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a cura di Fabio Casadei Turroni
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Andrea Panerini: "Poesie sparse (1998-2003)"
 
 

Firenze, Marzo 2006
 


  

Sono nella versione postmoderna dell’inferno: sotto le casse del Nabucco, localino niente male nel centro di Firenze, da evitare per chi, come me, non vuole urlare per farsi capire. È pomeriggio tardi. Andrea Panerini è davanti a me: parliamo del suo ultimo libro di poesie, edito da La bancarella e intitolato Poesie sparse. Andrea è curatore di “L’Italia, l’Austria e il Papa” inedito di Giuseppe Mazzini per la prima volta tradotto dall’inglese in Italia, e si sta laureando in storia con una tesi su Babeuf. È minuto e massiccio, simpatico e… affaticato da una giornata trascorsa in movimento.
“Presentati un po’: che c’azzecca la tua poesia con Mazzini, con Babeuf? E colle tue idee politiche?”
“La mia poesia è assolutamente astorica e atemporale. È un canto atavico calato nella contemporaneità. Quindi la mia professionalità di storico e le mie idee politiche non hanno nulla a che vedere con la mia poesia. In ogni caso, a livello politico mi ispiro alle idee di socialismo liberale dei fratelli Rosselli e di alcuni membri di quello che fu il più originale esperimento politico (anche se sfortunato) del dopoguerra: il Partito d’Azione.”
 

“Che funzione ha l’eros nelle tue poesie? Che è l’amore per te?”
“L’amore è una sorta di sadomasochismo continuo. È il cedere parte di se stessi a un altro essere umano, abbandonarsi a lui. È l’esperienza più bella che può capitare nella propria vita. Nelle mie poesie l’eros ha un carattere tautologico, curativo.”
 
“Tautologico e curativo? Spiegati per favore.”
“È come una pozione miracolosa, che può far soffrire ma la cui assenza diventa insopportabile.”
 
“Senti che la tua diversità sia rintracciabile nel tuo stile?”
“Siamo tutti uguale eppure diversi. Penso e spero che io possa essere diverso da tutti gli altri. Se tu invece alludi alla diversità sessuale non credo che la mia omosessualità sia l’unica né la più importante caratteristica della mia poetica. Molti eterosessuali e molte donne si sono riconosciuti nelle liriche d’amore contenute nel mio libro, nonostante siano dedicate ad un altro uomo. Inoltre, mi arrabbio moltissimo quando spesso vengo presentato come “poeta gay”. È un nonsenso. Come se Catullo, Wilde e Forster fossero parte di una categoria a parte. Un libro o è letteratura o non lo è, non importa l’orientamento sessuale di chi lo scrive.”
 
“Hai contatti con altri poeti, anche non fiorentini?”
“Sono abbastanza isolato nell’ambiente poetico fiorentino che, peraltro, è dominato da persone riconducibile all’ambiente cattolico e sono di età avanzata. In questo contesto è difficile, per un giovane, emergere.”
 
“Neruda, Quasimodo, Pavese, Rimbaud: sono citati all’inizio d’ogni sezione della raccolta: quali sono i tuoi autori?”
“Sono un lettore onnivoro e leggo di tutto, dai romanzi alla saggistica e, ovviamente, alla poesia. Tutti i poeti che hai menzionato nella domanda (e che sono presenti nella raccolta) rappresentano qualcosa anche a livello personale: Pavese è il primo amore e mi ricorda anche una profonda depressione che ha attraversato quasi tutta la mia adolescenza, Rimbaud è l’esempio del grande poeta eternamente fanciullo e al tempo stesso maledetto, Quasimodo e Neruda sono la fase di una ritrovata maturità nell’amore e nella percezione del creato.”
 
“Dante o Petrarca? Ariosto o Tasso? Monti o Foscolo? Pascoli o D’annunzio?”
“Sono scelte impegnative e a volte ingiuste. Petrarca è un grandissimo autore ma preferisco Dante per la sua fisicità anche carnale. Ariosto è preciso e puntuale mentre Tasso più lezioso, accusa che posso rivolgere anche a Monti, anche se ha al suo attivo una delle più belle traduzione dell’Iliade nella nostra letteratura. Foscolo è il vero prototipo del poeta romantico in Italia e riscuote il mio apprezzamento, con riserva. Tra Pascoli e D’Annunzio preferisco il primo per il suo discreto e mai forzato minimalismo ma anche D’Annunzio resta un fondamentale punto di riferimento della nostra letteratura.”
 
“La seconda parte del libro spiega, quasi riga per riga, la prima. Perché hai sentito il bisogno di notare i tuoi versi?”
“Ho voluto pubblicare un’appendice di note sia perché me lo ha chiesto l’editore sia perché ho notato che non tutti i lettori riuscivano ad afferrare quello che volevo dire nelle liriche. Non ho affidato l’apparato critico a un italianista perché non li sopporto (in generale almeno) e spesso sono forvianti rispetto alle reali intenzioni di chi scrive.”
 
