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VIVERE ALL'AVANA SENZA PIU' SOGNI 
 
C'è stata un'epoca in cui i genitori pensavano che l'arte avrebbe trasformato in omosessuali i loro figli o in sgualdrine le loro figlie, ma adesso tutti vorrebbero avere un artista in famiglia"


AlarcÓn lo ammette apertamente: i Cinque erano spie, ma sostiene che non intendevano danneggiare in alcun modo gli Stati Uniti. Loro unico obiettivo, ha detto, era quello di prevenire il terrorismo. AlarcÓn ne ha fatto la sua crociata personale: vuole riportare a casa i Cinque. Gli ho chiesto se per caso in questa sua crociata il senso di colpa non giochi un ruolo preciso: non è che Cuba ha indirettamente tradito la presenza di quegli uomini a Miami? AlarcÓn mi ha risposto: "Non pensi neppure per un minuto che Cuba possa aver sconsideratamente passato questa informazione che in qualche modo ha portato gli americani a individuarli: saremo anche dilettanti nel baseball, ma in questo campo siamo dei veri professionisti". Come tutti quelli che fanno parte della cerchia degli intimi di Castro, AlarcÓn in pubblico è riservato e schivo in modo alquanto deciso. La maggior parte dei cubani lo considera un moderato. è una figura familiare e rassicurante per gli stranieri che visitano Cuba. AlarcÓn è da tempo candidato alla carica di primo ministro nel governo di transizione, ma non vi è niente di sicuro: potrebbe inoltre dover competere con Pérez Roque, ritenuto il portavoce ufficiale della Battaglia delle Idee di Castro. Pérez Roque è un uomo tarchiato e robusto e ha un incedere che ricorda un bull-terrier. All'età di 21 anni è diventato segretario personale di Castro ed è rimasto in quella funzione per sette anni. Nessuno dubita della sua devozione a Castro: egli ne riprende politiche e opinioni con un fervore senza pari, persino a Cuba. Nel 1999 Castro lo ha nominato ministro degli Esteri. Pérez Roque aveva soltanto 34 anni e pareva privo di tatto e inidoneo al compito. è stato soprannominato "Fax", nel senso che viene equiparato a un semplice trasmettitore delle parole di Castro. In questa veste si è tuttavia fatto una posizione col tempo, guadagnandosi un certo rispetto, per non dire popolarità. Il fedele veterano mi ha detto che è chiaro che Castro ha "scelto" Pérez Roque per farne il capo del team della successione sotto il temporaneo comando di RaÚl, ma ha aggiunto che Pérez Roque è "di vedute troppo ristrette" per le giovani generazioni di cubani. Altri cubani con i quali ho parlato si sono detti d'accordo con questa opinione. Tutti ricordano che nel 2001, quando Castro svenne, fu Pérez Roque a farsi avanti e a prendere il microfono. In un eccesso di zelo incitò la folla al grido di "Viva Fidel! Viva RaÚl!". Ho vissuto all'Avana nel Periodo Speciale. Il governo non poteva permettersi di importare carburante. Per le strade dell'Avana le biciclette soppiantarono le automobili, e tutti i giorni c'erano blackout che potevano durare anche dodici ore di seguito. Molte persone non avevano abbastanza di che nutrirsi: sopravvivevano soltanto con l'alimento tipico cubano, il chÍcharo - un porridge di piselli secchi spezzati -, o con acqua e zucchero. Il crimine aumentò vertiginosamente e dilagò. Castro reagì consentendo con alcuni limiti l'industria privata, legalizzando l'uso del dollaro e aprendo Cuba al turismo. Questi provvedimenti salvarono il regime. Le riforme del Periodo Speciale furono attuate da Carlos Lage, il terzo componente del team di soccorso. Ultimamente, però, Lage pare essere stato messo in secondo piano, quanto meno in termini di politica economica interna. Al suo posto, mi ha detto uno ben introdotto nel Partito, è Castro a occuparsene. "E questo preoccupa la popolazione, perché come tutti sappiamo, l'economia non è certo il punto forte di Fidel". Le contraddizioni della