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Puntuale
ogni anno, arriva agli organizzatori dei
gay pride la richiesta, da parte
di esponenti del centro sinistra, in
particolare della Margherita, di
adoperarsi affinché il corteo non
offenda il comune senso del pudore,
del decoro.
Questa richiesta, cui purtroppo non
rimangano insensibili anche molti gay
che si accodano al coro dei puritani del
2000, è davvero ridicola se non fosse
che viene pronunciata nelle più
importanti stanze del potere cittadino o
nazionale.
La parte politica che in teoria dovrebbe
essere più sensibile alle nostre
istanze, non trova mai di meglio, per
segnare con caparbietà distanze e
distinguo, di attaccarsi al decoro,
sentimento di cui dovrebbe far miglior
uso in molte altre circostanze.
Il gay pride è di per se l’affermazione
di una orgogliosa ostentazione della
libertà personale e collettiva,
conquistata dopo millenni di oppressione
e clandestinità, quindi, ai nostri
benpensanti bisogna rispondere con
fermezza: se proprio non ce la fanno a
guardare, volgano lo sguardo da un’altra
parte!
E per rincarare la dose diremo con
schiettezza, che il richiamo al decoro è
di per se una insolenza, visto lo
spettacolo a cui ci hanno abituato tanti
e tante esponenti del centro sinistra.
Ci sono quelli e quelle che non perdono
occasione per offendere, dileggiare,
discriminare le persone omosessuali e,
peggio, ci sono tante e tanti che a
questi indegni attacchi rispondono con
il silenzio.
Ma non importa. Quello che davvero preme
è prendersela in modo pregiudiziale con
una sfilata dove sono presenti carri
colorati, ragazzi e ragazze in
maglietta, transgender, travestite con
stupendi costumi, ecc.
Quel comune senso del pudore, che impone
il completo e la cravatta o il tailleur,
per consumare le peggiori nefandezze
dentro le mura di casa, nelle aule
parlamentari, o lontani da occhi
indiscreti nei privè di lusso.
E’ il trionfo della politica
dell’ipocrisia moralista, che va a
braccetto con la gerontocrazia
ecclesiastica talmente ossessionata dal
corpo da infagottarlo nelle lunghe
sottane merlettate.
Come cittadini lgbt dobbiamo ascoltare
increduli le prese di distanza dei vari
candidati sindaci e vice sindaci delle
grandi città italiane: da chi non vuole
che il gay pride sfili nel centro
cittadino a chi pensa che il registro
delle unioni civili non sia tema
importante, a chi semplicemente evita il
discorso rimandando tutto alle scelte
politiche in sede nazionale.
C’è poi da segnalare che questi campioni
della solidarietà e dell’accoglienza
verso le pluralità, organizzano spesso
convegni con i sindaci delle più grandi
città europee, che a differenza loro,
sfilano alla testa degli enormi gay
pride di Parigi, Londra, Berlino,
Barcellona, e così via.
Ascoltano rapiti come questi primi
cittadini hanno dato un’impronta
libertaria e aperta alle loro metropoli
e, appena il loro vescovo- conte lì
rimbrotta severamente, abbassano lo
sguardo contriti e colgono l’occasione
per purificarsi partecipando al primo
ritiro spirituale o processione utile.
D’altronde la viltà non è una colpa
grave, si può espiare, dopo un iniziale
rossore sul volto, con tre Pater Nostro
e due Ave Maria.
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