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«Per
la prima volta, finalmente l’Italia ha
un ministro per la Famiglia. Dovrò
ascoltare la Chiesa, ma anche tenere
conto dei mutamenti della società, delle
tante forme di famiglia. Si tratta
di trovare una sintesi tra i miei valori
di cattolica e il rispetto per le idee e
le inclinazioni diverse». Nella sua
prima intervista da ministro, Rosy
Bindi apre sulle unioni civili
(«Non è possibile relegarne la tutela
nella sola sfera del diritto privato») e
sulla fecondazione assistita («Sbaglia
sia chi dice che la legge non va toccata
sia chi dice che va stravolta»). E
racconta, anche con accenti critici, la
storia della formazione del secondo
governo Prodi.
Ministro Bindi, che cos’è successo
l’ultima notte?
«Non ne so molto neanch’io. L’ultima
notte è il momento delle scelte vere.
Nel momento decisivo, ha finito per
contare il peso specifico all’interno
dei partiti».
Il governo pare fatto con il
bilancino, pesando non solo i partiti ma
anche le correnti.
«Sono possibili due letture, una in
negativo e una in positivo. Da una
parte, le logiche cencelliane
esasperate, frutto anche della pessima
legge elettorale, non corrispondono alla
necessità di restituire un rapporto vero
e profondo tra la politica e i
cittadini. Rispetto al modello
dell’Ulivo del ’96, con 16 ministri, i
25 di oggi, più i vice e i
sottosegretari, segnalano che viviamo
una fase diversa della vita politica
italiana. Dall’altra parte, il fatto che
il governo abbia finito per essere
condizionato da logiche di partito fa sì
che nessuno possa chiamarsi fuori. Tutti
sembrano accontentati. E sono nati i
gruppi unici in Parlamento: un passo
verso il partito democratico. Possiamo
avere un governo forte e una politica
forte».
Anche lei avrebbe dovuto avere un
ministero «forte», l’Istruzione.
«E dire che mi ero abituata a fatica
all’idea. Quando me ne parlarono rimasi
perplessa: non avevo avuto molte
occasioni di occuparmi del tema. Poi mi
ero convinta, visto che considero la
scuola una delle nostre sfide più
importanti. Invece mi tocca la sfida
della famiglia. Non la considero meno
importante».
Al suo posto hanno messo il meno
ulivista di tutti, Fioroni.
«La funzione fa maturare chi la
esercita. Se Giuseppe Fioroni non saprà
acquisire una mentalità ulivista, se non
riuscirà a riassumere in sé le varie
culture del centrosinistra, non sarà in
grado di governare un ministero così
complesso. Ma lo conosco: se gli danno
un giocattolo, sa farlo funzionare; e
stavolta gli hanno dato un giocattolone,
l’Istruzione. Se l’avessero data a me,
per prima cosa ne avrei cambiato il
nome, tornando all’antico: Pubblica
istruzione. I gestori possono essere
pubblici o privati, ma la funzione è
pubblica».
Il governo è chiamato a modificare la
linea della Moratti?
«È una linea che va modificata
profondamente. È vero che non si può
procedere a colpi di riforme e
controriforme, ma è anche vero che molte
scuole hanno resistito alla riforma
Moratti, che del resto in alcune sue
parti è tuttora inapplicata. A Fioroni
consiglio di mettersi in ascolto. Un
lungo viaggio di ascolto, prima di
scegliere».
Resta il fatto che ulivisti come lei,
la Melandri, Enrico Letta sono
penalizzati rispetto all’altra volta.
«Enrico è in un posto-chiave. C’è Parisi
alla Difesa. E poi in questi mesi i più
accaniti sostenitori del partito
democratico sono stati D’Alema e Rutelli.
Ora sono chiamati alla prova. Altro
discorso è la questione delle donne».
Si diceva: molte, e in posti-chiave.
«Al di là del numero, su cui, come dice
Prodi, non accettiamo lezioni dalla
destra, visto che 6 è più di 2, stavolta
c’era la possibilità di assegnare
qualche ministero più importante a una
donna. Esiste una questione di potere:
ancora una volta, il potere non va alle
donne. Non c’è stato il coraggio di
mandare una donna nella sfera di potere
riservata agli uomini, dove mi sarebbe
piaciuto vedere al lavoro una di noi,
come accade in altri Paesi».
Ha letto la lista dei sottosegretari?
Si segnala il viceministro Verzaschi,
sino a poco tempo fa dirigente di Forza
Italia.
