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ClubClassic.net > Canali >  Incontro con l'autore:
 

a cura di Fabio Casadei Turroni
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" Quindici anni per sempre " di Lino Centi
 

 Novembre 2009
 

Dialogo cibernetico con Lino Centi, autore di "Quindici anni per sempre" , un romanzo quasi autobiografico raffinato e scorrevole:

In quanto tempo hai scritto Quindici anni per sempre?

Ho avuto la sensazione  che  una narrazione  m’alitasse in testa  sul finir del Millennio: subito dopo il vernissage di una mia mostra a Colombo, nello Sri Lanka. Per una strana coincidenza, anche l’ultima stesura è stata organizzata in oriente durante l’esposizione all’Art  Centre Chulalongkorn di Bangkok a cavallo fra il 2006 ed il 2007. Nel mentre correggevo Quindici anni per sempre, dall’appartamento della Soi Lang Suan occhieggiavo le cime degli alberi di Lumpini park: un’immagine rassicurante di una capitale caotica dove il parlamento era stato appena sciolto d’imperio e scoppiavano bombe fra morti e feriti. Erano passati sette anni.

Ti vuoi presentare?

Mi sono laureato in architettura nel 1974. Fra gli anni Settanta ed Ottanta, ho trascorso un biennio all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, nel seminario di Teoria dell’Arte diretto da Hubert Damisch. Damisch era un portento nell’interpretazione iconica, nell’esposizione di dettagli che acquistavano un’improvvisa centralità, e comunque devo a quei trascorsi se insegno nella Facoltà di Architettura.

Il mio rapporto con la scrittura è stato alimentato da una mole non trascurabile d’articoli e saggi. Vivo nel cuore di Firenze, ed  ho organizzato numerose mostre come pittore; ma da alcuni anni penso, congetturo, disegno, dei multipli. Dunque arte applicata. In questo momento ho sul tavolo il progetto di una serie di oggetti dedicata ad un pubblico gay. Spero che qualcuno li metta in produzione!

Utilizzi lo schema della biografia romanzata: hai modelli di riferimento?

La letteratura  fa parte di un’Estetica del Miracoloso: un ambito in cui ci si può risvegliare nel corpo dell’insetto descritto da Franz Kafka nella Metamorfosi. Ma è anche un campo largamente biografico: pare che il padre di Kafka apostrofasse il figlio nei termini di “immondo scarafaggio”. Tracce di biografia appaiono giocoforza in ogni scrittura. Un testo sublime come Archivi del Nord di Marguerite Yourcenar è una biografia, magistralmente romanzata, della propria famiglia. Ogni romanzo di Edmund White rappresenta una fetta di   vita vissuta prima che romanzata. Lo stesso White è anche autore di un imponente saggio sul più autobiografico (e geniale) autore del Novecento, Jean Genet,  la cui scrittura  scava  nei recessi     dei numerosi passaggi fra riformatori e galere: pugni nello stomaco in forma scritta, pagine dove il tradimento, la rivolta,  l’omosessualità ne rappresentano  il costante orizzonte. Di recente ho letto un romanzo di un giovanissimo scrittore marocchino, L’esercito della salvezza di  Abdellah Taïa, dove vi si narrano  le vicissitudini - sparse fra il Marocco e la Svizzera romanza -  di un adolescente arabo che si scopre gay. In questo ed in numerosi altri casi, lo schema dell’autobiografia aiuto molto. Avvalora le verità più intime, le più difficili da esprimere se non in prima persona.

 

In che modo viveva un adolescente di provincia all’epoca in cui non c’erano il cellulare, il computer, il web?

Si era tutti più ingessati. Ogni trasgressione veniva sanzionata attraverso il pubblico ludibrio, e  gli adolescenti gay erano per lo più impantanati nell’insana  speranza di guarire da una bizzarra “malattia”. L’isolamento portava a pensare - almeno per qualche tempo - di essere un caso unico al mondo. Talvolta il suicidio appariva un esito salvifico: un saggio di André Haim, I suicidi degli adolescenti, edito negli anni sessanta, riportava statistiche da brivido. Momenti d’esaltante, estatica, improvvisa, felicità scaturivano nel corso dei  viaggi. Infatti si viaggiava, si facevano esperienze,  si comparavano culture, si stabilivano complicità. E ci s’attrezzava a ribellarci.

Quindici anni per sempre è un romanzo di formazione. Che ruolo ha il sesso nella formazione del tuo protagonista?

