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La
persecuzione del fascismo nei confronti
degli omosessuali italiani era stata
sempre oscurata dai fenomeni più
tragicamente vistosi della repressione
politica e delle leggi razziali. A
delinearne gli aspetti più significativi
è ora un bel libro di Gianfranco
Goretti e Tommaso Giartosio, La
città e l'isola. Omosessuali al confino
nell'Italia fascista (ed. Donzelli),
sorretto da una robusta ricerca
d'archivio che consente almeno due tipi
di lettura: quella che fa i conti più
direttamente con l'organizzazione dello
Stato totalitario fascista e quella più
legata alla storia degli omosessuali
italiani. Cominciamo dalla prima. Nel
corso del Ventennio furono più di
trecento gli omosessuali perseguitati,
mandati al confino, in qualche caso come
prigionieri politici, più spesso come
detenuti comuni. Negli elenchi figurano
soprattutto giovani, per la maggior
parte appartenenti agli strati sociali
più popolari. L'omosessualità in sé
non era considerata un reato. Nel
1931, nel progetto iniziale del Codice
Rocco era previsto un articolo 528 che
la puniva in quanto "delitto contro
la moralità pubblica e il buon costume",
ma questo articolo non fu inserito nel
testo definitivo del Codice penale con
una motivazione per lo meno bizzarra: in
Italia c'erano pochissimi omosessuali,
il nostro popolo era così sano da
rendere praticamente inutile un apposito
articolo del Codice penale per punire
una figura di reato che era quasi
inesistente. Così, a differenza della
legislazione omofoba tedesca, nel nostro
ordinamento giuridico l'omosessualità
poteva soltanto esser colpita con
sanzioni amministrative, non in
quanto tale ma quando gli episodi a essa
collegati "venivano all'attenzione"
delle Questure come occasioni di
scandalo, turbamento dell'ordine
pubblico, delitti veri e propri
(omicidi, rapine ecc.). Ne scaturiva una
marcata incertezza sulla possibilità di
assegnare i confinati omosessuali ai
"politici" o ai "comuni". "Politici"
furono dichiarati in particolare i 45
"pederasti" arrestati a Catania nel 1939
e mandati tutti nell'isola di San
Domino, nelle Tremiti. Ed è proprio la
vicenda dei "catanesi" che gli autori
mettono al centro del loro racconto. Il
1939 fu infatti un anno chiave della
repressione; la curva statistica dei
provvedimenti restrittivi subì una
brusca impennata verso l'alto e tra le
motivazioni delle misure di polizia
apparve per la prima volta il "nocumento
agli interessi nazionali". È ovvia la
coincidenza cronologica con le leggi
razziali, la campagna propagandistica
"antiborghese", il perentorio invito di
Mussolini a "ripulire gli angolini", il
tentativo del fascismo di avviare una
"seconda ondata rivoluzionaria" per dare
una scossa a un regime che languiva
proprio mentre si avvicinava la seconda
guerra mondiale. In questo senso, sia la
scelta di un'isola-Lager sia il
riferimento alla sanità della stirpe che
figura in calce ai provvedimenti sono le
spie di come - in seguito anche
all'allineamento con i tedeschi - si
stesse affermando una spinta eugenetica
a sfondo razziale nella cui ottica
l'omosessualità non si limitava più a
violare le norme del buoncostume, ma
metteva in crisi proprio i meccanismi di
selezione e di conservazione della razza.
L'omosessualità entrava in rotta di
collisione con il modello virile e
guerriero che il fascismo aveva scelto
come punto di riferimento per il suo
progetto di "fare gli italiani". Non
solo, ma attaccava alla radice il
principio gerarchico autoritario del
"ciascuno al suo posto" su cui si
fondava la struttura totalitaria del
regime. Gli "arrusi" catanesi di cui
parla il libro dovevano essere
considerati maschi o femmine? E quelli
che andavano a letto con loro e che non
venivano chiamati "arrusi" ma "masculi"
come potevano essere definiti? La
distinzione tra maschi e "arrusi" ci
riporta all'altro filone di lettura del
libro di Goretti e Giartosio, quello più
legato alla storia degli omosessuali
italiani. "Arrusu" era a Catania
l'omosessuale passivo, quello che
"faceva la donna" non solo sul piano
delle prestazioni sessuali ma anche
nelle vesti di chi si prendeva cura del
suo uomo e che svolgeva attività
prevalentemente legate alla sfera della
domesticità (cameriere, sarto,
parruchiere, ecc.). Gli "arrusi" non si
accoppiavano tra loro, sarebbe stato
impensabile. "Masculi" erano invece
quelli che nella coppia svolgevano ruoli
attivi, avevano vaste relazioni
eterosessuali e non si
autorappresentavano affatto come
omosessuali. Si trattava di un universo
indistinto, in cui nella scala di valori
del vero maschio essere concupito e
desiderato da un omosessuale diventava
un titolo di merito che ne aumentava le
quotazioni verso le donne e verso gli
altri uomini. In più molti degli
omosessuali di allora invece di
praticare la prostituzione pagavano essi
stessi i loro "masculi" che quei regali
ostentavano come trofei di battaglie
amorose particolarmente gratificanti. Le
pagine delle descrizioni del mondo degli
"arrusi" sono tra le più felici: il
linguaggio burocratico degli
interrogatori e degli atti giudiziari
viene sfondato dall'empatia con cui gli
autori guardano ai protagonisti del loro
libro, restituendoci in pieno la loro
umanità di volta in volta disperata,
dolente, ironica, allegra, sfrontata,
facendoli sfilare davanti ai lettori con
i loro nomi di battaglia ('a Bastarduna,
'a cammarera, 'a Scarpara, 'a Carbunara,
'a Francisa, 'a Sticchina, 'a Leonessa
ecc.) e con le loro piccole storie,
sospese tra una quotidianità senza
sussulti e gli scenari della grande
storia. Nel libro ci sono anche gli
antifascisti che condivisero il confino
con gli omosessuali. Il loro
atteggiamento fu tollerante e ironico,
diverso da quello repressivo e
poliziesco dei fascisti, ma attraversato
dallo stesso "spirito del tempo",
segnato da pregiudizi che appartenevano
all'Italia di allora, tutta intera.
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