|
Un'utopia fatta di amore e molto, moltissimo, sesso. È la
visione gioiosa, erotico-acrobatica, omnisex e molto
newyokese di John Cameron Mitchell. Dopo anni di gestazione,
il regista/sceneggiatore/interprete di Hedwig and the Angry
Inch scrive e dirige Shortbus, un intricato affresco
d'hardcore orgoliosamente libero e «infantile», tratteggiato
tra stanze, letti e divanetti di Brooklyn e Manhattan, a
base di corpi che ridono, orgasmi inarrivabili, dominatrix
solitarie, psicologhe piene di problemi e allegre
coreografie erotiche che fanno pensare a un improbabile
musical (evidentemente ancora il genere favorito di Mitchell).
L'intervista che segue é stata realizzata a Cannes dove il
film, oggi nelle sale italiane, aveva avuto la sua prima
mondiale.
«Shortbus» è un film che hai impiegato molti anni a fare,
e mi sembra una risposta diretta al progressivo puritanesimo
verso il sesso che si sta sempre più affermando negli Stati
Uniti...
Immagino che tu abbia sentito che il nostro presidente
George Bush parla con Dio, non permette finanziamenti a
programmi anti-Aids che non siano fondati sull'astinenza.
Avrai sentito anche che alcuni dei nostri leader religiosi
hanno detto che gli omosessuali e gli immigrati sono
responsabili «della decadenza morale che ha causato 9/11»
... Il nostro paese vive un momento di grande paura e quando
la gente ha paura è facile pensare che la soluzione stia in
una dittatura. All'inizio avranno pensato che si trattava di
una dittatura benevola, adesso si stanno rendendo conto che
è il contrario. È stata una grossa disillusione per
moltissimi, e alcuni artisti hanno deciso di mettere quella
disillusione nel loro lavoro. Io mi sono sentito un po'
così. Shortbus è un film politico in modo molto subliminale,
forse solo una chiamata personale a favore della sanità di
mente, una riflessione sui limiti della solitudine, a
livello personale ma anche politico. Perché molti americani
credono che il loro sia l'unico paese al mondo, e pensare
così è essere soli. Scegliere se essere soli o meno è una
cosa con la quale ci confrontiamo tutti, come succede ogni
personaggio nel mio film. È forse il dilemma più importante.
E arriverei a sostenere che è impossibile sopravvivere da
soli. Nel film usiamo il linguaggio del sesso, nelle sue
intersezioni con l'amore e con l'arte, per esplorare la
solitudine.
Una delle cose che trovo interessanti è che dietro
all'uso molto esplicito che fai del sesso c'e' un messaggio
quasi «old fashioned».
È un messaggio molto tradizionale, tenero, persino un po'
hippie. Shortbus vuole essere anche un film patriottico su
un paese ancora pieno di gente ben intenzionata. Purtroppo
il cinismo sembra l'ultima risorsa a cui molti sono ricorsi
negli Stati Uniti per rispondere a ciò che sta succedendo:
essere critici o chiudersi in un ostinato silenzio. Ho amici
che si sono ritirati a vivere nei boschi senza nemmeno la
televisione per aspettare che sia finito il regno di Bush.
Sono cinici e amareggiati. È vero che Shortbus racconta un
po' di un «villaggio» particolare, un mondo a parte, ma
forse il nostro finale sentimentale con le luci che si
riaccendono è il mio modo - cattolico come la mia formazione
- di dire che non bisogna nascondersi nel buio ma lasciare
brillare la propria luce. Chissà che non serva anche a altri
a vedere meglio quello che c'è intorno.
Hai detto che questo film e' stato molto importante per
te anche a livelllo personale...
Sono cresciuto in circostanze di notevole repressione. La
mia era una famiglia di militari e io ero gay in un momento
in cui non lo si poteva ancora dichirare apertamente. Ero
terrorizzato dal sesso. Come in Hedwig ero terrorizzato dal
mio lato femminile. In Shortbus stavo chiaramente cercando
di superare certi miei atteggiamenti verso il sesso e certi
sensi di colpa. Lo stesso forse vale per i mie attori, e
credo che siamo usciti dall'esperienza tutti un pochino più
saggi.
Pensi che incontrerai problemi a far uscire il film negli
Stati Uniti?
Negli Stati Uniti c'è molto puritanesimo ma in un film puoi
mostrare quello che vuoi basta che si tratti di rapporti tra
adulti consenzienti. Il sistema dei ratings è infatti
volontario. In genere gli Studios vi sottostanno, ma un film
può a che uscire senza ratings...Come immagino succederà con
Shortbus (in effetti il film è uscito in ottobre senza
essere stato presentato al vaglio della Mpaa, la commissione
di censura n.d.r.). Comunque è stato provato anche in un
recente documentario, This Film Is Not Yet Rated di Kirby
Dick, che le scene di sesso tra omosessuali vengono tutt'oggi
percepite come più scabrose di quelle tra etero. Chiaro,un
po' di desiderio di provocare da parte nostra c'era.
Perché l'idea di costruire il film intorno a un «salon»
sessual/artistico?
Luoghi di quel tipo esistono nella realtà e nella mia vita.
È un modo molto umano di avere una vita sociale, di
condividere scambi sessuali e artistici. È un luogo dove
portare tutti gli appetiti che abbiamo nella vita. Nella
Harlem degli anni trenta, quella della Renaissance, c'erano
appartamenti chiamati buffet flats dove si divideva
l'affitto e ci si incontrava per fare sesso, musica o
fumarsi un joint. A New York la presenza dei salon è
aumentata a partire da quando Giuliani è diventato sindaco e
ha iniziato la sua crociata per chiudere bar aperti troppo
tardi, luoghi dove si poteva ballare...Mai che ci scappasse
una scopata! Sai com'è, dal ballo si arriva a altro ... La
vita notturna newyorkese era molto conservatrice ben prima
del'11 settembre. E sempre di più la gente faceva feste in
casa.
Hai pensato anche alla New York di Warhol?
È vero, anche se credo che nei Seventies si trattasse più di
una questione di «moda». Mi sembra che tutto il fenomeno
della factory fosse più cinico, c'era più droga... Prevaleva
la voglia di essere star. Erano degli anti-hippie. Noi siamo
più vicini agli hippie e al punk che ai «fashionisti». La
cosa eccentrica di Shortbus, comunque, non è tanto il sesso
quanto lo humor, che solo raramente è associato al sesso.
C'è un film tedesco di qualche anno fa, Taxi zum Klo, che è
stato molto importante in quel senso. Aveva dell'umorismo e
una certa malinconia che mi piacevano.
|