La sessualità,  la clandestinità degli atti, fanno emergere il segnato clima di ostilità sociale:  quindi ansie e terrori – sospesi in una zona interdetta. Con la scoperta della sessualità, il protagonista apprende  il potere della seduzione. Ed insieme alla seduzione il piacere senza pari del  coinvolgimento sessuale.  Per necessità e per caso, situazioni connesse al sesso costellano duecento pagine di un libro dove è fortemente presente la dimensione del pericolo. La disapprovazione, la delazione, la gogna, aleggiano sul protagonista come fantasmi. Poi, nell’ultimo capitolo, l’incontro con un ragazzo olandese introduce un nuovo paradigma esistenziale.

Hai fatto il coming out. Lo consigli ai lettori più giovani?

Mio padre era un contadino toscano  dal radicato buon senso. Quando in famiglia è apparso lampante che mi ero innamorato di un giovane ebreo arabo che aveva lasciato Israele per vivere insieme a  me,  è stato accolto come un secondo figlio. Con i colleghi dell’Università non è stato altrettanto semplice. Tuttavia non ho demorso – ed ho fatto il possibile perché si sapesse. Con determinazione, ne ho parlato ogni volta che l’argomento affiorava. Penso che le energie che si sprecano per tenere in piedi un’identità che non è la propria siano immense. Non ho mai avuto ripensamenti.

Che ne pensi dell’uso politico dell’outing?

Credo che se fossero sistematicamente sputtanati tutti gli omosessuali che spesso si trasformano in aguzzini per mascherare la propria immagine pubblica, s’inizierebbe a respirare!

Che musica ascolti? Suoni qualche strumento? Ti piace ballare?

Per quanto provenga da una famiglia modesta, ho studiato pianoforte fra i sette e i dieci anni.  Talento musicale zero, piuttosto un gran senso del ritmo: mi piace ballare! George Winston ed Egberto Gismonti sono i due musicisti che prediligo. Da piccolo mi lasciavo trasportare dalle struggenti canzoni d’amore che mia madre ascoltava alla radio.

Tu giri spesso per il mondo, e sei spesso a Parigi: come si vi vive, da gay, a Parigi?

Parigi è una città dalle grandi solitudini. In nessuna altra metropoli è così estesa la pratica  della flânerie: il girovagare  senza  meta apparente.  Durante i week-end, una massa imponente di gay, si riversa nel centro. Compongono un universo frivolo, snob, capriccioso: ma lo stesso contesto ha visto nascere personaggi del calibro di Michel Foucault – che credo d’aver incontrato più di una volta nella medesima sauna di rue Louis le Grand. Negli anni Ottanta il BH, era una discoteca dal pubblico decisamente particolare e dalla sigla inconsueta: Siamo fieri d’essere gay e di sinistra – recitava. Ma ciò che contraddistingue Parigi è la coabitazione di modelli di cultura omosessuale piuttosto diversificati, ibridati, eclettici. Facendo leva su confidenze di amici con figli gay, ne deduco che le esperienze sessuali, sentimentali, d’amore, iniziano quando si è giovanissimi – se non proprio impuberi. Una  libreria come Les mots à la bouche è un’istituzione. Solida, riconosciuta, organizzata. Il sindaco di Parigi Beltrand Delanoë, gay dichiarato, ha inaugurato il proprio mandato con un atto particolarmente creativo. Ha invitato Ben Votier, artista eterosessuale, a progettare il contenitore di un preservativo dedicato ai gay (e gratuitamente distribuito), mentre a Pierre et Gilles, artisti omosessuali, è stato affidato il contenitore dedicato agli etero. Quando  la casa editrice Larousse ha dato alle stampe il Dictionaire des cultures gays et lesbiennes, un amico di sempre mi ha confessato: “Improvvisamente ci siamo sentiti tutti più uguali”.   

 

Che ne pensi della politica del governo Berlusconi rispetto ai diritti dei gay?

 

E’ una domanda retorica. Il problema vero è l’oscurantismo del Cattolicesimo, il suo potere d’interdizione, le armate di bigotti che recluta, Comunione e liberazione, l’Opus dei. Intanto i gay,  cristiani o atei che siano, dovrebbero coalizzarsi contro l’8/1000 devoluto al Vaticano nella denuncia dei redditi. 

 

Vivo con il compagno al quale Quindici anni per sempre è dedicato. Ho conosciuto Valentin a Barcellona, quando era ancora studente dell’accademia, nel Carrer d’Avinhó, la strade delle  prostitute immortalate da Picasso. Il sei di gennaio abbiamo festeggiato in Tunisia i quindici anni trascorsi insieme. Nel corso della stesura del libro sono stato costantemente nutrito dal suo  ottimismo: senza di lui, senza la sua fiducia, senza la sua inconsapevole bellezza, il romanzo non sarebbe mai nato.

 

Hai un sito? Una mail, per essere contattato dai lettori?

 

Il mio sito è www.linocenti.com La mia email: lino.centi@taed.unifi.it

 


" Quindici anni per sempre " di Lino Centi - Coniglio Editore, pp. 203, € 14,50


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