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Sembra che il governo, nelle
persone delle ministre Bindi e Pollastrini, abbia trovato
una prima quadratura sulla difficile questione delle unioni
di fatto, con una soluzione che dovrebbe - ma la cautela in
questa materia è d'obbligo - raccogliere una larga adesione.
Intanto già l'adesione delle due ministre è un risultato
importante e non scontato. Gli uffici legislativi avrebbero
dunque fatto il miracolo di trovare una sintesi tra due
impostazioni, se non proprio antitetiche, piuttosto lontane:
quella di chi vuole riconoscere e legittimare le unioni
civili, in primo luogo le unioni tra omosessuali, e quella
di chi vuole riconoscere (come recita il programma
dell'Ulivo) non le unioni, ma i diritti delle persone che le
compongono. Quest'ultima espressione è piuttosto sofistica:
ma pare che la sofistica stia tornando di gran moda per
affrontare le questioni cosiddette "eticamente sensibili".
Che senso ha parlare di diritti delle persone che fanno
parte di una entità che non esiste? Sembra quasi di
risentire certe argomentazioni del femminismo degli anni
settanta, che rifiutava di riconoscere la famiglia come
soggetto pur sostenendo i diritti dei suoi membri. Era un
equilibrismo impossibile, e infatti alla fine abbiamo tutti
e tutte accettato che la famiglia è una importante
formazione sociale, che merita di essere sostenuta e aiutata
come tale.
Alcuni cattolici (non la maggioranza, secondo i sondaggi, ma
si sa che la politica non rappresenta più la società) fanno
oggi lo stesso errore sulle unioni civili: speriamo che
facciano presto lo stesso percorso. Le forme di convivenza,
tutte le forme di convivenza, non solo rispondono ai bisogni
affettivi che, in modi diversi, molte persone sentono, ma
sono anche importanti fattori di stabilità sociale. Quindi
non si tratta di contrapporre il desiderio individuale al
bene della collettività: come spesso avviene, tra questi due
fini non c'è necessariamente contrasto. Così come non c'è
contraddizione tra riconoscere le unioni di fatto e
sostenere la famiglia tradizionale. L'argomento principale
del fronte che si oppone alle unioni civili, quello che si
tratterebbe di un attacco alla famiglia, è inconsistente. Si
può distinguere (anzi, sulla base dell'articolo 29 della
nostra Costituzione, si deve distinguere) tra la famiglia
fondata sul matrimonio e altre forme di convivenza. Per
smontare l'idea di un attacco alla famiglia, sarebbe utile
che a questa legge si accompagnasse il varo di un pacchetto
di misure concrete a favore della famiglia con figli,
qualcosa che da tempo molti di noi - non solo i cattolici -
chiedono invano.
Bisognerà vedere, comunque, se la sofistica basterà a
superare le resistenze e le obiezioni dei teodem, da un
lato, della sinistra laica, dall'altro. Lo scoglio, com'è
noto, è rappresentato dalla registrazione delle coppie di
fatto, che i teodem non vogliono per nessuna ragione,
considerandola come una equiparazione alla famiglia. Hanno
quindi respinto l'istituzione di un registro; accetteranno
il ricorso al certificato anagrafico? E i movimenti gay, che
premono per una legge non troppo dissimile da quelle già
vigenti in molti paesi europei, accetteranno una soluzione
che Rosy Bindi ha definito la ricerca di una via italiana al
tema delle unioni civili? Le prime reazioni a caldo non sono
incoraggianti. A mio parere la soluzione proposta potrebbe
essere una buona mediazione. Ma la gestione politica,
attenta a depotenziare la proposta per non allarmare i
cattolici intransigenti, parlando di accertamento piuttosto
che di registrazione, non ha preso in considerazione la
prevedibile reazione dei movimenti omosessuali, ormai
comprensibilmente esasperati da una battaglia ideologica che
si svolge per mezzo di espedienti verbali. Come in molti
casi, dall'Afghanistan in poi, sono le logiche intra e
interpartitiche a prevalere, piuttosto che lo sforzo di
trovare soluzioni utili per il paese.
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