«Senza quello spostamento il
risultato delle scorse regionali nel
Lazio sarebbe stato diverso. In queste
circostanze è premiata l’utilità
marginale. I sacrifici si chiedono ai
fedelissimi, a quelli che ci sono
sempre».
A lei. Che cosa farà da ministro
della Famiglia?
«È un ministero da inventare. L’Italia
non ha mai avuto un’organica politica
della famiglia; è tempo di dargliela. Il
tema ne incrocia molti altri: il fisco,
i servizi sociali, il lavoro. Siamo il
Paese al mondo con più anziani e meno
bambini. Il mio obiettivo è aiutare i
tre milioni di anziani non
autosufficienti, e far sì che tutte le
coppie possano avere tutti i figli che
desiderano».
Anche facilitando le adozioni e la
fecondazione assistita?
«È fondamentale che nessuna coppia sia
costretta a rinunciare a un figlio
perché non ha i mezzi per crescerlo.
Detto questo, le adozioni sono uno dei
campi in cui l’Italia deve diventare un
po’ più europea. La legge sulla
fecondazione va affidata al Parlamento.
Sbaglia sia chi dice che non va toccata,
sia chi dice che va stravolta. Un anno
fa prevalse l’astensione; ma gli
astensionisti sostennero tra l’altro che
non poteva essere un referendum a
sciogliere il nodo. Mancarono allora una
riflessione e una discussione che adesso
sono necessarie».
E sui Pacs, contro cui è tornato a
esprimersi Benedetto XVI?
«Nel programma dell’Unione questa parola
non c’è. Si parla di unioni civili, e di
diritti da garantire».
Diritti delle persone, da regolare
nella sfera del diritto privato, come
sostiene ad esempio Rutelli? O le unioni
civili potranno avere un riconoscimento
pubblico?
«A me pare che non sia possibile né
giusto separare rigidamente le due
sfere, quando si parla di diritti delle
persone. Dov’è il confine tra privato e
pubblico? Se c’è una norma che si
applica a due persone, anche i terzi
sono tenuti a rispettarla. Vedremo. Ne
discuteremo. Dovremo evitare uno scontro
ideologico».
Ruini ha espresso il suo
compiacimento per la nascita del
ministero della Famiglia. Contenta?
«Molto. Le parole di Ruini sono state
una delle consolazioni di questi ultimi
giorni. Vede, io sono apparsa a volte
come una cattolica del centrosinistra,
che prende posizioni anche un po’
critiche verso la Chiesa. Ora il mio
essere credente è messo alla prova:
dovrò trovare una sintesi fra i miei
valori e il rispetto per il pluralismo e
l’evoluzione della società, per le idee
e le inclinazioni diverse».
Esiste un’ingerenza eccessiva della
Chiesa nella politica?
«La Chiesa non può non dire quello che
pensa. Ma la politica non può non
assumersi la responsabilità delle
mediazioni e delle scelte. Non dovremmo
preoccuparci per le parole dei vescovi,
ma eventualmente per il nostro
silenzio».
Da destra le contestano di fare il
ministro della Famiglia senza essere
moglie né mamma. Avvenire la difende.
«È una questione che anch’io pongo a me
stessa. L’ho anche detto, a Prodi e a
Rutelli. Ma forse il mio profilo mi
consente di capire le ragioni di tutti,
e le tante forme di famiglia. Al Senato,
Lidia Menapace mi invita a badare anche
alle patologie familiari. Ha ragione: la
famiglia può essere il luogo degli
affetti più grandi, ma anche dei soprusi
e dei delitti più atroci».
Ministro Bindi, il suo profilo le ha
attirato ostilità ma anche affetto. Lei
fu un punto di riferimento della
stagione dei girotondi. Il criterio con
cui è nato il governo non rischia di
rinfocolarli?
«Spero proprio di no. Quel biennio
risvegliò il centrosinistra. Guai se ne
perdiamo lo spirito. Furono poste
questioni centrali: conflitto di
interessi, Costituzione, pace, legalità,
giustizia, scuola, sanità. Impegni che
ora sono nel nostro programma. Se vi
verremo meno, se non regoleremo il
conflitto di interessi, se tradiremo
l’amore della legge, allora ci
ritroveremo ancora di fronte il nostro
popolo arrabbiato. E poi a me il film di
Moretti è piaciuto molto».
Compreso il finale fosco, quasi da
guerra civile?
«Non dobbiamo sottovalutare la gravità
di quanto è accaduto al Senato, i fischi
a Ciampi e agli altri senatori a vita,
le parole incredibili di Berlusconi.
Berlusconi non va sottovalutato. Mai».
Aldo Cazzullo |