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«I ragazzi non
devono ricevere telefonate, né visite, né
usare il pc. Vietato guardare la televisione o
ascoltare musica «laica». Vietato entrare in
un bar, in un ristorante, in un negozio di
video o di musica a meno che non siano
espressamente cristiani. Vietato avere
“dipendenza emotiva” con qualcuno, dare
appuntamenti, stringere amicizie esclusive…».
Ok, prendiamo fiato. Sono le regole della
«terapia di conversione all'eterosessualità»
studiate per i giovani gay dall'associazione
americana di cristiani conservatori «Love
in action», che ha portato un po’ di voti
a Bush. La vittima è il sedicenne Zach,
internato dai genitori, che ha lanciato un
urlo via etere attraverso il suo Blog (blog.myspace.com/specialkid),
cioè il suo diario su Internet. Ciò che
colpisce di lui è il nome così simile a un
colpo di forbice; il suono, eco del «taglio»
del desiderio che ha subito, onomatopea di
destino; gli occhi: infinitamente tristi
dietro una luce di vivacità, pur rimasta, di
ragazzo. Zach ha scoperto le regole del campo
sbirciando tra la posta di mamma e papà. Lui
doveva restarne all'oscuro. Prima di
sottoporsi al programma le ha mandate on line
scrivendo: «È come un campo militare, solo
peggio. Se ne uscirò eterosessuale, sarò così
mentalmente instabile e depresso che non
conterà».
Su, assaggiamo un altro po’ di orrore.
«Vietato indossare capi firmati Calvin Klein,
dormire con T-shirts senza maniche. Le donne
non possono portare biancheria intima stile
bikini, devono indossare gonne lunghe o al
ginocchio, niente top o bluse trasparenti,
niente profumo o prodotti igienici profumati.
Il reggiseno va portato sempre tranne quando
si dorme, con i sandali si tengono i calzini,
vietati i cappelli e i giubbotti. Obbligatorio
riferire allo staff il “comportamento
inappropriato” di un'altra persona». Tagliamo
corto e arriviamo al clou: capitolo «Falsa
Immagine». Regole per sbarazzarsi del
«vecchio sé» e rimpiazzarlo col «nuovo sé».
«Il comportamento di Falsa Immagine comprende
vestiti seduttivi, atteggiamento da rimorchio,
eccessivi ornamenti, comportamento gay/lesbico»,
ma anche parlare di questi atteggiamenti. Ogni
mattina alle ore 8.50 i giovani gay devono
sottoporsi a un’ispezione di Falsa Immagine in
una speciale area del Rifugio, cioè il luogo
dove si svolge il programma. Qui verrà
ispezionato il contenuto di borse, libri,
taccuini, ecc., sequestrati gli oggetti
irregolari. E infine: «I ragazzi devono
riferire tutte le False Immagini, sia le loro
che quelle degli altri, allo staff».
Fermiamoci qui. Inevitabile immaginare
enormi forbici come tentacoli che tagliano
l'anima. Zach è uscito dal programma
cambiato almeno in un aspetto: ora tace. Prima
aveva lanciato l'allarme sul blog, ricevendo
migliaia di risposte e diventando un caso per
i media Usa. Poi ha chiesto ai suoi
corrispondenti di non tornare sull'argomento.
Impossibile. Allora ha premuto il tasto «canc».
Gli interventi non ci sono più. C’è un suo
post che non sembra scritto con lo stile del
«vecchio Zach». Come chiamare quanto succede
in America: allestimento dei lager
dell'emotività?
E in Europa? In estate si è tenuto in
Svizzera il meeting «Rompere i tabù» (To
break taboos) sostenuto dal programma europeo
«Gioventù» che ha riunito 60 ragazzi etero,
gay e lesbiche di sette paesi europei. Nelle
loro parole non manca l'eco del «taglio»,
degli attacchi al desiderio. Ecco le
«sforbiciate» in percentuale: bullismo e
discriminazione a scuola sono diffusi, si
concentrano nell'Europa dell'Est e in tutte le
zone rurali. L'80 per cento dei giovani
subisce discriminazione fisica e psicologica.
Non basta. L'orrore avvelena le radici. Il
«taglio» è taglio della vita: tra i giovani
omosex c'è una incidenza di suicidi quattro
volte maggiore di quella tra gli etero. Nelle
testimonianze, raccolte da Fabio Saccà
coordinatore Arcigay giovani (vedi articolo
sotto), tanti «zach zach», ma anche boccate di
libertà, anime che ricrescono. Lassen, un
giovano tedesco, racconta: «A 16 anni ho
passato un anno come studente negli Usa, in
una zona di cristiani molto conservatori. Mi
hanno inculcato l'idea che l'omosessualità
fosse una malattia. È stata dura capire che in
me non c'era nulla di sbagliato. La prima
volta che mi sono innamorato sul serio di un
ragazzo è stato terribile. Ha devastato la mia
vita, le mie emozioni, tutto. Ma sono
orgoglioso: ce l'ho fatta. Quando mi bacio con
il mio ragazzo la gente si gira. Ma lo faccio
anche io quando vedo gli etero baciarsi: penso
siano buffi». Bernard, olandese, riferisce del
suo coming out: «Sulle scale mobili di un
centro commerciale ho detto a mia madre:
“Mamma, mi piacciono i ragazzi”. Lei lavora
negli ospedali. Pronto Soccorso. Aiuta le
persone in stato di emergenza. Ha reagito come
se si trovasse con uno dei suoi pazienti:
vigile, seria, determinata. Voce fredda,
controllo delle emozioni. Ma, sorpresa a
parte, è andato tutto bene». Robert, rumeno,
conosce il terrore: «Il nostro paese è
terribile per i gay. Secondo gli ultimi
sondaggi gli omosex sono disprezzati dall'80
per cento delle persone. Non è stato facile
crescere in questo ambiente. Leggevo sui
giornali di pestaggi e suicidi, dicevano che
gli omosessuali erano tutti pedofili e che
ammazzavano i bambini. Ho avuto molti problemi
con la polizia, sono stato picchiato e
insultato. Devo saper rigettare l'omofobia
dalla mia vita». L'ombra dell'integralismo
religioso annerisce le vite dei giovani, in
Olanda Jos, di 16 anni, avverte: «C'è un
problema nelle comunità dei migranti, in
quelle di cultura islamica e indonesiana. Per
questi giovani essere gay o lesbica è un
crimine. Quando andiamo nelle scuole con le
nostre associazioni i ragazzi di queste
comunità ci insultano». E Ueli, svizzero:
«Vengo da un cantone molto cattolico della
Svizzera. Non è stato facile per me vivere,
soprattutto in periferia. Finito il liceo,
sono andato in città. Lì ho vissuto
apertamente la mia omosessualità». Ma lottare
è possibile, sempre. Come ha fatto Adrien,
spagnolo: «Alcuni mesi fa, due quattordicenni
del sud sono stati vittima a scuola di un
feroce bullismo perché erano gay. Si sono
rintanati in casa per settimane. Io mi sono
dichiarato con i miei genitori a 16 anni. Mio
padre è stato l'unico che mi ha dato problemi.
Mi insultava, mi ha sbattuto fuori casa più
volte. Grazie all'aiuto di mia madre e mio
fratello si è calmato. Un giorno mi ha chiesto
scusa».
Anche se ti fanno «zach zach», la vita,
sebbene non sempre, può ricrescere. Dopo i
colpi di forbice, può germogliare sulle
cicatrici che permangono. Ma occorre
combattere lo sterminio della libertà di
amare.
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