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“Cosa leggi?”
“Molti autori anglofoni, in lingua. Ogni anno escono romanzi
contemporanei stupendi, in inglese! Molta letteratura LGBT italiana
contemporanea. Ogni mese esce una mia recensione-intervista su
www.clubclassic.net e su LuiMagazine. Una raccolta delle interviste
uscirà entro l’anno per Il dito e la luna e s’intitolerà Parole
diverse. Nel saggio introduttivo cerco di fissare alcune costanti
che caratterizzano il genere letterario LGBT rispetto alla
letteratura eterosessuale. E ci sono. Basta cercarle. Ma il discorso
critico sulla letteratura LGBT è contrastato. Molti scrittori negano
la definizione d’un genere LGBT vero e proprio… se invece dovessi
proprio portarmi un libro nella bara, beh, mi porterei la Divina
Commedia. E se dovessi scegliere tra le tre cantiche, il Paradiso.”
“Qual è il tuo medium preferito?”
“Ascolto molta radio, mentre scrivo: spesso quei dibattiti infiniti
su Radio Radicale, che mi servono da sottofondo, oppure tecno o
trance, bassa, con quei 4/4 interminabili e neutri, che mi tengono
compagnia di notte, mentre batto i tasti del pc. Ho un sito:
www.fabiocasadeiturroni.net. La musica troppo intelligente mi
distrae quando scrivo. A proposito di musica, entro l’anno uscirà
una mia monografia con cd rom su Sylvano Bussotti. ADORO BUSSOTTI! È
un artista che ci onora, nel mondo. E così uso la mia laurea in Dams
Musica che, come dice mio padre, santo cielo, a qualcosa dovrà pure
servire!”
“Cosa ami di più?”
“Mi piacciono le persone buone, semplici e non spocchiose.”
“Cosa odi di più?”
“Ognuno di noi ha due gambe, due braccia, due occhi… siamo simili.
Ma non identici. E così le nostre scritture. Se sono personali, non
possono e non devono assomigliarsi troppo. Quindi se due autori
hanno due scritture troppo simili, uno dei due sbaglia. O entrambi,
perché copiano un terzo. Perciò odio chi mette le mani nella mia
scrittura. Chi cambia i miei participi passati correlati ai
complementi oggetti così che tante parole che suonerebbero in I o E
finiscono sempre in A o in O. L L L Odio chi se la tira, e i tirchi.
E non amo i tanti autori gay che si circondano d’una mistica aura di
bisessualità e infarciscono le loro trame di donne, per non perdere
lettori e lettrici. E poi te li trovi nei circoli ArciGay che
presentano i propri libri. Ma di notte. Di nascosto. Mah! E dire che
sono troppe le persone di cultura che, se facessero coming out,
aiuterebbero quei gay che non si riconoscono soltanto nei lustrini e
nelle parrucche con cui siamo sempre bene accetti, alla maggioranza.
O no? J Davvero, non scherzo, non dovremmo mai dimenticare che, a
differenza di noi, gli etero sono sempre militanti. J J J”
“Gay od omosessuale?”
“Mi vedo bene come diverso, a mio agio parte d’una minoranza
rispettata. Dagli altri invece accetto qualunque definizione non
usata come insulto.”
“Ami frequentare i luoghi dell’omosessualità o ti consideri tra
quelli che sono ‘fuori dagli ambienti gay’?”
“Ho spesso lavorato in luoghi gay. Meno male che esistono. M’hanno
aiutato a sbarcare il lunario mentre studiavo. Sei anni fa lavoravo
in una sauna, a Bologna. Scoppiò una rissa da far west. Piatti,
sedie, vetri ovunque. Ero solo, dietro il bancone del bar, e
telefonai ai carabinieri. Credevo di dover spiegare l’indirizzo ma
bastò il nome della sauna. Giunsero in meno d’un minuto: sapevano
anche troppo bene dov’era la sauna! Si comportarono benissimo.
Difesero il locale. J È significativo: anche alla maggioranza i
locali gay fanno comodo, perché ci tolgono dalle strade, perché ci
inebetiscono col sesso facilissimo, perché ci rendono
autoreferenziali, poco combattivi, più sorvegliabili e perché
possono essere sempre visitati quando la moglie è… in vacanza.”
“Ti sposeresti se questo fosse possibile in Italia come lo è già
in Spagna?”
“Mah. Vengo da una famiglia divorziata come tante. So che tutto
finisce, quando non c’è più l’Amore. Però odio avere tutti i doveri
senza godere di tutti i diritti. Mi batterò quindi per far sì che
chi vuole si possa sposare. E ora che sto con una persona che amo,
mi piacerebbe anche adottare.”
