|
di Paolo Hutter
La
sensazione straordinaria è stata che
l’intera città abbia fatto proprio il
Pride. Dai ragazzini alle madame del
popolo. La distinzione tra partecipanti
e spettatori passava per sfumature.
Già a Porta Susa l’attenzione non era
più tanto catturata dall’interrogativo
su quanti (pochi) ministri o sindaci
sarebbero venuti, né su quanti gruppi
gay del centro Sud sarebbero arrivati.
Il Pride era la gente, erano le
diverse sfumature della partecipazione.
Certo il ragazzo a torso nudo che
ballava sul carro musicale non era la
stessa cosa della femminista torinese
che scende in piazza da trent’anni. E la
anziana signora semplice che mi
rispondeva “sono torinese, vengo a
vedere le manifestazioni nuove che
arrivano” non è la stessa cosa degli
studenti che si inseguivano con gli sms.
Ma tutto si combinava in una
straordinaria armonia, in cui ciascuno
si sentiva libero di essere sé stesso e
di modulare curiosità e partecipazione
solidale, azione e osservazione. Grazie
alla gente di Torino è stato uno dei
più bei Pride della storia italiana.
Tra gli ingredienti e i precedenti di
questo successo ci possiamo mettere
tante cose: anche le recenti Olimpiadi e
le più antiche manifestazioni del Fuori
di 25 anni fa. La percezione della
questione omosessuale è dopo questo
sabato più ricca, ma lo è anche la
percezione umana – non cerebrale e
astratta – della questione laica. Ci
sarà da litigare ancora sulle riforme,
la famiglia,la morale. Ma per quello che
poteva essere e dare, il Pride ha
stravinto. Mi viene in mente un
verso di De Gregori: “la storia siamo
noi, nessuno si senta offeso”.
|