“Da Piombino a Firenze: qual è la situazione gay nel capoluogo fiorentino?”
“Piombino è la mia città, dove sono nato e cresciuto, dove ho fondato un circolo Arcigay (poi finito malissimo, purtroppo) ed è il classico esempio della provincia italiana arretrata, seppur a volte ipocritamente tollerante. A Firenze si respira un’aria diversa, la città è provinciale e cosmopolita al tempo stesso, una delle città più aperte in Italia (come Bologna e Roma). Tuttavia nell’ambiente gay fiorentino (come anche in quello piombinese) c’è una tendenza a farsi del male da soli, ad alimentare divisioni e meschinità. I locali poi sono tremendamente provinciali e improntati alla più desolante superficialità. Ma questa è, purtroppo, una tendenza di tutto il mondo gay in Italia. È in atto, anche a livello politico, una deriva qualunquista, dove si privilegia la dimensione distorta di lobby, invece di puntare sulla partecipazione a tutti i livelli alla vita politica, sociale e culturale del paese e dove la più grande organizzazione GLBT d’Europa ha visto una partecipazione dello 0,94% degli iscritti alle votazioni per il proprio congresso nazionale. Ma il discorso sarebbe lungo e ci porterebbe un po’ fuori tema.”
 
“Sei impegnato in qualche partito politico?”
“Sono sempre stato molto indipendente e, come già detto, mi riconosco nel socialismo liberale. In ogni caso, da più di un anno, mi sono iscritto ai Ds per la stima che nutro verso alcuni dirigenti, perché è il partito più vicino ai miei valori e per non mettermi da parte nell’imminenza di decisive scelte.”
 
“In quale lingua ti piacerebbe scrivere se non lo facessi in Italiano?”
“Sicuramente in francese, visto che è la lingua poeticamente più affine alla nostra per musicalità e per semantica”
 
“Quanti anni hai?”
“Ventitre non ancora compiuti. Dentro me ne sento quaranta.”
 
“A volte ho l’impressione che l’io poetico (tu) si senta vecchio come un ‘priapo agonizzante’, come scrivi tu, e rifiuti di riamare l’adolescenza: ti piace sentirti più adulto dei tuoi amanti? O sentirsi vecchio a vent’anni è solo sinonimo di acerbità, di giovinezza iperbolizzata?”
“Non mi piace sentirmi più adulto dei miei amanti anche se a volte lo sono stato e penso che sentirsi vecchio a vent’anni non sia sinonimo di acerbità ma semplicemente di una adolescenza non vissuta o vissuta male. Io valuto l’età di una persona dalla sua maturità intellettuale, non da quella fisica o dal prosaico passare del tempo.”
 
“Hai iniziato presto a poetare?”
“Ho iniziato a buttare giù ‘esperimenti di versi’ a dodici, tredici anni. Ho cominciato a fare sul serio a quindici, sedici anni quando fondai Il Foglio Letterario, esperienza che continua (pur distorta rispetto alle originali intenzioni) ma da cui sono uscito qualche tempo fa. Ora mi hanno messo alla direzione di un storica testata, cessata da qualche tempo e rinata, Il libro volante.”
 
“Nei tuoi versi, a volte quasi da Haiku, sei breve, quasi ellittico. Sei timido? Hai paura d’essere prolisso?”
“No, anche perché, come ho già detto, amo molto Pavese e la sua poesia-racconto. La brevità dei miei versi è una scelta stilistica molto precisa e meditata che ha come scopo il concentrare i contenuti nel contenitore e come causa l’estraniamento da una società in cui non ci si riconosce. Inoltre sono debitore in grande misura verso Il porto sepolto di Ungaretti, a mio avviso la raccolta poetica più importante del Novecento europeo.”
 
“Ti lasci guidare dalla musicalità della lingua?”
“In poesia la musicalità del verso è essenziale. Non si improvvisa una poesia, è frutto di scelte, anche linguistiche, difficili e meditate.”
 
“Come scatta la poesia? Ti gira nella frase un verso, parole o solo ritmi da vestire con parole? Qual è il tuo verso preferito? Preferisci i parisillabi o gli imparisillabi?”
“Non mi pongo il problema delle sillabe, che reputo storicamente superato. La poesia scatta in maniera imprevedibile. Ho sempre con me un taccuino e una penna per eventualmente buttare giù qualche impressione. Poi è necessaria una rielaborazione con gli strumenti linguistici opportuni per raggiungere il fine poetico in maniera completa.”
 
“Scusa Andrea usciamo? Sono assordato.”
Usciamo, quindi, e la brezza fredda che viene dal mare mi ricorda che Andrea è nato in spiaggia come la Cavallina Storna. Come farà mai a viver in questa città pazzesca, skizzata, e stipata di turisti? Per fortuna che scrive, credo. Il mare di Piombino, gli spazi ventilati, s’insinuano nelle parole di Andrea che formano una partitura in cui il silenzio prepondera sulle note e dona risonanze strane ad allitterazioni che esplodono nei versi brevi, preziosità da cammeo che s’annacquerebbero in versi più lunghi. Ma ad Andrea piace essere breve, correre il rischio d’essere oscuro, pur di non essere prolisso. Beato lui!
Ce ne fossero di più, di poeti così!
 


Andrea Panerini : " Poesie sparse (1998-2003) " - La bancarella Editrice, Euro 8,5


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