|
Cominciamo a farci spiegare da Tommaso perché ha scelto questo titolo.
Tommaso, il tuo ultimo libro s’intitola Perché non possiamo non dirci: perché l’hai intitolato così? Che cosa non possiamo non
dire?
Penso che non possiamo stare zitti e buoni, fingere che nostra sessualità riguardi solo la sfera privata, che non ci sia niente da dire. Anzi, è ora di alzare la voce! Ma il titolo significa anche altro. La poesia − intesa nel senso più ampio possibile − ci rivela sempre fino in fondo, inclusa la dimensione sessuale. È assurdo pensare (come sostengono alcuni) che uno scrittore gay cessi di essere tale nel momento in cui scrive. Però è anche vero che nelle sue pagine ci saranno, oltre all’omosessualità, il vivere in un mondo eterosessuale, l’appartenere alla cultura italiana, l’esistere nel nostro presente, altro ancora... Ed è bello che sia così. Che ci sia questo intreccio da capire, da descrivere. Da
dire.
Quanto tempo hai impiegato per scriverlo? La forma dialogica è stata scelta
subito?
Ci sono voluti un paio di anni di lavoro discontinuo. Il dialogo m’è venuto spontaneo quasi subito, perché ciò che avevo da dire era qualcosa di molto dialogico. Un parlarsi, in primo luogo, tra eterosessuali e omosessuali. E poi un interpellare gli altri gruppi discriminati, il mondo della politica, i classici della letteratura, l’ebraismo, il femminismo e altro ancora. Infine, si tratta anche d’un dialogo interiore, tra le diverse parti del sé.
Non è facile riassumere il contenuto d’un saggio che spazia tra argomenti che paiono lontanissimi e che poi, invece, alla fine si dimostrano intrecciati stretti l’uno all’altro. Forse è proprio questo che Tommaso Giartosio voleva raggiungere: portare il lettore a scoprire legami celati, evidenziati sulla pagina da un lavorio sinestesico che pare fondato sulla curiosità dei due, pacatissimi, interlocutori?
A me pare che Perché non possiamo non dirci sia una grande opera di definizione della tua poetica, del tuo modo di vedere la scrittura, l’omosessualità e il mondo: che posto ha la scrittura nella tua vita, nella tua
giornata?
La scrittura mi fa una gran paura. È qualcosa che ti mette a nudo e non sempre lo fa con chiarezza. Ciò che hai appena buttato giù sul foglio ti mostra, ti mostra davvero come sei, ma spesso non ti comunica agli altri − credo che chiunque abbia scritto un diario o qualche poesia sappia cosa voglio dire. Quindi oppongo resistenza. Anche perché in questo modo, quando poi arrivo a scrivere è per una reale necessità. Per mesi e mesi quasi non tocco pagina, al massimo prendo appunti, poi mi butto a capofitto nella scrittura per qualche mese, mi interrompo, riprendo... Vado a strattoni. E di solito quando ho finito mi accorgo che l’inizio non va più bene, perché il progetto si è modificato in corso d’opera. Insomma, ho un “metodo” molto irregolare,
nervoso.
Nel saggio Tommaso Giartosio parla di noi come se fossimo una strana, discreta, stirpe.
Che intendi per discontinuità generazionale nella condizione gay? E perché è così
importante?
In sintesi: a differenza di altri gruppi discriminati, come i neri o gli ebrei, i gay non nascono quasi mai in seno a una comunità o a una famiglia del loro stesso gruppo. Sono inizialmente dispersi nello spazio e nel tempo. Prendono coscienza della loro differenza da soli o quasi da soli (anche se questo sta lentamente cambiando), e devono poi “ricucire”: trovarsi degli interlocutori e anche degli antenati. Tutto questo ha diversi effetti. Te ne dico solo uno: molti gay hanno un senso della differenza individuale particolarmente acuto, non “ammorbidito” dall’essersi sempre sentiti parte di una comunità, e questo gli permette di cogliere con maggiore acutezza le ipocrisie del conformismo. Pensa a come Almodòvar ha “smontato” la famiglia “naturale”, o tanti interventi di Pasolini. Certo può accadere anche il contrario, a volte un gay diventa conformista proprio per paura, per il ricordo della sua solitudine. Ma questa potenzialità critica esiste, e va fatta
valere.
