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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 86 - Agosto 2006 ]

 
 Dire “frocio” è reato

 Insultare qualcun altro dandogli del “frocio” è un comportamento sanzionabile. Lo ha stabilito nelle scorse settimane una sentenza dei giudici della quinta sezione della corte di cassazione, tirando le orecchie al giudice di pace di Teramo che aveva invece assolto un quarantenne abruzzese, denunciato nel maggio 2005 per aver rivolto a un conoscente l’epiteto di cui sopra. Il termine “frocio”, aveva concluso il giudice di pace, non si può considerare lesivo dell’onore altrui. Di tutt’altro avviso la cassazione, secondo cui è al contrario il giudice di pace che ha “edulcorato e svalutato la portata lesiva della frase pronunciata dall’imputato”, giungendo a una decisione contraria “alla logica ed alla sensibilità sociale che ravvisa nel termine ‘frocio’ un chiaro intento di derisione e scherno, espresso in forma graffiante”. La parola passa quindi nuovamente al giudice di pace di Teramo, che dovrà riprendere in esame il caso tenendo conto dei rilievi formulati dalla cassazione.

 

 Giudici pro pacs?

L’attivismo della corte di cassazione nel ridisegnare i confini del diritto in tema di famiglia e sessualità non conosce soste, quest’estate. O forse è più corretto dire che su questi argomenti i nervi della cultura italiana sono talmente scoperti che basta un nulla per provocare rumorosi sussulti. Non c’è infatti granché nella sentenza 15760 della cassazione depositata il 13 luglio scorso. Solo un riferimento incidentale all’esistenza di famiglie di fatto e a un movimento sociale che si batte per ottenere i Pacs all’interno di un ragionamento che parla d’altro. Tanto è però bastato per consentire ai giornali di titolare che i giudici della cassazione “dicono sì ai Pacs”. E a commentatori di varia ispirazione per imbastire teorie pro o contro il riconoscimento giuridico dei diritti delle famiglie di fatto. La sentenza che tanta attenzione ha meritato riguarda il caso di un ragazzo minorenne investito e ucciso da un’acquasocooter nel 1989, mentre si trovava in vacanza al mare con la famiglia. I genitori (per inciso regolarmente sposati) e il fratello della vittima avevano chiesto un risarcimento per i danni morali subiti, e la questione si è trascinata per anni lungo i vari gradi di giudizio. Al termine del percorso è intervenuta appunto la cassazione per riconoscere la piena legittimità delle richieste. Nel fare ciò i giudici anche scritto, tra le altre cose, che “l’attuale movimento per la estensione della tutela civile ai Pacs (patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce appunto alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune, e dunque prima o poi anche i "nuovi parenti" vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro”. Niente di più, se non la semplice ammissione del fatto che i legami familiari possono esistere anche al di fuori del certificato di matrimonio. Per chi vuole il riconoscimento dei Pacs non c’è dubbio, tuttavia, che questa frase sia una importante testimonianza del cambiamento della mentalità e della giurisprudenza in Italia, mentre per chi non lo vuole i giudici della cassazione si sono messi indebitamente a fare politica. In prima fila nel fustigare i magistrati il quotidiano della conferenza episcopale “Avvenire”, che in un acidissimo editoriale ha attaccato una magistratura “che mostra propensione a far politica, sociologia e quasi propaganda modernizzatrice dei costumi”. I giudici dovrebbero, secondo “Avvenire”, limitarsi ad applicare la legge anziché mettersi a benedire i Pacs con una sentenza “tanto più capziosa in quanto la famiglia interessata era di tipo banalmente tradizionale”. I Pacs, prosegue il quotidiano cattolico, “non esistono nell’ordinamento giuridico italiano” ed è perciò “strabiliante” legare un giudizio di legittimità a “un istituto che nel nostro diritto non c’è”. “La legge non si occupa di interpretare le domande sorgenti dalla società, come la politica, né di regolamentarle come il parlamento”.
 

 

 

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