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Poche riforme ma certe, per
impostare un'agenda snella e possibilmente a tutti
intelligibile («Dobbiamo chiedere alla Crusca un sinonimo
per ammortizzatori sociali», celiava al proposito Francesco
Rutelli parlando ieri all'esecutivo della Margherita). È
questo il mandato politico affidato a Romano Prodi dal giro
di cene, vertici e incontri tenuti prima del conclave di
governo che si apre domani a Caserta. «Mi aspetto il meglio
da ogni ministro, mi aspetto iniziative condivise per il
2007. Le cose che ci piacciono le mettiamo nero su bianco e
poi, dopo una attenta scrematura, si giungerà ai progetti
definitivi, che potrebbero essere pochi, al limite anche
solo due», è il pensiero del premier.
Nonostante il rinsaldarsi del vecchio e temuto asse tra Ds e
Margherita, Prodi è molto soddisfatto del lavoro
preparatorio. Sente che la sua premiership è salda. Vede
bene che Rutelli, pur condividendo integralmente la
richiesta fassiniana di svolta riformista, si tiene alla
larga da qualsiasi tentazione di «strappo» e contestazione.
Sa che Massimo D'Alema è stato prezioso nel consigliare
prudenza al suo partito e nel chiedere di non aprire una
guerra tra riformisti e radicali dentro la coalizione. Ma il
Prof ha anche altri motivi per essere soddisfatto. Caserta,
per esempio, segnerà il rapido tramonto della Convenzione
per la riforma elettorale invocata da Giuliano Amato,
malvista dal Professore, non foss'altro per non essere stato
nemmeno avvertito della proposta, e destinata a essere
sacrificata sul tavolo delle compensazioni, per acquietare
una sinistra radicale che di Convenzione non ha mai voluto
sentir parlare. Del resto, di legge elettorale si è parlato
poco o nulla sia al vertice dei ministri ds dell'hotel Parco
dei principi, sia alla cena Prodi-Rutelli-D'Alema dell'altra
sera, sia all'esecutivo della Margherita e nell'ultimo giro
di faccia a faccia coi ministri, tra cui proprio Amato,
avuto ieri da Prodi a palazzo Chigi. Per la gioia del Prof,
il pallino sta insomma per tornare definitivamente nelle
mani del governo e ieri il ministro per i Rapporti col
Parlamento Vannino Chiti, che sul terreno di questa materia
s'è fatto più prodiano degli stessi prodiani, lo ha
sottolineato, chiedendo che si arrivi a una nuova legge
entro l'anno anche per scongiurare che si vada alle urne la
prossima volta con una legge figlia del referendum Guzzetta.
«Sarebbe sbagliato», ha spiegato Chiti. «Forse Prodi è un
po' troppo ottimista», commenta Franco Monaco, che come
tutti gli altri ulivisti dei Dl non approva la presa di
distanza del Prof dal referendum.
Molto si è parlato in casa Ulivo, invece, di un tema che
dovrebbe restare fuori da Caserta, i Pacs. O meglio, gli ex
Pacs, perché pare ormai sempre più forte dentro il futuro Pd
il fronte del no al riconoscimento giuridico delle coppie di
fatto e la linea di una regolarizzazione delle unioni civili
solo in termini di diritto privato. Non è questa solo la
linea dei teo-dem bensì di tutta la Margherita. E Fassino è
pronto al compromesso in nome della sintesi di culture
politiche all'interno di quello che sarà il Partito
democratico. La decisione presa è di non affrontare a
Caserta l'inevitabile scontro sul merito che si aprirà nella
coalizione e nel governo, e di limitarsi a confermare la
messa in calendario del provvedimento.
Al conclave, comunque, dovranno incontrarsi per forza i
ministri Rosi Bindi (Dl) e Barbara Pollastrini (Ds), dai cui
dicasteri dovrà uscire l'annunciato ddl del governo.
Entrambe si richiamano al programma dell'Unione, come tutti
tranne Clemente Mastella che quel punto non l'ha
sottoscritto, ma fra i due ministri le differenze ci sono
eccome. La bozza Pollastrini parla di registri collocati
alle anagrafi per il pubblico riconoscimento delle coppie
sia omo che etero. La responsabile della famiglia punta
invece al riconoscimento individuale dei diritti. E su
questa linea Prodi avrebbe già dato il suo assenso.
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