Tu parli anche del coming out, e dell’outing. Tanti dei visitatori del nostro portale sono giovani o giovanissimi e sentono forte il problema della visibilità. Tu hai fatto il coming out? Lo consiglieresti ad un*
giovane?
Sì, l’ho fatto. Il coming out è come la prima scopata: in linea di principio, si può avere ottime ragioni per non passarci mai; però se una persona è già grande e non ci è ancora passata, be’, spesso non è grande davvero. Aggiungo una cosa: proprio come una scopata, il coming out non è una comunicazione a senso unico. Deve essere un dialogo, uno
scambio.
Da giovane la letteratura t’ha aiutato a definire la tua sessualità?
M’ha aiutato a definire la mia personalità: dunque anche la mia sessualità, suppongo. Ma è stato un processo oscuro e in larga parte inconsapevole. Voglio dire: alcuni libri che potrei definire gay (Proust, Gide, Wilde, Tondelli, Leavitt) mi hanno dato uno scossone, mi hanno fatto dire “sì, questa descrizione del mondo mi piace, mi riguarda”; ma non mi hanno fatto dire “sì, questo sono io”. E mi piace che sia andata così, perché io non sono né Proust né nessuno di quegli altri. La presa di coscienza è avvenuta dopo o altrove, incontrando, parlando,
baciando...
In un bel capitolo poni l’attenzione su Dante. Credi che il Dante della “Divina Commedia” sia più interessante, nell’ottica della cultura omosessuale, del Dante stilnovista o, che so, del “Detto d’amore”? E credi anche tu, con Nicola Gardini, che Petrarca sia tanto più ‘ostico’ ai lettori e agli scrittori gay? E perché?
La predilezione per Dante rispetto a Petrarca da parte dei lettori/scrittori gay di oggi mi sembra un dato di fatto. Del resto la si trova anche in scrittori e lettori non gay. Non credo però che sia un fenomeno necessario: in Saba, per esempio, Petrarca conta quanto Dante. Insomma, dipende dai momenti storici e dai percorsi individuali. Io, per inciso, amo il “Canzoniere”: ci ho fatto una tesi di laurea sopra... Petrarca esplora per esempio lo sdoppiamento psicologico, e un sonetto come ‘Cantai, or piango’ può dire molto al lettore gay.”
Già che siamo in Dante: in quale cornice del Purgatorio sconteresti il tuo peccato
preferito?
Direi che tutti noi li abbiamo un po’ tutti, ma se dovessi scegliere preferirei quella d’un peccato fuori moda, forse,
dell’avarizia…
Un peccato anticonsumistico!
Già.
E qual è il tuo pregio migliore?
Credo… di sapere ascoltare.
Citi molto Cesare Garboli, il grande critico scomparso da poco che ha scritte pagine illuminate su autori gay pur non essendo omosessuale: in che cosa, secondo te, un etero praticante come Garboli s’è avvicinato di più alla nostra sensibilità?
Bella l’idea di “etero praticante”! Conosco diversi “etero credenti ma non praticanti”... Comunque: non credo che la sensibilità gay sia una sola e compatta. Però il modo in cui Garboli ha parlato di Elsa Morante o Antonio Delfini o Sandro Penna, dando spazio anche al suo rapporto personale con loro, può incontrare le simpatie di tutti quei gay che sono interessati alla dimensione biografica e
autobiografica.
Delia Vaccarello, nella prefazione al primo volume di “Principesse Azzurre”
(vedi recensione n.d.r.), afferma che c’è un modo d’essere della donna che non sarà mai compreso da un uomo, e quindi descritto da uno scrittore. Lei lo definisce ‘intramare’, e lo lega (tra l’altro) alla maternità. Tu che ne pensi? Da scrittore e da lettore, ritieni che davvero ci sia ‘qualcosa’ di peculiarmente femminile che uno scrittore non riuscirà mai a
descrivere?
