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Può capitare ad
ognuno di noi che, in un particolare periodo
della propria vita, si senta il bisogno di
un aiuto psicoterapeutico. La scelta del
tipo di terapia (cognitivo-comportamentale,
psicanalitica, umanistica, della gestalt ecc)
e dello specifico terapeuta è un aspetto
fondamentale per l’esito stesso della terapia.
Questo vale per tutti i tipi di pazienti.
Ma cosa succede quando il paziente è gay?
Quali sono le informazioni che il paziente gay
dovrebbe conoscere per potersi scegliere la
terapia e soprattutto il terapeuta che meglio
può rispondere ai suoi bisogni?
Dal punto di vista teorico tutti gli psicologi
dovrebbero sapere rispondere in maniera
efficace alla domanda di aiuto dei clienti
gay. Infatti, ufficialmente l’omosessualità
non è più considerata una manifestazione
patologica.
Nel 1973 l'American Psychiatric Association
ha rimosso l'omosessualità dalla nosografia
del DSM. L'omosessualità dunque non è più
ritenuta una patologia poiché non implica una
compromissione del giudizio, della stabilità,
dell'affidabilità o delle capacità sociali e
professionali.
L’omosessualità era però ancora menzionata nei
manuali di psichiatria nel 1974: il DSM III
prevedeva una nuova categoria "l'omosessualità
egodistonica", rimossa poi
definitivamente nel 1987. Da un punto di
vista formale quindi i potenziali pazienti gay
dovrebbero stare tranquilli. Ma nella sostanza
le cose stanno davvero così?
Molte ricerche sembrano suggerire una
realtà diversa. In alcuni casi avvengono
ancora, cosa che non dovrebbe però accadere,
tentativi di “convertire” il paziente
omosessuale in eterosessuale attraverso
qualche tecnica. Ma anche quando non ci
sono queste gravi situazioni, manifestazione
di palese incapacità terapeutica, può
succedere che il terapeuta si dimostri
incapace di rapportarsi correttamente con il
paziente gay, creandogli, spesso
inconsapevolmente, più danni che benefici.
La Commissione sulla Questione Gay o
Lesbica dell'American Psychological
Association (1990), dopo una
ricerca in cui rileva che il 99% degli
psicoterapeuti ha avuto almeno un gay/lesbica
in terapia e il 38% più di 20 individui nella
propria carriera, ha raccolto i temi che più
spesso intercorrono in una pratica inadeguata,
viziata da idee stereotipate o semplicemente
incompetente. Lo psicoterapeuta può infatti:
1) considerare l'omosessualità come
intrinsecamente patologica (in contraddizione
con le indicazioni di tutti i più importanti
organismi internazionali ad es. APA e OMS)
2) attribuire il disagio del paziente
al suo orientamento sessuale senza alcuna
evidenza (cioè pensare che ogni sintomo del
paziente sia sempre e comunque in relazione al
suo orientamento sessuale).
3) non riconoscere che la sofferenza
del paziente possa essere determinata
dall'omofobia internalizzata dello stesso
(cioè dalle idee negative sull’omosessualità
che egli può avere fatto proprie poiché
educato in una cultura ancora largamente
omofoba)
4) assumere automaticamente un cliente
come eterosessuale o disconoscere la sua
identità gay o lesbica (e quindi cercare di
fargli assumere un orientamento
eterosessuale).
5) scoraggiare l'assunzione di un
orientamento omosessuale da parte del cliente
(di fare esperienze sessuali e/o affettive, di
conoscere altri gay ecc).
7) esprimere pensieri che umiliano
l'orientamento omosessuale così come le
esperienze gay e lesbiche (giudizi morali o di
valore sui comportamenti degli omosessuali)
8) non comprendere la natura e le
modalità di sviluppo dell'identità gay e
lesbica, ritenendo possibile l'identità gay
solo in età adulta, interpretandola solo in
chiave sessuale o unicamente come fase
passeggera (non favorendo da parte del
paziente gay adolescente le esperienze proprie
della sua fase di crescita).
9) sottovalutare l'effetto
dell'omofobia interiorizzata del cliente sullo
sviluppo della sua identità.
10) sottostimare le possibili
conseguenze dello svelamento del proprio
orientamento omosessuale alle altre persone
(facendo pressione perché il paziente sveli
pubblicamente il suo orientamento non tenendo
presente la realtà socioculturale in cui la
persona vive).
11) sottostimare l'importanza delle
relazioni intime in gay e lesbiche, evitando
per esempio di sostenerle o incoraggiando la
dissoluzione delle relazioni affettive solo
perché omosessuali
12) non essere sensibile alla natura o
alla differenza delle relazioni gay o lesbiche
e usa un modello eterosessuale di riferimento
(il che implica l’incapacità di cogliere la
realtà del paziente e indica l’ignoranza del
terapeuta della specificità delle dinamica
della coppie gay).
I gay che intendono iniziare una psicoterapia
dovrebbero pertanto scegliersi un terapeuta
che li consideri capaci di relazioni sessuali
e/o sentimentali gratificanti in quanto
omosessuali. Alla base del lavoro terapeutico
con un paziente gay ci deve essere la
convinzione dello psicologo che
l'omosessualità sia un fatto normale e
naturale. Tale atteggiamento può essere
sostenuto in modo convincente solo da un
terapeuta che condivida realmente la
prospettiva teorica che l'omosessualità sia
una normale espressione dell’identità sessuale
e che abbia un elevato livello di familiarità
con l’esperienza gay e lesbica, in particolare
per quanto riguarda gli effetti dell’omofobia internalizzata sull’autostima, le fasi di
formazione dell’identità gay, la cultura e gli
stili di vita gay, le dinamiche delle coppie
gay.
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