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L’Ayatollah Ali al-Sistani, massima
autorità irachena dell’Islam sciita (al quale aderisce il 60% della
popolazione dell’Iraq), ha suggerito recentemente un nuovo modo per
accrescere la violenza che già imperversa nel suo paese distrutto
dall’occupazione militare straniera e da una spaventosa guerra
civile. Ha emesso infatti una sentenza (fatwa), pubblicata anche su
internet, per incitare i fedeli a uccidere insieme agli odiati
musulmani sunniti anche gli omosessuali, “nel peggiore e più duro
dei modi”. L’esiliato iracheno Ali Hili, membro del gruppo
britannico gay "Outrage", denunciando l’ulteriore tassello di guerra
santa proclamato da Sistani (ritenuto peraltro dagli occupanti
americani uno degli interlocutori più "moderati" e affidabili nella
complessa situazione irachena) ha dichiarato che “questo incitamento
assassino e omofobico ha dato il via libera agli sciti musulmani per
cacciare e uccidere lesbiche e gay. Riteniamo Sistani”, ha
proseguito Ali Hili, “personalmente responsabile per l’omicidio di
omosessuali, bisessuali e transgender iracheni, perché ha dato agli
assassini un incoraggiamento e una sanzione teologica”. Sempre
secondo Hili, le milizie sciite irachene organizzano trappole per
uccidere gli omosessuali, attraverso appuntamenti a scopo erotico
che si trasformano in esecuzioni capitali. Di omosessualità, tra le
altre cose, si è occupato anche il più recente video-proclama del
numero due di Al Quaida, Ayman Al Zawahiri, che ha nuovamente
incitato i buoni musulmani alla guerra contro l’Occidente in seguito
alla pubblicazione delle vignette satiriche sul profeta Maometto da
parte della stampa europea. “Gli insulti contro il profeta
Maometto”, ha detto Al Zawahiri, “non sono il risultato della
libertà di opinione, ma del cambiamento del significato del sacro
per questa cultura. Il profeta Maometto, che le nostre preghiere gli
siano sempre rivolte, e Gesù Cristo, la pace sia con lui, non sono
più sacri, mentre sono diventati sacri l’Olocausto e
l’omosessualità”.
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Storica sentenza del tribunale
costituzionale spagnolo, che qualche settimana fa ha condannato l’Alitalia
per il licenziamento illegittimo di un dipendente omosessuale, un
analista di marketing che lavorava in Spagna per conto della
compagnia di bandiera italiana. La vicenda risale al 2002, quando
Alitalia licenziò il lavoratore accusandolo di insubordinazione nei
confronti dei superiori, e di errori materiali nello svolgimento
delle sue mansioni. Il licenziamento fu però impugnato
dall’interessato, che con l’assistenza di uno dei maggiori sindacati
di Spagna fece causa alla società sostenendo che la rottura del
rapporto di lavoro si doveva al suo essere omosessuale e in quanto
tale non gradito al suo diretto superiore gerarchico. Il giudizio di
primo grado gli diede ragione, ma l’Alitalia fece ricorso al
tribunale superiore di giustizia della Catalogna che invece dichiarò
legittimo il licenziamento. La causa è arrivata così fino al
tribunale costituzionale, che con una sentenza destinata a fare
giurisprudenza ha riconfermato il giudizio di primo grado. Secondo i
magistrati della più alta istanza giudiziaria spagnola, l’azienda
non è riuscita a dimostrare che le motivazioni fornite per la
rottura del rapporto di lavoro fossero diverse dalla volontà di
discriminare il dipendente in ragione del suo orientamento sessuale.
E viceversa non sono sembrate convincenti al di là di ogni dubbio le
accuse contestate nella lettera di licenziamento. I fatti accertati
in merito alla vicenda hanno inoltre messo in evidenza
l’atteggiamento ostile verso l’omosessualità del dipendente, insieme
a una condotta chiaramente punitiva, da parte del suo superiore
gerarchico.
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