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a cura di Fabio Casadei Turroni

Marco Simonelli  " Sesto Sebastian "             
 

Bologna, 26/06/04
 


  

È raro che il poeta superi la propria poesia, cioè che il personaggio dell’autore apra delle prospettive inedite sul suo testo. Di solito è sintomo che il testo non vale granché. Ma stavolta, con Marco Simonelli, la regola subisce un’eccezione ultrafelice, e ultrafelice sono io di testimoniarvi la presenza di un giovane poeta colla P maiuscola, che mentre parla apre in continuazione significati diversi al proprio Sesto Sebastian, ad ogni verso. 

È molto giovane, ma già molto, molto agguerrito:
“Campana, Montale, Amelia Rosselli sono gli autori a cui mi sento più vicino. Più di recente il gruppo del ’93 ha conclusa la propria esperienza. Mario Luzi è il cenotafio di se stesso. Ora la scena è occupata da correnti, che non implicano una frequentazione assidua tra i loro componenti. Io appartengo all’AVANTPOP, che è venuto dopo il NEVROROMANTICISMO…
 
Se incontrate Marco, lasciatevi trasportare con fiducia dalla sua cadenza fiorentina, ma soprattutto dimenticate (se potete) l’età verdissima di questo poeta, che vanta un bagaglio tecnico importante, non frutto d’apprendimento nelle scuole italiane:
“Nel 1998 ho seguito un bel corso all’Università del Colorado con Anne Waldmann, che m’ha arricchito più di tanti anni di lezioni in Italia…”
Perché il testo s’intitola Sesto Sebastian?
“Il nucleo principale è costituito da una sestina, da cui Sesto, ed è un trittico sugli amori e la morte di San Sebastiano, centurione romano ex-favorito di Diocleziano.”

Anche Anne Waldmann aveva scritto un How the Sestina (Yawn) works. Che c’entri qualcosa?
Ma perché un testo proprio su san Sebastiano?
“Lo covavo dentro. La poesia non inventa nulla. Rinviene qualcosa che c’è nel poeta e nella società. Sesto Sebastian era già in me. Poi un giorno ho visto, alla mostra Il quarto sesso, una foto di San Sebastiano simile a quello del Mantegna: il modello era Leonardo di Caprio. E da lì è venuto lo spunto.”
 
Siamo nel gazebo del Charleston, attorno a noi non c’è nessuno, e siamo liberi di leggere e rileggere e commentare senza interruzioni il testo di Sesto Sebastian, tra cui il delirio narcisista di Sebastiano legato ad un palo:
“…Venga innanzi l’arciere!...
Coraggio, avanti, uccidi pure, ammazza
Il me ragazzo o il me ragazza!...”
 
All’inizio fatico a comprendere tutto del testo, ma piano piano Marco, con santa pazienza, mi fa capire che, a volte, da capire più che il significato c’è il gioco delle assonanze, delle rime, delle associazioni d’idee. Il gioco, insomma, che è parte così importante della creatività beat, a me sfuggiva del tutto, preso com’ero dall’ansia di spiegarmi e capire anche i significati delle virgole. 
C’è qualcosa che tu, da poeta, non potrai mai esprimere, rispetto ad una poetessa?
“Credo che la maternità sia una sensazione indescrivibile se non hai provato ad avere una creatura in grembo. E un uomo, se volesse descrivere l’essere madre, credo che risulterebbe fatalmente insincero.”
Rispetto a Freddy Longo, o ad Lucio Scardino, poeti che già abbiamo recensiti (vedi), mi colpisce l’assoluta disinvoltura con cui Marco, cancro ascendente vergine ma soprattutto luna in gemelli (il segno di Dante) maneggia forme desuete e nuove: quartine, sonetti caudati, gruppi sciolti di versi usati come clusters di note in una partitura di John Cage, o gesti in un happening di Giuseppe Chiari (fiorentino anche lui, non per nulla).
“È proprio uno spartito il mio Sesto Sebastian: una finzione d’azione scenica da recitare per tre attori: la Madonna, San Rocco e San Sebastiano.”
È un testo teatrale?
“No, anche se davvero potrebbe essere recitato, in un salotto, anche con pochi mezzi, e s’avvicina ad una concezione dell’opera d’arte come performance… va recitato… declamato… ma può anche essere letto in silenzio, naturalmente. È il racconto, romanzato ma forse non troppo, della disperata passione sado maso di san Sebastiano, amante di Diocleziano, forse non molto scontento d’essere martirizzato a frecciate dagli arcieri romani.”
 
Quando Marco parla e sorride due fossette gli si stampano sotto le gote.
Destra o sinistra?
“Sinistra, decisamente.”
Hai fatto il coming out?
“Certo, e lo consiglio anche agli altri… si può rimanere piacevolmente sorpresi!... ma non mi considero un autore gay. Sono gay ma questo è il mio primo libro a tema, un omaggio al nostro mondo eccessivo in cui tutto, amore e approccio, si brucia con immediatezza e velocità.”
Quindi l’intestazione del libro Trittico per scampata peste…?
“Non c’entra l’HIV. La vera peste è interiore: Sebastiano commette l’errore di dimenticare se stesso, il proprio valore, e si mette al servizio degli altri, e si da’ troppo… quanti di noi passano la vita a darsi, nei locali, inesausti, senza capire che il valore che cercano non è nell’altro?”
Parli della nostra ‘innata’ promiscuità?
“Non soltanto: la disgregazione del sé è anche attaccarsi troppo ad una persona, non poter essere qualcuno se non si ha qualcun altro.”
Mi vuoi dire che non sei innamorato?
“Ma certo che sono innamorato! Ma più che romantico sono… gotico!”
Non è vero: Marco è solare. E come fa un venticinquenne di pelle chiara e occhi azzurri e barbetta bionda ad essere gothic? Rimaniamo a lungo a parlare, a commentare i suoi versi, che mi spiega in mille modi diversi e ugualmente avvincenti. Ma in questo labirinto di significati, comunque, saltano fuori chiare la poeticità della penna, la felicità delle immagini e la sovrana umiltà di chi si mette al servizio della Poesia. 
 
Pensi mai ai tuoi lettori, Marco?
“I loro volti sono naturali
con pensieri di mani già turbate
abituali mani tutte uguali
mani grosse e fredde e combattenti
mani nei denti
che mi vedono stecchito in toto
giù al tappeto al primo round.”

E con questa immagine, degna dell’autore del Pataffio, dal suo bel Sesto Sebastian, più adatta forse ad una dark che al lettore ideale (a meno che le due cose non coincidano!), lasciamo che il poeticissimo Marco, discendente del Burchiello e del Berni in felice salsa beat, s’alzi dal tavolino e s’avvii, tranquillo come è arrivato, alla stazione centrale di Bologna. 
È giovane ed è un vero poeta. 
Vi sembra poco?


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