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a cura di Fabio Casadei Turroni
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"Angelo d’Edimburgo" di Fabio Casadei Turroni

Marzo 2007
 

Ho un’immensa stima dello scrittore Fabio Casadei Turroni.
E come potrebbe essere altrimenti? Pure, a volte, qualche dubbio mi viene, sulla mia scrittura, e mi faccio qualche domanda. Ma non sono mica matto. Credo.

“Quanti anni hai? Dove sei nato? Dove vivi? Cosa fai nella vita?”
“Sono nato a Forlì nel 1964. Vivo da tempo a Bologna una vita picaresca di lavoro in lavoro. Sono fiero d’aver svolti tanti lavori di fatica, sai? Il lavoro umile ti sfianca ma ti libera la mente. Mentre lavoro, scrivo, colla testa. Mi piacciono le persone che svolgono mestieri umili. Sono i miei soggetti letterari preferiti. Ma non ricerco il buon selvaggio. È proprio comunanza esistenziale ed ideologica colle persone ‘basse’: quelle che non mangiano carne l’ultima settimana del mese, e a volte nemmeno le precedenti, mica perché siano vegetariane.”

“Perché scrivi?”
“Perché sono scontento, credo. E dunque mi sfogo. Adoro leggere. Incamero nella testa le parole altrui e le riuso quando mi sembra opportuno, contestualizzate. Un po’ come faceva il Marino, che rubava parole a tutti, col rampino, come diceva lui. Ecco perché scrivo: perché leggo. E mentre scrivo ho sempre fisso nel cuore il rispetto per la lingua in cui scrivo, la più bella del mondo, e ho sempre fisso nella testa il rispetto per il lettore, che non va annoiato.”

“Cosa leggi?”
“Molti autori anglofoni, in lingua. Ogni anno escono romanzi contemporanei stupendi, in inglese! Molta letteratura LGBT italiana contemporanea. Ogni mese esce una mia recensione-intervista su www.clubclassic.net e su LuiMagazine. Una raccolta delle interviste uscirà entro l’anno per Il dito e la luna e s’intitolerà Parole diverse. Nel saggio introduttivo cerco di fissare alcune costanti che caratterizzano il genere letterario LGBT rispetto alla letteratura eterosessuale. E ci sono. Basta cercarle. Ma il discorso critico sulla letteratura LGBT è contrastato. Molti scrittori negano la definizione d’un genere LGBT vero e proprio… se invece dovessi proprio portarmi un libro nella bara, beh, mi porterei la Divina Commedia. E se dovessi scegliere tra le tre cantiche, il Paradiso.”

“Qual è il tuo medium preferito?”
“Ascolto molta radio, mentre scrivo: spesso quei dibattiti infiniti su Radio Radicale, che mi servono da sottofondo, oppure tecno o trance, bassa, con quei 4/4 interminabili e neutri, che mi tengono compagnia di notte, mentre batto i tasti del pc. Ho un sito: www.fabiocasadeiturroni.net. La musica troppo intelligente mi distrae quando scrivo. A proposito di musica, entro l’anno uscirà una mia monografia con cd rom su Sylvano Bussotti. ADORO BUSSOTTI! È un artista che ci onora, nel mondo. E così uso la mia laurea in Dams Musica che, come dice mio padre, santo cielo, a qualcosa dovrà pure servire!”

“Cosa ami di più?”
“Mi piacciono le persone buone, semplici e non spocchiose.”

“Cosa odi di più?”
“Ognuno di noi ha due gambe, due braccia, due occhi… siamo simili. Ma non identici. E così le nostre scritture. Se sono personali, non possono e non devono assomigliarsi troppo. Quindi se due autori hanno due scritture troppo simili, uno dei due sbaglia. O entrambi, perché copiano un terzo. Perciò odio chi mette le mani nella mia scrittura. Chi cambia i miei participi passati correlati ai complementi oggetti così che tante parole che suonerebbero in I o E finiscono sempre in A o in O. L L L Odio chi se la tira, e i tirchi. E non amo i tanti autori gay che si circondano d’una mistica aura di bisessualità e infarciscono le loro trame di donne, per non perdere lettori e lettrici. E poi te li trovi nei circoli ArciGay che presentano i propri libri. Ma di notte. Di nascosto. Mah! E dire che sono troppe le persone di cultura che, se facessero coming out, aiuterebbero quei gay che non si riconoscono soltanto nei lustrini e nelle parrucche con cui siamo sempre bene accetti, alla maggioranza. O no? J Davvero, non scherzo, non dovremmo mai dimenticare che, a differenza di noi, gli etero sono sempre militanti. J J J”

“Gay od omosessuale?”
“Mi vedo bene come diverso, a mio agio parte d’una minoranza rispettata. Dagli altri invece accetto qualunque definizione non usata come insulto.”

“Ami frequentare i luoghi dell’omosessualità o ti consideri tra quelli che sono ‘fuori dagli ambienti gay’?”
“Ho spesso lavorato in luoghi gay. Meno male che esistono. M’hanno aiutato a sbarcare il lunario mentre studiavo. Sei anni fa lavoravo in una sauna, a Bologna. Scoppiò una rissa da far west. Piatti, sedie, vetri ovunque. Ero solo, dietro il bancone del bar, e telefonai ai carabinieri. Credevo di dover spiegare l’indirizzo ma bastò il nome della sauna. Giunsero in meno d’un minuto: sapevano anche troppo bene dov’era la sauna! Si comportarono benissimo. Difesero il locale. J È significativo: anche alla maggioranza i locali gay fanno comodo, perché ci tolgono dalle strade, perché ci inebetiscono col sesso facilissimo, perché ci rendono autoreferenziali, poco combattivi, più sorvegliabili e perché possono essere sempre visitati quando la moglie è… in vacanza.”