Raccontare un io molto diverso dal proprio è sempre difficile. E certamente l’io femminile è stato colto più spesso dalle scrittrici che dagli scrittori. Ma se per un uomo è difficile raccontare una donna, è anche difficile per un giovane raccontare un vecchio, per un sano di mente raccontare un pazzo, per una donna senza figli raccontare la maternità, per un vecchio poeta cieco come Omero raccontare gli eroi, gli dei o gli animali. La forza della letteratura sta anche nella sua capacità di superare le differenze − benché alcune siano particolarmente impervie. E poi c’è un altro discorso. Siamo davvero sicuri che l’obiettivo sia un’immedesimazione totale, documentaria? Il fatto che chi scrive non perda del tutto la propria identità può anche essere un vantaggio. Molti personaggi maschili di Virginia Woolf sono affascinanti proprio perché si sente che a raccoglierli è uno sguardo
femminile.
A proposito di donne, in che senso paragoni misoginia e omofobia?
Sono due forme di pregiudizio discriminatorio, ma ci sono anche differenze importanti. Per esempio, l’omofobo può giungere a dire che “qui da noi non ci sono froci”, o che “l’omosessualità è una malattia curabile”; il misogino invece ammette sempre l’esistenza necessaria delle donne − per tenerle sottomesse. Gli obiettivi estremi sono diversi: nel primo caso l’inesistenza o la scomparsa, nel secondo la schiavitù. Questo non vuol dire che la misoginia sia più morbida. Gay e lesbiche sono stati oggetto di progetti di sterminio sistematico, ma hanno anche potuto sopravvivere semplicemente rendendosi invisibili, fingendo di non esistere. E l’oppressione millenaria delle donne s’è spesso spinta fino all’omicidio delle ‘ribelli’.
Secondo il tuo parere e la tua esperienza, in Italia gli editori discriminano gli scrittori
gay?
Non dispongo d’un quadro completo. La mia impressione è questa: la censura (e l’autocensura) riguarda la presenza dell’omosessualità − e soprattutto di certi modi di presentarla − nei media di maggiore impatto. Penso ai best−seller, ma molto di più alla televisione. Inoltre può essere molto difficile pubblicare saggi a tema omosessuale. Però il fatto in sé che un romanzo parli di omosessualità ormai non costituisce un grosso ostacolo, anzi può essere visto come un vantaggio. Bisogna anche dire che purtroppo molti libri sull’argomento sono di scarsa qualità.
Trovi che ci sia uno spazio editoriale, in Italia, per una poesia che parli d’amore
gay?
È la poesia in sé che ha poco spazio editoriale. Ma secondo me proprio la sua marginalità fa sì che sia un settore poco esposto a censure basate sui contenuti. Per esempio l’amore lesbico è il tema preferenziale d’una grande poetessa come Patrizia Cavalli. E la pubblica Einaudi, mica le Edizioni di Roccacannuccia!
Hai mai provato su di te atteggiamenti persecutori o discriminatori a causa della tua sessualità?
Ci sono le discriminazioni scritte nelle leggi del nostro stato, che riguardano il matrimonio, l’eredità, la riproduzione, il lavoro, la casa... Queste mi pesano molto. Ma tu forse ti riferivi a forme di persecuzione diretta, nei rapporti quotidiani. Sì, ne ho avuto la mia dose anch’io − gli insulti, le esclusioni, le telefonate anonime. Ma c’è un pudore che mi vieta di parlarne in dettaglio. Anche perché molti gay hanno subito e subiscono ben di
peggio.
Perché non possiamo non dirci, non è strutturato secondo un’ottica politica. Sei impegnato
politicamente?
Non in gruppi o partiti. Mi è capitato di intervenire su singole questioni politiche, non sempre relative ai diritti gay. Ma soprattutto cerco di seguire il mio tempo, di integrarlo nel mio lavoro. C’è senz’altro una dimensione politica in ciò che scrivo, sia nella saggistica che nella
narrativa.
