Gaynews.it: Il Manifesto - 08 Aprile 2005


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