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ClubClassic.net > Approfondimenti e
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I segreti di
Brokeback Mountain è un film che racconta
una storia d’amore tra due uomini. E’ una
storia ambientata in un mondo molto lontano e
diverso dal nostro, la provincia rurale
americana, in un passato che, seppur recente,
sembra remoto, antico e che, in ogni caso, non
è mai stato il nostro. E’ una storia antica,
estranea, straniera.
E’ la storia dell’incontro tra due uomini, due
cowboy, che scoprono di desiderarsi e di
volersi amare. Non è una storia semplice però,
ma è un amore ostacolato, che non può che
essere vissuto se non in condizioni di
estrema sicurezza, in “posti fuori mano”,
come dice uno dei due protagonisti, solo nelle
foreste isolate del Wyoming, protetti dalla
vastità degli spazi che li separano dalla
società in cui, inevitabilmente, devono però
sempre rientrare, rinunciando alla loro
intimità e a loro stessi.
Un amore segreto che può essere vissuto
solo protetto dalla violenza del omofobia
(della società e la loro).
Quella dei due cowboy di Brokeback mi ricorda
un’altra storia di amore gay, quella di
Maurice, scritta però molto tempo prima,
da E. M. Foster e ambientata nei primi
anni del secolo, in Inghilterra. Sono storie
d’amore gay all’apparenza molto diverse, ma in
fondo molto simili, perché l’amore, in
entrambi i casi, non arriva mai ad essere
libero ma è condannato inesorabilmente ad
essere condizionato, limitato, costantemente
minacciato. E Foster, per anni tentato di dare
una fine tragica al romanzo, lascia ai
protagonisti la speranza, ma li immagina
rifugiati e nascosti in qualche foresta,
fuggiaschi e braccati.
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Ma cosa c’entrano
con i gay italiani del terzo millennio storie
come queste? Certo sono storie di gay
raccontate senza pudore e reticenze alla
società intera, e forse solo per questo
meritano la nostra attenzione. Ma mi domando,
perché storie d’amore come queste, che
dovrebbero parlare al cuore, invece
finiscono col colpire allo stomaco?
Certo la storia dei cowboy finisce
tragicamente, con una morte che toglie ogni
speranza e condanna ad un destino di nostalgia
e solitudine. E forse solo per questo si
dovrebbe capire l’amaro che ti rimane dentro
alla fine del film. Ma se la tragedia ci
commuove e la commozione dura il tempo delle
lacrime, questa storia d’amore ti lascia un
dolore sordo che non arriva al cuore ma ti
rimane sullo stomaco.
Ma cosa significa questa pesantezza, cosa
centra con i gay? Forse è una storia che ci
riguarda molto più di quello che noi stessi
siamo disposti a riconoscere e ad ammettere
perché fa risuonare le paure più profonde e
viscerali dei gay, di quelli che si stanno
ora riconoscendo, che la paura la sentono
appena sotto la pelle, e dei gay che si
considerano orgogliosi di esserlo, che queste
paure le hanno superate, o almeno sperano di
averlo fatto e soprattutto di non incontrarle
più.
Ma acuta o attutita che sia, la paura nei
gay esiste ancora, e basta un film a farla
risuonare. E’ la paura della società e
della violenza, che non è solo quella fisica
ma soprattutto quella verbale, che ti arriva
amplificata e moltiplicata quotidianamente dai
giornali, dalle televisioni, da internet. Una
violenza che si esprime nel disprezzo chiaro e
diretto di alcuni, ma in modo che spaventa
ancora di più, nella mancanza di una chiara,
dura, esplicita protezione da parte di altri.
I gay quindi sono ancora vulnerabili,
minacciati e, anche se fa male
ammetterlo, ancora molto indifesi.
Ma non è solo la paura della società ostile
e di quella indifferente. E’ la paura che
essere gay significhi essere condannati
ad una vita fatta di rabbia e
rammarico per quello che sei e che non sei
capace di cambiare. E’ la paura di perdere per
questo l’amore della tua famiglia, di essere
condannato ad una vita di solitudine, una vita
dove la speranza di un incontro, di una
passione, di un amore che ti dia tutto
l’affetto di cui senti di avere bisogno ed a
cui vuoi dedicare la tua stessa vita, per te,
non può esserci. E se mai ci sarà, sarà
comunque un amore che dovrai difendere con
forza e determinazione, tutti i giorni, un
amore che dovrà ancora essere protetto e un
po’ nascosto, non più nei boschi, ma
nell’anonimato delle città, dove però, neppure
lì lo si può mostrare liberamente, ma con
necessaria discrezione. O al massimo, per i
più fortunati, si può vivere per qualche ora
senza inibizioni tra le mura sicure e protette
da ingressi controllati dei locali gay,
moderni rifugi nascosti nelle periferie fuori
mano nella foresta metropolitana.
E’ una coppia, quella gay, che ha paura del
mondo in cui vive, perché sente che, se si
trova a confrontarsi con la società, coinvolta
in un conflitto, è veramente indifesa.
Che sia in un ospedale dove non puoi decidere
del destino del tuo compagno, che sia per
chiedere un mutuo di poter comprarti una casa
con lui, o per decidere dove e come
seppellirlo, o come potrà continuare a vivere
dignitosamente dopo la tua morte, quello che
senti è la paura del sentirsi vulnerabili e
senza possibilità di difendersi. E la paura
diventa anche vergogna perché un uomo adulto,
ci è insegnato, deve essere capace di
difendersi, di difendere la sua identità ed il
suo diritto ad amare.
Non è una colpa ammettere di avere paura,
anche perché, anche se la scacci in basso,
lontano il più possibile dalla coscienza, ti
rimane sempre li, sullo stomaco e basta un
film a rifarla suonare dentro.
Il segreti di Brokeback Mountain sono questi:
i gay hanno ancora dentro molte paure da
riconoscere e da affrontare, per smettere di
fuggire e per essere finalmente liberi di
amarsi e di amare, sempre e ovunque, nelle
foreste e nelle strade affollate.
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Dr. Massimo Piscitelli
(Psicologo e Sessuologo)
25 Gennaio 2006 |
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