“Chi sono gli autori che ispirano la tua scrittura?”
“Dante. Molti autori anglofoni. Vidal. Ellis. Naipaul. Rushdie. De
Lillo. Ognuno di loro ha un inglese speciale. Pochi italiani.
Calvino. Pazzi. Sciascia. Buzzati. Busi… invece il migliore romanzo
italiano rimane, ahinoi, il Decameron.”
“Qual è il libro di narrativa gay che hai amato di più?”
“Porci con le ali? Non era certo un romanzo gay, ma qualche scena
forte me la ricordo ancora. Ero piccolo… O forse Live from Golgotha
di Vidal, che si basa sugli Atti degli Apostoli? Non so decidere.
Tanto più che, quando si scrive, si scrive sempre d’amore. E ogni
rapporto col testo è quindi erotico. Ho descritto l’amore nostro nel
mio Angelo d’Edimburgo, uscito un mese fa. È una silloge di racconti
che, letti in successione, formano un romanzo d’amore. E quindi per
la struttura è un omaggio a Dennis Cooper, autore gay, ma anche a
Sciascia e a Verga, e a Dolci e perfino a Camilleri e a Di Salvo e a
Mascagni, visto che è in parte ambientato in Sicilia. Una Sicilia
bizzarra, ché non ci sono mai stato… O sono io che sono bizzarro?
Forse. J J J A volte le mie strutture narrative sorprendono anche
me: libri che alla fine ricominciano da capo, racconti che non
iniziano, capitoli che sono racconti... ma io mi domando, Daniele,
il buco nell’ozono s’allarga, i ghiacciai scompaiono, i mari
s’innalzano, la corrente del Golfo sta per interrompersi, e voi mi
chiedete Il Mulino del Po?”
“Quando scrivi segui un metodo o ti lasci andare alla cosiddetta
ispirazione?”
“Seguo la mia ignoranza: non inizio mai una trama di cui conosco la
fine. Detto questo, una volta che l’ho terminata, la riscrivo 10000
volte, per migliorare la scrittura e per rispetto assoluto del
lettore, che deve avere un prodotto di qualità e non si deve mai
annoiare. Ecco: la mia scrittura è prima di tutto riscrittura.
Taglio molto. Moto Perpetuo è stato scritto, stampato, corretto,
riscritto e ristampato per 21 volte, prima d’essere proposto
all’editore. La prima versione era di 350 cartelle, l’ultima di 180!
Evito sfoggi inutilissimi di cultura ma non sopporto chi non conosce
a fondo almeno la lingua in cui scrive. Quando scrivo cerco di
spiegarmi. Non voglio lasciare il lettore nel dubbio: avrò capito
male? Non voglio costringere il lettore a rileggere. Odio rileggere,
per capire. Non voglio essere fumoso: voglio essere capito. Ho
un’allergia per il gerundio a causa del suono orrido, e della sua
banalità: è un modo troppo facile: può avere volta per volta valore
strumentale, causale, temporale… quindi lo uso solo in funzione
d’onomatopea. Non uso le parentesi. Non mi piacciono i francesismi.
Amo le forme contratte. Odio anche le forme avverbiali in mente
perché non mi garba il suono e perché tolgono espressività al verbo
che definiscono. Bisogna pretendere invece dagli scrittori un
prodotto di qualità: tu le compreresti al mercato delle mele
ammaccate? È la stessa cosa coi libri: anziché piazzare un avverbio
facile facile, che gli scrittori si sforzino di trovare un verbo più
situazionale. Così s’evitano, in una lingua già perifrastica come la
nostra, gli sprechi di parole. Tutto questo fa uno stile assai
particolare che non rifugge dalla mescolanza dantesca d’alto e basso
in funzione antifrastica: uno stile elaborato, applicato con
coerenza anche in Angelo d’Edimburgo.”
“Ma insomma Angelo d’Edimburgo è una raccolta di racconti o un
romanzo?”
“È una raccolta di racconti che sono anche i capitoli di un romanzo.
Chiaro?”
“Chiaro.”
“Prefazione di Roberto Pazzi e postfazione di Sylvano Bussotti.”
“Urca!”
“Oh, ma con chi credi d’avere a che fare?”
“Altre novità?”
“Un racconto dal titolo ‘Alan, l’amore secco’, uscito da poco su
Menonmen5.”
“E quel libro di interviste per Il dito e la luna?”
“Vedrai! Vedrai!”
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