|
“Che funzione ha l’eros nelle tue poesie? Che è l’amore per te?”
“L’amore è una sorta di sadomasochismo continuo. È il cedere parte
di se stessi a un altro essere umano, abbandonarsi a lui. È
l’esperienza più bella che può capitare nella propria vita. Nelle
mie poesie l’eros ha un carattere tautologico, curativo.”
“Tautologico e curativo? Spiegati per favore.”
“È come una pozione miracolosa, che può far soffrire ma la cui
assenza diventa insopportabile.”
“Senti che la tua diversità sia rintracciabile nel tuo stile?”
“Siamo tutti uguale eppure diversi. Penso e spero che io possa
essere diverso da tutti gli altri. Se tu invece alludi alla
diversità sessuale non credo che la mia omosessualità sia l’unica né
la più importante caratteristica della mia poetica. Molti
eterosessuali e molte donne si sono riconosciuti nelle liriche
d’amore contenute nel mio libro, nonostante siano dedicate ad un
altro uomo. Inoltre, mi arrabbio moltissimo quando spesso vengo
presentato come “poeta gay”. È un nonsenso. Come se Catullo, Wilde e
Forster fossero parte di una categoria a parte. Un libro o è
letteratura o non lo è, non importa l’orientamento sessuale di chi
lo scrive.”
“Hai contatti con altri poeti, anche non fiorentini?”
“Sono abbastanza isolato nell’ambiente poetico fiorentino che,
peraltro, è dominato da persone riconducibile all’ambiente cattolico
e sono di età avanzata. In questo contesto è difficile, per un
giovane, emergere.”
“Neruda, Quasimodo, Pavese, Rimbaud: sono citati all’inizio d’ogni
sezione della raccolta: quali sono i tuoi autori?”
“Sono un lettore onnivoro e leggo di tutto, dai romanzi alla
saggistica e, ovviamente, alla poesia. Tutti i poeti che hai
menzionato nella domanda (e che sono presenti nella raccolta)
rappresentano qualcosa anche a livello personale: Pavese è il primo
amore e mi ricorda anche una profonda depressione che ha
attraversato quasi tutta la mia adolescenza, Rimbaud è l’esempio del
grande poeta eternamente fanciullo e al tempo stesso maledetto,
Quasimodo e Neruda sono la fase di una ritrovata maturità nell’amore
e nella percezione del creato.”
“Dante o Petrarca? Ariosto o Tasso? Monti o Foscolo? Pascoli o
D’annunzio?”
“Sono scelte impegnative e a volte ingiuste. Petrarca è un
grandissimo autore ma preferisco Dante per la sua fisicità anche
carnale. Ariosto è preciso e puntuale mentre Tasso più lezioso,
accusa che posso rivolgere anche a Monti, anche se ha al suo attivo
una delle più belle traduzione dell’Iliade nella nostra letteratura.
Foscolo è il vero prototipo del poeta romantico in Italia e riscuote
il mio apprezzamento, con riserva. Tra Pascoli e D’Annunzio
preferisco il primo per il suo discreto e mai forzato minimalismo ma
anche D’Annunzio resta un fondamentale punto di riferimento della
nostra letteratura.”
“La seconda parte del libro spiega, quasi riga per riga, la prima.
Perché hai sentito il bisogno di notare i tuoi versi?”
“Ho voluto pubblicare un’appendice di note sia perché me lo ha
chiesto l’editore sia perché ho notato che non tutti i lettori
riuscivano ad afferrare quello che volevo dire nelle liriche. Non ho
affidato l’apparato critico a un italianista perché non li sopporto
(in generale almeno) e spesso sono forvianti rispetto alle reali
intenzioni di chi scrive.”
“Da Piombino a Firenze: qual è la situazione gay nel capoluogo
fiorentino?”
“Piombino è la mia città, dove sono nato e cresciuto, dove ho
fondato un circolo Arcigay (poi finito malissimo, purtroppo) ed è il
classico esempio della provincia italiana arretrata, seppur a volte
ipocritamente tollerante. A Firenze si respira un’aria diversa, la
città è provinciale e cosmopolita al tempo stesso, una delle città
più aperte in Italia (come Bologna e Roma). Tuttavia nell’ambiente
gay fiorentino (come anche in quello piombinese) c’è una tendenza a
farsi del male da soli, ad alimentare divisioni e meschinità. I
locali poi sono tremendamente provinciali e improntati alla più
desolante superficialità. Ma questa è, purtroppo, una tendenza di
tutto il mondo gay in Italia. È in atto, anche a livello politico,
una deriva qualunquista, dove si privilegia la dimensione distorta
di lobby, invece di puntare sulla partecipazione a tutti i livelli
alla vita politica, sociale e culturale del paese e dove la più
grande organizzazione GLBT d’Europa ha visto una partecipazione
dello 0,94% degli iscritti alle votazioni per il proprio congresso
nazionale. Ma il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe un po’ fuori
tema.”