“Ti sposeresti se questo fosse possibile in Italia come lo è già in Spagna?”
“Mah. Vengo da una famiglia divorziata come tante. So che tutto finisce, quando non c’è più l’Amore. Però odio avere tutti i doveri senza godere di tutti i diritti. Mi batterò quindi per far sì che chi vuole si possa sposare. E ora che sto con una persona che amo, mi piacerebbe anche adottare.”

“Chi sono gli autori che ispirano la tua scrittura?”
“Dante. Molti autori anglofoni. Vidal. Ellis. Naipaul. Rushdie. De Lillo. Ognuno di loro ha un inglese speciale. Pochi italiani. Calvino. Pazzi. Sciascia. Buzzati. Busi… invece il migliore romanzo italiano rimane, ahinoi, il Decameron.”

“Qual è il libro di narrativa gay che hai amato di più?”
“Porci con le ali? Non era certo un romanzo gay, ma qualche scena forte me la ricordo ancora. Ero piccolo… O forse Live from Golgotha di Vidal, che si basa sugli Atti degli Apostoli? Non so decidere. Tanto più che, quando si scrive, si scrive sempre d’amore. E ogni rapporto col testo è quindi erotico. Ho descritto l’amore nostro nel mio Angelo d’Edimburgo, uscito un mese fa. È una silloge di racconti che, letti in successione, formano un romanzo d’amore. E quindi per la struttura è un omaggio a Dennis Cooper, autore gay, ma anche a Sciascia e a Verga, e a Dolci e perfino a Camilleri e a Di Salvo e a Mascagni, visto che è in parte ambientato in Sicilia. Una Sicilia bizzarra, ché non ci sono mai stato… O sono io che sono bizzarro? Forse. J J J A volte le mie strutture narrative sorprendono anche me: libri che alla fine ricominciano da capo, racconti che non iniziano, capitoli che sono racconti... ma io mi domando, Daniele, il buco nell’ozono s’allarga, i ghiacciai scompaiono, i mari s’innalzano, la corrente del Golfo sta per interrompersi, e voi mi chiedete Il Mulino del Po?”

“Quando scrivi segui un metodo o ti lasci andare alla cosiddetta ispirazione?”
“Seguo la mia ignoranza: non inizio mai una trama di cui conosco la fine. Detto questo, una volta che l’ho terminata, la riscrivo 10000 volte, per migliorare la scrittura e per rispetto assoluto del lettore, che deve avere un prodotto di qualità e non si deve mai annoiare. Ecco: la mia scrittura è prima di tutto riscrittura. Taglio molto. Moto Perpetuo è stato scritto, stampato, corretto, riscritto e ristampato per 21 volte, prima d’essere proposto all’editore. La prima versione era di 350 cartelle, l’ultima di 180! Evito sfoggi inutilissimi di cultura ma non sopporto chi non conosce a fondo almeno la lingua in cui scrive. Quando scrivo cerco di spiegarmi. Non voglio lasciare il lettore nel dubbio: avrò capito male? Non voglio costringere il lettore a rileggere. Odio rileggere, per capire. Non voglio essere fumoso: voglio essere capito. Ho un’allergia per il gerundio a causa del suono orrido, e della sua banalità: è un modo troppo facile: può avere volta per volta valore strumentale, causale, temporale… quindi lo uso solo in funzione d’onomatopea. Non uso le parentesi. Non mi piacciono i francesismi. Amo le forme contratte. Odio anche le forme avverbiali in mente perché non mi garba il suono e perché tolgono espressività al verbo che definiscono. Bisogna pretendere invece dagli scrittori un prodotto di qualità: tu le compreresti al mercato delle mele ammaccate? È la stessa cosa coi libri: anziché piazzare un avverbio facile facile, che gli scrittori si sforzino di trovare un verbo più situazionale. Così s’evitano, in una lingua già perifrastica come la nostra, gli sprechi di parole. Tutto questo fa uno stile assai particolare che non rifugge dalla mescolanza dantesca d’alto e basso in funzione antifrastica: uno stile elaborato, applicato con coerenza anche in Angelo d’Edimburgo.”

“Ma insomma Angelo d’Edimburgo è una raccolta di racconti o un romanzo?”
“È una raccolta di racconti che sono anche i capitoli di un romanzo. Chiaro?”

“Chiaro.”
“Prefazione di Roberto Pazzi e postfazione di Sylvano Bussotti.”

“Urca!”
“Oh, ma con chi credi d’avere a che fare?”

“Altre novità?”
“Un racconto dal titolo ‘Alan, l’amore secco’, uscito da poco su Menonmen5.”

“E quel libro di interviste per Il dito e la luna?”
“Vedrai! Vedrai!”
 
  


" Angelo d’Edimburgo " - Fabio Casadei Turroni - Le Mondine - euro 11,00


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