società cubana sono evidenti e sono inquietanti. Le antenne satellitari sono proibite, ma molte persone le installano di nascosto e spesso le sintonizzano sulle emittenti televisive anticastriste di Miami. Le prostitute che durante gli anni più duri dei Novanta si raccoglievano apertamente nelle strade dell'Avana oggi sono meno visibili, ma malgrado le severe misure restrittive contro il commercio del sesso, sono ancora in attività. Ho fatto visita a un'anziana membro del partito che mentre eravamo seduti sulla sua terrazza a bere succo di tamarindo si è lamentata a lungo della recente direzione presa da Castro, la campagna di risparmio energetico annunciata in modo plateale, il cui punto centrale prevede l'assegnazione a ogni focolare cubano di una nuova pentola a pressione prodotta in Cina. "Dopo quarantasette anni di rivoluzione tutto quello che ci ritroviamo è una pentola a pressione?" ha amaramente osservato. E in più le pentole non sono neppure gratuite: "L'energia è soltanto l'ultima sua ossessione in ordine di tempo e come tutte le altre sue ossessioni che si sono succedute in passato" - ne ha elencate alcune delle più donchisciottesche, come il tentativo fallito, negli anni Ottanta, di produrre e allevare una "supermucca" - "non abbiamo altra scelta se non quella di rassegnarci". Mi ha poi detto che è giunta l'ora per Castro di farsi da parte. "Quando oggi vedo Fidel parlare mi sembra di vedere il mio bisnonno, che parla senza nessun motivo particolare. Non ha più nulla da dire. Fa anche pietà... il popolo qui lo rispetta ancora, ma non lo ascolta più. Dopo di lui non c'è nessuno. I suoi successori dovranno aprire. è questa l'unica cosa che dovranno fare. Non sono stupidi. La gente è stufa". Una domenica pomeriggio mi sono recato al parco Lenin, alla periferia dell'Avana. Un'orchestrina di salsa suonava per una folla composta da 400-500 persone, quasi tutte giovani, che ballavano e bevevano birra in bicchieri di carta. Alla fine del concerto circa duecento giovani hanno iniziato a uscire dal parco e si sono avviati lungo la strada che conduce in centro. Un furgoncino della polizia era parcheggiato in mezzo alla strada, e tutto intorno a esso c'era una dozzina di agenti in uniforme blu. All'improvviso uno di loro ha colpito alla testa un adolescente con un manganello. Altri agenti si sono avvicinati e si sono uniti al pestaggio, prendendo il ragazzo a calci e colpendolo in tutti i modi possibili. Lo hanno poi trascinato fino al furgone e lo hanno gettato dentro. Numerosi altri giovani si coprivano il volto con le mani e procedevano con passo malfermo. Ho capito che gli agenti avevano spruzzato loro in faccia uno spray urticante. Nei cinque minuti successivi gli agenti hanno picchiato e arrestato otto o nove giovani, nessuno dei quali, per quanto io ne sapessi, aveva fatto alcunché di particolare per provocarli. La gente è rimasta semplicemente a guardare o si è allontanata, portandosi fuori dal raggio d'azione dei poliziotti. Ho chiesto a un signore che cosa avessero mai fatto quei ragazzi ed egli sottovoce mi ha risposto: "Niente. Uno di loro probabilmente ha detto qualcosa a uno degli agenti. I poliziotti stanno soltanto cercando di far capire chi è che comanda. Fanno sempre così". Gli spettatori avrebbero potuto essere molto meno calmi e composti se non ci fosse Castro. Nell'estate del 1994, al culmine del Periodo Speciale, dopo numerosi scontri tra le autorità e tutti coloro che avrebbero desiderato emigrare, centinaia di uomini e giovani si ribellarono lungo il MalecÓn. Castro si recò sul posto e insieme alle sue preoccupate guardie del corpo si lanciò nella mischia. I manifestanti si erano armati di sassi e mattoni, ma non appena si accorsero della presenza di Castro li lasciarono cadere a terra e iniziarono ad applaudire. Il parapiglia, che si