|
Discriminazioni,
pregiudizi, violenze fisiche e verbali contro la comunità
omosessuale sono la norma nei Paesi balcanici – una norma che
purtroppo rimane spesso impunita. Essere omosessuale è sempre
stato un tabù, e i pochissimi gay e lesbiche che osano sfidare
la mentalità tradizionale, influenzata dai dettami
inflessibili e omofobi della Chiesa Ortodossa, vengono
emarginati se non incarcerati.
Albania e Macedonia: intolleranza e maschilismo
In Albania, Paese a maggioranza musulmana, l’unica
associazione degli omosessuali albanesi (“Shoqata Gay
Albania”, cioè “Associazione Gay Albania”) è stata messa fuori
legge. Non esistono nemmeno bar o locali dove la popolazione
omosessuale possa incontrarsi e riunirsi liberamente. Durante
gli anni del comunismo i gay e le lesbiche erano considerati
dei traditori, e come tali venivano arrestati ed emarginati
dal resto della società. E anche se oggi c’è una certa
tolleranza non è ancora possibile dichiarare in pubblico di
essere omosessuali. perché per la maggior parte degli albanesi
questo è ancora motivo di vergogna.
Anche in Macedonia, patria del gay più celebre della storia
dell’umanità – l’imperatore e conquistatore Alessandro Magno –
la maggior parte degli omosessuali sogna la vivacità delle
notti di Belgrado e dei suoi locali gay.
Bosnia, rurale e bigotta
Fino a poco tempo fa in Bosnia-Erzegovina, Paese dove
convivono cattolici, musulmani ed ortodossi, l’omosessualità
era illegale. Non c’era una comunità gay ben strutturata. E
questo è comprensibile anche per un fattore geografico: la
maggior parte della popolazione bosniaca vive in piccoli paesi
e borghi isolati, dove il controllo sociale sulle persone è
totale e capillare. «Non c’è niente di peggio che essere gay,
qui nei Balcani» dice Kenan Dizdar, uno degli attori di Go
West. Un film, questo, sulla guerra bosniaca, che ha scatenato
un vivace dibattito sul tabù dell’omosessualità. Secondo
Dizdar l’odio per gli omosessuali sopravviverà persino alla
guerra fratricida fra serbi, musulmani e croati. E aggiunge:
«Getteranno le armi ma continueranno ad odiare gli
omosessuali».
Ma le polemiche contro il film si sono scatenate ancora prima
della sua uscita nelle sale: si racconta la storia di due
amanti, un musulmano ed un serbo, che agli albori della guerra
civile riescono a fuggire da una Sarajevo sotto assedio
cercando disperatamente di proteggere il loro amore. Vari
gruppi religiosi e conservatori hanno accusato il regista
Ahmed Imamovic e lo sceneggiatore Enver Puska di
strumentalizzare e ridicolizzare le sofferenze patite dai
musulmani durante la guerra civile per creare una pellicola
che ammicca al pubblico occidentale. «Non potete confondere la
tragedia bosniaca e le sue 250.000 vittime con la storia
privata di due omosessuali» afferma gelido il giornalista
musulmano Fatmir Alispahic a film non ancora uscito in sala.
Go West non ha nemmeno potuto partecipare all'ultimo Film
Festival di Sarajevo nelle categorie ufficiali, ma è stato
relegato nella sezione "fuori concorso". E come se non
bastasse, una sferzante pioggia di critiche e polemiche si è
riversata sul suo regista e sul cast di attori.
Romania, criminalizzazione ed estremismo
Per i gay rumeni le cose non sono cambiate nemmeno dopo la
rivolta popolare che ha rovesciato il regime comunista di
Ceausescu. Decine di omosessuali sono stati incarcerati,
processati e condannati a pene durissime e soggetti a
condizioni carcerarie assai peggiori di quelle degli altri
detenuti.
E secondo alcuni attivisti per i diritti umani la tortura era
una normale prassi. Ma non solo: alla fine degli anni Novanta
il governo rumeno ha inasprito alcune norme del Codice Penale
introducendo pene più dure per gli omosessuali. Una
controriforma duramente criticata dal Parlamento Europeo, che
ha condannato «qualsiasi tentativo di criminalizzazione dei
rapporti sessuali fra persone adulte dello stesso sesso».
Nonostante le dure proteste delle autorità religiose rumene,
che considerano ancora gli omosessuali «figli del peccato»,
target=”_blank”>la legge è stata finalmente abrogata, seppure
dopo una sequela di arresti ed intimidazioni. Oggi esistono
alcune associazioni gay e anche locali per gay, ma i
pregiudizi non sono ancora crollati. Basta pensare che il
principale partito estremista rumeno, Romania Mare, continua
sistematicamente ad “accusare” alcuni avversari politici di
pratiche omosessuali per screditarli.
Serbia, l’omosessualità è una malattia?
Anche i gay serbi vivono una realtà soffocante, oggetto di
pregiudizi e di violenze fisiche e verbali. Ma non potrebbe
essere altrimenti: i mezzi di comunicazione sono per la
maggior parte omofobi, i politici ignorano sistematicamente le
richieste delle comunità gay e la società serba considera
l’omosessualità una malattia. Su un campione di
millecinquecento intervistati dall’Istituto Factor Agency, il
54,3% crede che gli omosessuali dovrebbero «essere curati».
Ancora secondo il sondaggio il 14,5 % dei serbi pensa che
l’omosessualità dovrebbe essere illegale mentre il 10%
vorrebbe che gli omosessuali venissero «emarginati» dalla
società. Ma le tinte più fosche di questo quadro sono le
aggressioni ai gay, un fatto normale ed accettato nella
società serba. Durante il Gay Pride organizzato a Belgrado nel
2004, decine di omosessuali che rivendicavano i loro diritti
sfidando l'intolleranza sono state aggrediti e feriti da
centinaia di estremisti di destra, sotto gli occhi della
polizia connivente, che non ha mosso un dito. E non passa
giorno in cui il Movimento Patriottico Obraz non attacchi gay
e lesbiche. Perché il loro orientamento sessuale «offende la
nazione serba».
Ricardo Angoso - Madrid - 7.7.2006 | Traduzione: Michela
Pistidda
|