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Quando ha scoperto di essere gay,
Ubaid, 30 anni, di famiglia pakistana, ha iniziato a pregare
perché gli passasse. "Sono sempre stato molto religioso",
dice. Anni dopo aver rifiutato un matrimonio combinato ha
deciso di venire allo scoperto. Oggi è un leader di Imaan,
il gruppo di gay, lesbiche, bisessuali e transgender
musulmani del Regno Unito.
I gay musulmani non sono più invisibili. Se fino a qualche
anno fa il coming out era una scelta riservata a laici
coraggiosi, come avveniva in My Beautiful Laundrette, il
fortunato film di Stephen Frears, oggi questo succede con
musulmani praticanti che vogliono restare tali. Il network
di aiuto Imaan rappresenta la realtà più avanzata a livello
europeo. A Parigi c'è il gruppo Kelma, ma è beur, ovvero si
tratta di ragazzi che parlano arabo e francese ma non sono
religiosi praticanti. A Berlino e a Madrid non ci sono
ancora delle organizzazioni, per non parlare delle città
italiane, dove i musulmani gay non sono ancora venuti fuori.
I protagonisti londinesi invece sono quasi tutti nati e
cresciuti in Inghilterra, e quindi molto scolarizzati.
Imaan in particolare è la derivazione britannica di
un'associazione, Al Fatiha, che è nata negli Stati Uniti su
Internet. Il loro sito spiega che il Corano non condanna
l'omosessualità, che la legge islamica non è immutabile, che
il mondo è pieno di musulmani gay, lesbiche e bisessuali,
che i loro genitori si possono tranquillizzare.
Dice Ubaid: "Oggi le nostre maggiori preoccupazioni sono l'Islamofobia
nella comunità gay e i musulmani che dicono che non si può
essere credenti e gay allo stesso tempo". Al Pride londinese
dell'estate scorsa ho visto per la prima volta sfilare un
carro di gay e lesbiche dal volto semicoperto, di aspetto
mediorientale con cartelli che declamavano "Proud To Be Gay,
Proud To Be Muslim". E tutto questo succedeva pochi giorni
prima del primo anniversario dell'impiccagione in Iran di
due diciottenni colpevoli di avere rapporti sessuali. Non
solo. Qualche settimana dopo due gay - uno di origine turca
e l'altro libanese - si sono anche sposati, cioè hanno
usufruito della legge inglese che riconosce le relazioni tra
due persone dello stesso sesso.
Omar, 23 anni, e Kemal, 25, hanno voluto farlo per coerenza,
per coscienza e naturalmente per amore, in forma privata e
senza darsi in pasto ai mass media. "Siamo una città
veramente multietnica e questo inizia a riflettersi anche
nell'ambiente gay", mi raccontava l'ispettore Stephen
Warwick della Metropolitan Police, gay e specialista contro
l'omofobia. "Conosco molti gay islamici, e so di parecchi
che sono tranquillamente conosciuti come tali e accettati
nei loro ambienti. La fede e gli ambienti islamici sono
molto più inclusivi e tolleranti di quel che comunemente si
pensi", riprende Warwick. "Io stesso ho avuto una relazione
con un mezzo pachistano. Naturalmente ce ne sono anche di
velati e nascosti. Ma non è facile dire in che proporzione".
"Quasi tutti abbiamo fatto il coming out in famiglia e
viviamo abbastanza bene", conferma Qurra, del gruppo
emergente Lgbt islamico, che al Pride era protetto da kefia
e occhiali, "ma quasi nessuno di noi vuole essere
completamente riconoscibile sui media. C'è ancora una certa
riservatezza per non mettere in difficoltà le nostre
famiglie con altri parenti o con i vicini". Mi trovo alla
conferenza di Amnesty International Prides contro il
pregiudizio dove in una conferenza sono emersi per la prima
volta anche una coppia di genitori che hanno raccontato come
è stato duro per loro accettare l'omosessualità del figlio e
come continui a essere difficile spiegare agli altri parenti
perché il figlio "ancora" non si sposa. Più tardi incontro
anche il leader di Lgbt, Hannaan, e Khi Rafa, leader del
gruppo di lesbiche nere di Bluk, Black Lesbians UK. La
nostra conversazione assume un immediato sapore politico.