stava propagando in maniera alquanto pericolosa, iniziò a stemperarsi. Una volta andato via Castro, arrivarono le squadre antisommossa della polizia, insieme a interi camion pieni di uomini armati di manganelli, appartenenti a una brigata scelta. Inseguirono, picchiarono e arrestarono i manifestanti rimasti. è difficile immaginare che uno qualsiasi dei potenziali successori di Castro abbia l'autorità di mettere a segno un'impresa analoga: una sollevazione popolare potrebbe dilagare in tutta l'isola se rimanesse priva di controllo o se le forze di sicurezza dovessero reagire in maniera sconveniente. Negli ultimissimi anni Castro ha aumentato considerevolmente il numero degli agenti di polizia schierati all'Avana e ha concesso loro stipendi equiparabili a quelli dei medici. Molti poliziotti provengono dalle province orientali rurali di Cuba, dove il governo gode di un forte sostegno, ma sono disprezzati da molti degli habaÑeros, al loro confronto più cosmopoliti. All'Avana ho fatto visita a una coppia di cubani che conosco da molti anni. Sono rimasto sconvolto dal loro tenore di vita. Alcuni dei loro mobili sono stati venduti ed entrambi mi sono parsi assai smagriti. Oggi sono sulla sessantina e guadagnano l'equivalente di circa 60 dollari al mese - molto più di quanto guadagna la maggior parte dei loro concittadini. La moglie mi ha detto: "Sai, per vivere a Cuba abbiamo soltanto tre alternative, note anche come le tre "R": robar, remar o rezingarse". Robar significa rubare. Remar significa remare, come è necessario fare su una barca diretta in Florida. E rezingarse è una variante della parola resignarse che significa "rassegnarsi", ma poiché nello slang di Cuba zingar significa "fottere", rezingarse significa letteralmente "fottersi". Il 2 giugno, il giorno prima del 75esimo compleanno di RaÚl Castro, Granma ha pubblicato un supplemento speciale di otto pagine intitolato "RaÚl visto da vicino". Il supplemento conteneva articoli intitolati "Il Capo", "Valori Patriottici" e "Capace, Responsabile e Brillante". In un paragrafo qualsiasi RaÚl è descritto così: "Affabile, affettuoso, umano, comprensivo. Sa come essere serio ed esigente ma al tempo stesso è amichevole e capace di ascoltare una storia o di ridere per una barzelletta: profondamente umano". L'articolo termina con le parole di Fidel che spiega per quale motivo RaÚl dovrebbe succedergli: "L'ho scelto non perché sia mio fratello - tutto il mondo sa quanto io odi il nepotismo - ma perché sul mio stesso onore io lo ritengo avere le qualità necessarie un giorno a sostituirmi, nel caso in cui io debba morire in questa battaglia". Un paio di giorni dopo ho ricevuto un messaggio di posta elettronica da un amico all'Avana che così considera il supplemento: "Qui tutti pensano che voglia dire che ha avuto inizio la "campagna elettorale", ovvero la campagna per preparare i cubani alla successione al potere di RaÚl". RaÚl appare di rado in pubblico insieme al fratello maggiore. I giornalisti stranieri non sono mai invitati ai suoi discorsi ed egli non concede mai interviste. Nel corso delle mie visite a Cuba degli ultimi 15 anni, ho incontrato RaÚl di persona soltanto una volta, alla manifestazione annuale del Primo Maggio in Plaza de la RevoluciÓn, nel 1993. Si era unito al resto del Politburo sul palco, e stava in piedi accanto a Fidel, ma non proprio vicino. Mentre Fidel sovrintendeva ai discorsi solennemente, RaÚl prendeva la situazione alla leggera. In quel periodo un velo di segretezza circondava il clan Castro. La maggior parte dei cubani non conosceva neppure il nome della moglie di Castro, né sapeva quanti figli avessero. Da allora, tuttavia, numerosi membri della Famiglia Più Importante di Cuba hanno iniziato una sorta di graduale debutto che pareva li dovesse preparare a occupare ruoli più ufficiali. Dalia Soto