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COME SCEGLIERSI LO PSICOTERAPEUTA
 
A cura del Dr.
Massimo Piscitelli 
( Psicologo e Sessuologo )
 

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Può capitare ad ognuno di noi che, in un particolare periodo della propria vita, si senta il bisogno di un aiuto psicoterapeutico. La scelta del tipo di terapia (cognitivo-comportamentale, psicanalitica, umanistica, della gestalt ecc) e dello specifico terapeuta è un aspetto fondamentale per l’esito stesso della terapia. Questo vale per tutti i tipi di pazienti.
 
Ma cosa succede quando il paziente è gay? Quali sono le informazioni che il paziente gay dovrebbe conoscere per potersi scegliere la terapia e soprattutto il terapeuta che meglio può rispondere ai suoi bisogni?
Dal punto di vista teorico tutti gli psicologi dovrebbero sapere rispondere in maniera efficace alla domanda di aiuto dei clienti gay. Infatti, ufficialmente l’omosessualità non è più considerata una manifestazione patologica.
 
Nel 1973 l'American Psychiatric Association ha rimosso l'omosessualità dalla nosografia del DSM. L'omosessualità dunque non è più ritenuta una patologia poiché non implica una compromissione del giudizio, della stabilità, dell'affidabilità o delle capacità sociali e professionali.
L’omosessualità era però ancora menzionata nei manuali di psichiatria nel 1974: il DSM III prevedeva una nuova categoria "l'omosessualità egodistonica", rimossa poi definitivamente nel 1987. Da un punto di vista formale quindi i potenziali pazienti gay dovrebbero stare tranquilli. Ma nella sostanza le cose stanno davvero così?
Molte ricerche sembrano suggerire una realtà diversa. In alcuni casi avvengono ancora, cosa che non dovrebbe però accadere, tentativi di “convertire” il paziente omosessuale in eterosessuale attraverso qualche tecnica. Ma anche quando non ci sono queste gravi situazioni, manifestazione di palese incapacità terapeutica, può succedere che il terapeuta si dimostri incapace di rapportarsi correttamente con il paziente gay, creandogli, spesso inconsapevolmente, più danni che benefici.
 
La Commissione sulla Questione Gay o Lesbica dell'American Psychological Association (1990), dopo una ricerca in cui rileva che il 99% degli psicoterapeuti ha avuto almeno un gay/lesbica in terapia e il 38% più di 20 individui nella propria carriera, ha raccolto i temi che più spesso intercorrono in una pratica inadeguata, viziata da idee stereotipate o semplicemente incompetente. Lo psicoterapeuta può infatti:
1) considerare l'omosessualità come intrinsecamente patologica (in contraddizione con le indicazioni di tutti i più importanti organismi internazionali ad es. APA e OMS)
2) attribuire il disagio del paziente al suo orientamento sessuale senza alcuna evidenza (cioè pensare che ogni sintomo del paziente sia sempre e comunque in relazione al suo orientamento sessuale).
3) non riconoscere che la sofferenza del paziente possa essere determinata dall'omofobia internalizzata dello stesso (cioè dalle idee negative sull’omosessualità che egli può avere fatto proprie poiché educato in una cultura ancora largamente omofoba)
4) assumere automaticamente un cliente come eterosessuale o disconoscere la sua identità gay o lesbica (e quindi cercare di fargli assumere un orientamento eterosessuale).
5) scoraggiare l'assunzione di un orientamento omosessuale da parte del cliente (di fare esperienze sessuali e/o affettive, di conoscere altri gay ecc).
7) esprimere pensieri che umiliano l'orientamento omosessuale così come le esperienze gay e lesbiche (giudizi morali o di valore sui comportamenti degli omosessuali)
8) non comprendere la natura e le modalità di sviluppo dell'identità gay e lesbica, ritenendo possibile l'identità gay solo in età adulta, interpretandola solo in chiave sessuale o unicamente come fase passeggera (non favorendo da parte del paziente gay adolescente le esperienze proprie della sua fase di crescita).
9) sottovalutare l'effetto dell'omofobia interiorizzata del cliente sullo sviluppo della sua identità.
10) sottostimare le possibili conseguenze dello svelamento del proprio orientamento omosessuale alle altre persone (facendo pressione perché il paziente sveli pubblicamente il suo orientamento non tenendo presente la realtà socioculturale in cui la persona vive).
11) sottostimare l'importanza delle relazioni intime in gay e lesbiche, evitando per esempio di sostenerle o incoraggiando la dissoluzione delle relazioni affettive solo perché omosessuali
12) non essere sensibile alla natura o alla differenza delle relazioni gay o lesbiche e usa un modello eterosessuale di riferimento (il che implica l’incapacità di cogliere la realtà del paziente e indica l’ignoranza del terapeuta della specificità delle dinamica della coppie gay).
 
I gay che intendono iniziare una psicoterapia dovrebbero pertanto scegliersi un terapeuta che li consideri capaci di relazioni sessuali e/o sentimentali gratificanti in quanto omosessuali. Alla base del lavoro terapeutico con un paziente gay ci deve essere la convinzione dello psicologo che l'omosessualità sia un fatto normale e naturale. Tale atteggiamento può essere sostenuto in modo convincente solo da un terapeuta che condivida realmente la prospettiva teorica che l'omosessualità sia una normale espressione dell’identità sessuale e che abbia un elevato livello di familiarità con l’esperienza gay e lesbica, in particolare per quanto riguarda gli effetti dell’omofobia internalizzata sull’autostima, le fasi di formazione dell’identità gay, la cultura e gli stili di vita gay, le dinamiche delle coppie gay.
 
 

Dott. Massimo Piscitelli  - 28 Febbraio 2005


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