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a cura di Fabio Casadei Turroni

Marco Ganzetto  " Come un pugno di farina "             
 

Bologna, 21/09/04
 


  

Marco Ganzetto è una creaturina originale. Bologna è strapiena di barettini tranquilli caffè dove incontrarsi: lui mi dà appuntamento in una piazzetta un po’ lugubre di fianco il Teatro Comunale, a due passi dall’Università. È qui che sorge l’albero trafitto di cui ci parla nel suo ultimo romanzo: Come un pugno di farina
 
Ci incontriamo alle otto in punto, ed è già buio. La prenotazione al ristorante cinese in Largo Augusto Righi è per le 8,30: abbiamo tutto il tempo per scambiare due chiacchiere al riparo delle frasche trafitte di siringhe celebrate da Ganzetto (avete presente la quercia del Tasso d’Achille Campanile? qualcosa del genere!) prima d’accomodarci al tavolo. 
Ancora ansimo per la corsetta e il mio adipe.

“Ehi, Fabietto bello, eri inseguito dai creditori o dai tuoi lettori?”
“Non ho né debiti né lettori, Marco! E ti dispiace se invertiamo l’ordine delle cose? L’intervistatore sono io! Dunque…”
Sbuffa.
“Smettila subito Fabio! Sono anni che bramo sta cenetta, noi due soli, senza rompipalle. Quindi non rompere! Come sta andando il tuo ultimo romanzo?”
Ecco una domanda da rigirarti. Come sta andando il tuo Come un pugno di farina?
“Direi bene. Almeno credo. Almeno spero. Evidentemente gli estimatori dei buoni sentimenti non si sono estinti. In questo libro racconto le vicissitudini, a tratti romantiche, di un’affiatatissima banda di amici, qui a Bologna. Amori, pianti, paure, scazzi… molte sono le persone che entrano ed escono dalla nostra storia, ma solo gli amici lasciano un’impronta indelebile. Tu potresti essere uno di loro. Da quanto tempo ci conosciamo, Fabio?”
 

Ci penso un po’.
Più o meno dall’epoca in cui hai ambientato il tuo romanzo, direi: erano gli anni ’80. A proposito: torniamo al libro: conosco anch’io gli amici narrati nel tuo ultimo libro: Jonz, Furio, Pier. Hai notizie recenti di loro?
“Alcuni m’hanno letto, altri non sapranno mai che le loro vicissitudini sono state immortalate dalle Edizioni Zoe e da Marco Ganzetto, pseudonimo che non possono ricollegare al loro vecchio amico. Pier, il co-protagonista, l’ha letto per caso; s’è riconosciuto in quelle pagine e m’ha scritto commosso, ringraziandomi per lo splendido regalo… e così ho ritrovato un vecchio amico inaspettato che il tempo aveva allontanato da me. Non è meraviglioso?”
Vuoi spiegarmi meglio la faccenda di cui m’accennavi al telefono, a proposito d’una tua sfuriata al giornalista che ti appellava “scrittore gay”?
“Devo proprio? Sfuriata è un termine esagerato. Gli ho solo detto che non capisce un emerito … ***** . Gli ho garbatamente contestato che scrivere storie basate sull’omosessualità non significa essere scrittori gay. Che non esiste un filone letterario gay, a meno che non si tratti di quelle storie a sfondo omoerotico che al pubblico etero non interessano affatto. Quando si è scrittori, si è scrittori e bòna lè! Gay, semmai, potranno esserlo (individualmente) i lettori. D’altronde, come già ebbi modo di constatare dopo la pubblicazione del mio primo libro, La stagione della patata dolce, è proprio dai lettori eterosessuali che mi giungono gli apprezzamenti più sinceri.”
Finalmente riconosco il vecchio Ganzetto che conosco: incazzato, polemicissimo, assolutamente in disarmonia col mondo ufficiale della cultura gaya italiana (e mondiale!).
“T’ho visto zoppicare, Fabio. Che hai, ragazzo mio?”
“Non mi faccio mancare nulla, nemmeno le ernie al disco, e poi sai… mica tutti volano in sempiterno, come te…”
Ganzetto sospira.
 
“Magari potessi volare! Domattina mi trasferirò a Vienna, per lavoro… a proposito di volo, sta per uscire un film sulla biografia di James Matthew Barrie, l’autore meno conosciuto dell’opera più conosciuta al mondo. Forse pochi hanno sentito nominare Sir Barrie, ma di certo anche le generazioni future rimarranno affascinate dalla sua grande opera narrativa e dal suo personaggio più importante: Peter Pan.”
Ganzetto quando parla di Barrie si gonfia tutto e diventa più alto di me: 
Un film made in Hollywood?
“E ci voleva Hollywood per fare conoscere alla gente il genio del mio scrittore preferito! Mi accompagneresti al cinema, appena torno a Bologna?”
Ci pensiamo, Marchino.
So che hai rivisto il tuo nuovo sito http://ganzetto.altervista.org su cui ci sono tante foto e notizie e interviste.