del Valle, moglie di Castro da circa 40 anni (non è chiaro quando e se si siano mai sposati legalmente) si è fatta vedere di più a partire dal caso EliÁn GonzÁlez. Ha dato a Castro cinque dei suoi figli: Alessio, Alessandro, Alejandro (Castro è affascinato da Alessandro il Grande), Antonio e Angelo. RaÚl Castro e la moglie Vilma EspÍn, laureatasi all'Mit e capo della Federazione Femminile di Cuba, hanno quattro figli e anche loro di recente si fanno vedere in giro di più. Quando la primavera scorsa ho cenato con lui, Ricardo AlarcÓn mi ha detto che la figlia maggiore di RaÚl, Mariela Castro EspÍn, sessuologa, sta esercitando forti pressioni sull'Assemblea Nazionale per riformare le leggi cubane a favore dei transessuali e dei travestiti. "Mi sta facendo impazzire" ha detto ridendo AlarcÓn. Sono andato a far visita a Mariela Castro presso l'Istituto Nazionale di Educazione Sessuale, il Cenesex, ospitato in una vecchia villa del XIX secolo nel quartiere Vedado, con un grande porticato e alberi rigogliosi ai lati. Mariela, una donna attraente alla fine della trentina, dal modo di fare rilassato, dirige il Cenesex dal 2000. Ci siamo accomodati a parlare in un piccolo ufficio al piano di sopra. "Senta, molte persone credono che io sia riuscita a fare quello che ho fatto grazie al mio cognome" ha esordito. "Invece è vero il contrario: spesso i legami di famiglia nella vita sono un ostacolo. Io non posso far sì che le mie proposte passino da mia madre o mio padre, perché nessuno dei due me lo permetterebbe. Qualsiasi cosa io voglio fare devo farla tramite i canali ufficiali. Il fatto è che quando poi mi rivolgo a questi canali ufficiali la gente non sa mai come reagire, proprio per i miei rapporti con la famiglia. Sia Mariela Castro sia Ricardo AlarcÓn sottintendono che la Battaglia delle Idee ha effettivamente dato il via a una sorta di apertura sociale e culturale. Durante la nostra cena all'Hotel Nacional, AlarcÓn ha accennato al fatto di essersi presentato spontaneamente poco tempo fa per inaugurare una mostra di fotografie di Robert Mapplethorpe all'Avana. "Qualcuno ha avuto da ridire", ha detto. Il governo nonostante ciò pare fare sul serio per quello che concerne le iniziative artistiche: sono state aperte, per esempio, una miriade di nuove scuole d'arte e di danza, e sono stati varati programmi educativi che almeno in parte sono considerati un modo per togliere i giovani cubani dalla strada. Abel Prieto, ministro della Cultura di Cuba mi ha detto: "Il desiderio di farsi una cultura, il prestigio sociale di chi è artista, intellettuale o scrittore sono enormemente cresciuti. C'è stata un'epoca in cui i genitori pensavano che l'arte avrebbe trasformato in omosessuali i loro figli o in sgualdrine le loro figlie, ma adesso tutti vorrebbero avere un artista in famiglia". Prieto supera il metro e ottanta di altezza e con i suoi favoriti e i capelli lunghi che gli arrivano alle spalle, si staglia come una figura assai incongrua nelle vesti di funzionario di alto grado del Partito Comunista. Uno dei successi di cui va maggiormente fiero è quello di aver dato a una delle piazze della Vecchia Avana il nome di Parco Lennon, con tanto di statua in bronzo di John Lennon. (Negli anni Sessanta la "decadente" musica dei Beatles era proibita a Cuba). Parla apertamente dell'uso che si fa nella televisione di Stato di programmi pirata: "Noi non paghiamo i diritti per il materiale televisivo, perché siamo sotto embargo. Quindi attingiamo molto da vari canali, come Discovery Channel, per esempio". Quando abbiamo visitato il più importante museo d'arte dell'Avana un entourage di ammiratori lo ha seguito di galleria in galleria. Prieto mi ha spiegato che la scena artistica all'Avana è diventata meno convenzionale e più "inquietante", anche se ne ho trovate poche tracce al museo. Un