Ora devo proprio fare una domanda per togliere una curiosità ai lettori di Menonmen1:
È vero l’aneddoto narrato da Scalise, nella tua presentazione sul primo “Menonmen”, della tua dichiarazione pubblica al premio Bagutta
1998?
Sì, è vero. Ho raccontato quello che m’è successo: mi sono “sposato” − le virgolette sono obbligatorie, perché la nostra unione è stata sancita da una cerimonia priva di valore legale. Qualche giorno prima, visto che c’erano da fare parecchi preparativi, m’è venuto il desiderio istintivo di chiedere alla mia scuola, come prevede la legge, una licenza matrimoniale che mi permettesse di assentarmi per qualche giorno. L’unica piccola svista di Scalise è stata di dire che questa licenza l’ho ottenuta. Ovviamente sono tornato in me e non l’ho nemmeno chiesta, perché non me l’avrebbero data. È un diritto che m’è negato. Per questo nel ricevere il Bagutta, qualche mese dopo, ho chiesto ai presenti di appoggiare, ognuno come poteva, il movimento per le unioni civili. Il mio non è stato un gesto particolarmente “rischioso”, c’era un pubblico molto simpatetico, anche i giurati sembravano sostenermi: ricordo in particolare delle parole calorose di Giuseppe Pontiggia. Più in generale, credo che i cosiddetti intellettuali dovrebbero tornare a inventare gesti forti. Ho ammirato il poeta Edoardo Sanguineti quando alla premiazione del Campiello 2003, davanti al presidente del Senato, ha fatto un discorso fuori programma in difesa della Costituzione − oggi sotto attacco nel Parlamento
stesso.
M’associo. Povera Costituzione!
Qual è un libro che ti piacerebbe avere scritto?
Non è così che funziona!
E come funziona, Tommaso?
Ci sono molti libri che amo, ma se ne trovassi uno che “vorrei aver scritto” mi fonderei completamente con l’autore, e non potrei più scrivere i miei
libri.
Il saggio, grazie alla forma dialogica, scorre sereno e gustoso come una fuga di W. F. Bach. A proposito di musica:
Ma se tu non fossi uno scrittore, quale arte ti piacerebbe
praticare?
Sicuramente le arti visive. Scultura, installazioni, disegno.
E ti piacciono i fumetti?
Molto! Soprattutto quelli anni ’80.
In quale città preferisci vivere? In quale luogo ti piacerebbe
morire?
Amo Roma, ce l’ho nel sangue, e mi sembra che la Roma di oggi non sia ancora stata raccontata fino in fondo. Per qualche anno ho vissuto tra Roma e San Francisco: era molto bello, ma perché rifarlo? Devo viaggiare ancora. Quanto al morire, vorrei avere il mare davanti agli
occhi.
E già: gli autori romani adorano Roma (vedi recensione a Roberta Michieletto, n.d.r.); e a ragione!
Di che segno sei, Tommaso? Ascendente?
Scorpione in cuspide (con la bilancia), ascendente capricorno. Almeno
credo...
Sei credente? Praticante?
Né l’uno né l’altro. Non posso dire che l’idea di Dio non esista in me. Ma è quasi solo una via di fuga che risale alla mia infanzia e si annoda alla paura della
morte.
E così finisce l’intervista a Tommaso Giartosio, e come sempre accade quando le persone non si incontrano, non si fissano negli occhi, non si stringono le mani, le domande sarebbero troppe, e il recensore deve limitarsi a dare un’idea vaghissima del libro, nella speranza d’aver suscitato la curiosità del lettore. E termino questa intervista
cibernetica/telefonica col timbro esatto e chiaro di Tommaso ancora nelle orecchie, con la sua faccia metà da bambino (dal naso in giù) e metà da intellettuale (dal naso in su.) che mi fissa dal desktop, e colla curiosità di risentirlo, e di riempirlo ancora di tante domande sul suo
Perché non possiamo non dirci, un saggio intrigante da degustare senza fretta per capire, con l’autore, anche un po’ di noi stessi.
|