Loro ci tengono a difendere le loro comunità da possibili
pregiudizi "bianchi". "Le nostre difficoltà sono
innanzitutto col razzismo, poi col sessismo e infine con
l'omofobia", dice Khi Rafa. E Hannaan definisce il suo
gruppo come quello che "da semplice strumento di aiuto per
persone che si sentivano isolate è diventato un'associazione
che sostiene la sfida contro la islamofobia nel mondo lgbt e
la omofobia nelle comunità islamiche".
Quando ipotizzo che il peggior nemico di gay e lesbiche nel
mondo è il fondamentalismo islamico i miei interlocutori si
ribellano all'unisono. "È un pregiudizio. Ci sono stati
attentati mortali a Londra contro locali gay da parte di
estremisti cristiani omofobi", risponde Hannan. Per loro non
c'è più fondamentalismo islamico che cattolico o cristiano.
"Ci sono omofobi in tutti i Paesi, le comunità, le
religioni", dice Khin Rifa. "Con l'Islam condividiamo alcune
questioni politiche fondamentali, come la causa
palestinese", dice Hanaan. "Poi è chiaro che noi difendiamo
la nostra vita, i nostri diritti, la fierezza di essere gay
e lesbiche. No, secondo noi, il Corano non condanna l'amore
omosessuale. Ma a parte politica e teologia ci occupiamo di
aiutare chi è appena arrivato e richiede asilo per sfuggire
a persecuzioni omofobe di Paesi rischiosi".
Gli chiedo se hanno uno stile diverso da quello dei gay
bianchi. "Siamo molto diversificati, non c'è una linea da
seguire. Ci sono quelli che frequentano i locali notturni e
quelli che fanno vita più ritirata". Non hanno voglia di
raccontarmi episodi di vita personale. Dopotutto sono un
giornalista. È successo anche qualche mese fa quando Channel
Four ha mandato in onda il prmo documentario su questa
realtà: l'unico ad essere stato intervistato col volto
scoperto è stato il leader di Imaan. In più sospettano che
sia un islamofobo. A essere riabilitato mi aiuta il
colloquio con Ali Hili, iracheno richiedente asilo, 33 enne,
superintervistato anche dalla Bbc. "Sono venuto a Londra
poco prima dell'invasione perché la situazione economica
dell'Irak era insopportabile", dice. "Ma adesso lì è
diventato pericolosissimo essere gay, si stava molto meglio
sotto Saddam. Mentre prima non eravamo perseguitati in
quanto gay, adesso l'invasione ha dato pretesto e slancio
alle correnti filo-iraniane. E davvero si rischia la vita".
Ali Hilli si arrangia tra aiuti della famiglia e degli amici
nella speranza che gli venga riconosciuto l'asilo politico e
intanto raccoglie firme sotto a una petizione rivolta al
governo iracheno per proteggere lesbiche e omosessuali. Un
risultato c'è già stato: dal sito web dell'Ayatollah Sistani
è stata tolta la "fatwa" che incitava a uccidere gli
omosessuali. Di Londra Ali Hilli dice che non è difficile
vivere apertamente da gay negli ambienti mediorientali.
"Certo la mia famiglia la vede un po' diversamente, ma sono
sfumature culturali e generazionali, come dappertutto. E poi
pensa, il mio ragazzo è ebreo". Malgrado l'atmosfera di
apertura della conferenza, la diffidenza nei confronti dei
media è ancora palpabile. Ma questo si spiega anche con la
particolare situazione britannica. Sebbene la polizia
londinese dichiari di non avere pregiudizi contro la
comunità islamica ("Mi sono occupato di lotta al terrorismo
e mi son trovato anche vicino alle bombe del 7 luglio, ma
questo non ha cambiato il mio atteggiamento nei confronti
dell'Islam", dice l'agente Warwick) la realtà è più
variegata.
Una volta l'anno scorso l'appartamento di Imaan, in genere
usato come rifugio per i perseguitati, venne circondato
dalla polizia. Quando han capito che era un network di
supporto gay i poliziotti han tirato un respiro di sollievo.
Credevano di essere sulle tracce di una cellula
terrorista... e invece erano capitati nel quartier generale
della possibile conciliazione tra religione e omosessualità.
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