“Sei impegnato in qualche partito politico?”
“Sono sempre stato molto indipendente e, come già detto, mi
riconosco nel socialismo liberale. In ogni caso, da più di un anno,
mi sono iscritto ai Ds per la stima che nutro verso alcuni
dirigenti, perché è il partito più vicino ai miei valori e per non
mettermi da parte nell’imminenza di decisive scelte.”
“In quale lingua ti piacerebbe scrivere se non lo facessi in
Italiano?”
“Sicuramente in francese, visto che è la lingua poeticamente più
affine alla nostra per musicalità e per semantica”
“Quanti anni hai?”
“Ventitre non ancora compiuti. Dentro me ne sento quaranta.”
“A volte ho l’impressione che l’io poetico (tu) si senta vecchio
come un ‘priapo agonizzante’, come scrivi tu, e rifiuti di riamare
l’adolescenza: ti piace sentirti più adulto dei tuoi amanti? O
sentirsi vecchio a vent’anni è solo sinonimo di acerbità, di
giovinezza iperbolizzata?”
“Non mi piace sentirmi più adulto dei miei amanti anche se a volte
lo sono stato e penso che sentirsi vecchio a vent’anni non sia
sinonimo di acerbità ma semplicemente di una adolescenza non vissuta
o vissuta male. Io valuto l’età di una persona dalla sua maturità
intellettuale, non da quella fisica o dal prosaico passare del
tempo.”
“Hai iniziato presto a poetare?”
“Ho iniziato a buttare giù ‘esperimenti di versi’ a dodici, tredici
anni. Ho cominciato a fare sul serio a quindici, sedici anni quando
fondai Il Foglio Letterario, esperienza che continua (pur distorta
rispetto alle originali intenzioni) ma da cui sono uscito qualche
tempo fa. Ora mi hanno messo alla direzione di un storica testata,
cessata da qualche tempo e rinata, Il libro volante.”
“Nei tuoi versi, a volte quasi da Haiku, sei breve, quasi ellittico.
Sei timido? Hai paura d’essere prolisso?”
“No, anche perché, come ho già detto, amo molto Pavese e la sua
poesia-racconto. La brevità dei miei versi è una scelta stilistica
molto precisa e meditata che ha come scopo il concentrare i
contenuti nel contenitore e come causa l’estraniamento da una
società in cui non ci si riconosce. Inoltre sono debitore in grande
misura verso Il porto sepolto di Ungaretti, a mio avviso la raccolta
poetica più importante del Novecento europeo.”
“Ti lasci guidare dalla musicalità della lingua?”
“In poesia la musicalità del verso è essenziale. Non si improvvisa
una poesia, è frutto di scelte, anche linguistiche, difficili e
meditate.”
“Come scatta la poesia? Ti gira nella frase un verso, parole o solo
ritmi da vestire con parole? Qual è il tuo verso preferito?
Preferisci i parisillabi o gli imparisillabi?”
“Non mi pongo il problema delle sillabe, che reputo storicamente
superato. La poesia scatta in maniera imprevedibile. Ho sempre con
me un taccuino e una penna per eventualmente buttare giù qualche
impressione. Poi è necessaria una rielaborazione con gli strumenti
linguistici opportuni per raggiungere il fine poetico in maniera
completa.”
“Scusa Andrea usciamo? Sono assordato.”
Usciamo, quindi, e la brezza fredda che viene dal mare mi ricorda
che Andrea è nato in spiaggia come la Cavallina Storna. Come farà
mai a viver in questa città pazzesca, skizzata, e stipata di
turisti? Per fortuna che scrive, credo. Il mare di Piombino, gli
spazi ventilati, s’insinuano nelle parole di Andrea che formano una
partitura in cui il silenzio prepondera sulle note e dona risonanze
strane ad allitterazioni che esplodono nei versi brevi, preziosità
da cammeo che s’annacquerebbero in versi più lunghi. Ma ad Andrea
piace essere breve, correre il rischio d’essere oscuro, pur di non
essere prolisso. Beato lui!
Ce ne fossero di più, di poeti così!
|