paio di giorni dopo, tuttavia, ho visitato una mostra d'avanguardia allestita dagli studenti della Scuola di Belle Arti. Il loro lavoro aveva un contenuto molto più politico di quanto avessi visto altrove all'Avana. In una vetrina, era esposto un peso cubano il cui slogan ufficiale "Patria Libre o Muerte" ("Patria libera o morte") era stato intagliato così che si leggesse "Patria Libre o Suerte" ("Patria libera o sorte"). In un angolo di una sala un vecchio registratore a bobine e un altoparlante suonavano a tutto volume, ripetendo incessantemente un brano di un discorso patriottico di Castro. Il tutto era collocato di fronte a un cartellone pubblicitario sul quale era scritto "Parlami soltanto di baseball". Cuba non ha vinto il torneo Baseball Classic, ma ci è andata vicina. La sera della finale contro il Giappone, disputata il 20 marzo a San Diego, in giro per l'Avana sono stati installati dei maxi schermi. Ho seguito la partita al Parque Central, nella Vecchia Avana insieme a centinaia di cubani. A partire dal primo inning, quando Cuba ha segnato, la piazza si è trasformata in un muro compatto, animato, chiassoso e festoso. Il vantaggio cubano non è durato, tuttavia, e il Giappone ha vinto 10 a 6. Il giorno seguente le autorità dell'Avana hanno organizzato ugualmente un caloroso benvenuto per la squadra con una processione per la vittoria attraverso l'Avana, lungo strade stracolme di Giovani Pionieri che sventolavano bandiere, culminata poi in un raduno nello stadio municipale dello sport, dove era presente lo stesso Fidel Castro. Uno alla volta i giocatori della squadra si sono avvicinati per salutare Castro. Lui ha dato a ciascuno di loro una pacca sulla schiena, ha sorriso, ha consegnato le nuove mazze che due giovani donne in uniforme militare gli andavano porgendo. Quando si è fatto avanti Antonio Castro, il medico della squadra, lui e il padre tuttavia si sono scambiati una stretta di mano formale. Poi per Castro è stata la volta di prendere la parola. Con un tono di voce da nonno che ammonisce, Castro ha detto che così tanti cubani avevano seguito l'incontro di Baseball Classic che "la nostra rete elettrica è stata sul punto di cedere". Ha detto che ciò che la squadra cubana aveva conseguito era un successo colossale. "Il fatto che una modesta isoletta nei Caraibi sia riuscita a competere con un Paese come il Giappone in un evento sportivo di livello internazionale... è un risultato di enorme portata!". Castro ha poi iniziato a sfogliare alcuni ritagli di giornale che si era portato dietro. Ha borbottato che non erano in ordine. Sono trascorsi alcuni minuti prima che trovasse quello che stava cercando, un articolo nel quale un'agenzia internazionale elogiava la prestazione della squadra cubana nel Classic. Castro ha iniziato a leggerlo ad alta voce. La voce gli tremava. Ha finito di leggere quell'articolo e poi ne ha letto un altro. E un altro, e un altro, e un altro ancora per oltre mezz'ora. Gli studenti intorno a me sulle gradinate erano ormai palesemente annoiai. Molti stavano iniziando ad agitarsi e a chiacchierare. Alcuni dormivano. Mentre Castro leggeva la cronaca del El Nuevo Herald di Miami, e poi dell'Espn, e poi quella della Bbc, mi ha molto colpito il fatto che stesse comunicando notizie provenienti da fonti precluse alla maggioranza dei cubani. Se anche era consapevole del paradosso della circostanza, non lo ha dato assolutamente a vedere. Quando ha finito di leggere gli articoli, ha parlato un'altra ora dei risultati conseguiti da Cuba nel settore della medicina e in quello dell'educazione. Il fracasso incessante nello stadio è andato aumentando, ma Castro è parso esserne del tutto inconsapevole. 

© 2006 Jon Lee Anderson (traduzione di Anna Bissanti).
 
  

La Repubblica - 18/08/2006


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