“Già.”
Ti sei risollevato dal periodaccio?...
“Non ancora. La recente perdita di papà m’ha lasciato, oltre al comprensibile vuoto, una mente sconvolta, esaurita, che perde colpi. Gli ultimi capitoli del romanzo li ho scritti al suo capezzale, nel mio studio trasformato in domiciliare. Papà è rimasto con noi fino all’ultimo giorno, per sua e nostra volontà. Ho ancora davanti l’immagine della sua bella chioma curata, adagiata al cuscino, allineata al monitor del PC. Il mio occhio destro a scorrere le ultime righe del manoscritto, quello sinistro a sorvegliare ogni sussulto del suo capo amato. Ora mamma ed io siamo rimasti soli. Lei è in terapia e io, a distanza di mesi, non riesco a concentrarmi su alcunché. Non ho più voglia di nulla, il mondo è cambiato, è diventato un mondo schifoso. Ho la nausea di tutto, di Vienna, dell’Iraq, dell’Islam e dell’Occidente, della manovra finanziaria, del mio lavoro, delle mie formule, dei libri e delle interviste… a proposito, non hai portato uno straccio di blocco per prendere appunti. Come mai? Bell’intervistatore, che sei!”
Marco, la mia mente funziona ancora, quindi non ho bisogno di prendere appunti, specie con te…
“Che vuoi dire? Che dico stupidate?”
Sospiro. Quanti anni mi danno se uccido Ganzetto?
“No, ma vorrei parlare ai lettori, non a te! E dire loro che la tua scrittura è cambiata, più sostenuta, corposa, sapida. Che non è una favola d’amore come il tuo primo romanzo. Che parla dell’impossibilità di non avere amici e della difficoltà a celare la propria omosessualità in provincia. Che gli amici sono ingordi di te e vogliono risucchiarti e farti uguale a loro. Che tu li sfuggi e però li vuoi vicini. Che ognuno di noi ha una chiave magica con cui entrare o uscire dalla propria storia. Che Bologna negli anni ’80 era davvero come tu la descrivi, con più tossici di adesso e la paura dell’Aids che prendeva allo stomaco, e che si notano anche costruzioni narrative lunghe e complesse, e ricorsi ad espedienti retorici per dilazionare i colpi di scena… POSSO?”
“Beh, sì. Direi di sì. Ma ti prego non farlo sembrare troppo costruito, artificioso… vorrei che tu mi coccolassi un po’, insomma.”
 
Tremo. Il vento prende d’infilata il nostro tavolo. Ma Ganzetto, scaldato dalla birra cinese e schizzato come al solito, non pare accorgersene. I camerieri dagli occhi a mandorla sono assai cortesi e servizievoli. Tra un pettegolezzo, una grappa cinese e un piatto di frutti caramellati, si fa mezzanotte. La cena è ottima e l’improbabile intervista sta per concludersi. Ci alziamo.
“Dove hai il cocchio, Fabio?”
“La macchina, intendi? Quale macchina? Mai posseduta una…”
“Bravo! Io detesto le macchine, e se penso che domani dovrò guidare per ottocento chilometri… come vorrei volare!…”
In assenza di polvere fatata, si va entrambi a piedi. Ci fermiamo al Roxy Bar per un’ultima birretta (la sua: io sono astemio!). Coppiette etero e no ci scivolano accanto, tranquille. Figuri un po’ più loschi scivolano nell’ombra poco invitante di via Zamboni. Bologna è veramente una città ruffiana e busona e tragicomica, così come Ganzetto l’ha saputa narrare. In un attimo siamo sotto casa mia. Sono scontento e raffreddato e infreddolito:
Marco, quand’è che parleremo un po’ più seriamente di Come un pugno di farina?
“Ah, meno male! Pensavo tu volessi chiedermi di salire da te, approfittando del buio!”
“Ma sii serio per tre secondi! Quando ci si rivede per l’intervista?”
“Dobbiamo proprio parlare di libri? Intanto ci siamo goduti una bellissima rimpatriata. Fabio, scusami, ma non ho voglia di parlare di recensori, intervistatori, delle lotte, delle invidie e delle cattiverie che fanno il nostro quotidiano di artisti perennemente esordienti. È mezzanotte in punto del 21 settembre: da adesso inizia l’autunno astronomico. Io, che sono nato in quadratura, il 21 giugno, non posso che intristirmi, specie al termine di una serata irripetibile, perché so che passeranno altri vent’anni prima che ci si ritrovi da soli, noi due, senza fretta, senza presentazioni da preparare, senza l’assillo di dover necessariamente scrivere qualcosa…”
“Altri vent’anni? Chissà. Buon autunno allora, folletto, amico mio!”
Gli bacio la guancia prima che sia lui a ripetere il gesto affettuoso. Mi sembra di leggergli in faccia il suo romanzo: “sotto il disco della luna, Marco si imbroncia quanto basta per dare ai propri zigomi e alla linea delle orecchie, del naso e del mento, un profilo algido e surreale, affatto simile a quello degli elfi delle fiabe.
 
Chiudo il portone lentamente, lo lascio fuori a godersi la sua città, da solo, in pace: 
Un lucido tappeto d’asfalto per pavimento e un manto di stelle per soffitto ridimensionano lo spazio di Bologna al volume astratto di una stanza; un terso venticello da sud, appena percettibile sulla punta dei capelli, è l’umido respiro che, carnoso e sonnolento, il capoluogo rilascia con spontanea cadenza. Deboli folate si posarono sui nostri volti, che ne percepirono la freschezza come un balsamo inatteso per le guance …
Ed ora sono qui in camera che scrivo di Marco. Era con me, o forse me lo sono sognato questo elfo scrittore che conosco da un decennio, con cui ho pure fatto sesso anni fa e di cui ignoro (e a cui non potrò mai chiedere) l’indirizzo e il cognome? Me l’immagino volare sopra i tetti di Bologna, e risento la sua voce che ripete:
Molte persone entrano ed escono dalla nostra vita, ma solo gli amici più cari vi lasciano un’impronta, le poche volte che osano posare i piedi al suolo.
 


Marco Ganzetto - Come un pugno di farina - Zoe edizioni - euro 9,50
 


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