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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 87 - Settembre 2006 ]

 
 Spazzino di lusso

Condannato a essere una star in ogni circostanza, Boy George ha finito per essere inseguito dai giornalisti perfino tra i bidoni della spazzatura. È successo il 14 agosto a New York, quando l’icona pop britannica si è presentata di buon mattino al dipartimento della nettezza urbana per iniziare il primo dei cinque giorni di lavoro socialmente utile che il giudice gli aveva prescritto come terapia d’urto per la confusione mentale. La pena, in aggiunta a una multa di circa 800.000 euro, era il risultato di una bizzarra vicenda che denuncia di per sé la necessità di una terapia. Qualche mese fa il signor George O’Dowd (vero nome del cantante) aveva chiamato la polizia dal suo appartamento newyorchese denunciando una rapina. Gli agenti erano intervenuti, ma non avevano trovato convincenti riscontri del crimine. In compenso, mentre davano un’occhiata in giro avevano trovato alcune bustine di cocaina, attribuendone la proprietà al padrone di casa. Così Boy George era finito in tribunale con le accuse di simulazione di reato e detenzione di droga. Al processo si era candidato per svolgere al servizio della comunità qualcosa che fosse nelle sue corde, come un workshop su moda e trucco o un’iniziativa di beneficenza per raccogliere fondi per la lotta all’Aids, ma il giudice Antony Ferrara lo vedeva meglio come netturbino. “Dipende da lei”, aveva anche sentenziato, “prendere la pena come una prova di umiltà o come un’umiliazione”. Non è da tutti, comunque, finire nella polvere assediati da fotografi e telecamere, che hanno documentato i primi passi da spazzino dello sbadato Boy George con un’insistenza che lo ha fatto infuriare. Armato di scopa esibita minacciosamente, si è messo urlare contro i giornalisti in mezzo alla strada. “Pensate di essere migliori di me? Andatevene a casa. Lasciatemi fare il mio lavoro in pace”. Ma di far sloggiare la stampa non c’è stato verso. Il dipartimento della nettezza urbana ha quindi dovuto assegnare a Boy George un lavoro al chiuso per tenere lontani i cronisti. Se il giudice voleva umiliare l’orgoglio del reprobo, diciamo che ha fatto un buco nell’acqua.
 

 

 La guerra cancella il pride

Il Worldpride di Gerusalemme alla fine non c’è stato. È stato infatti nuovamente rinviato a data da destinarsi a causa della guerra israeliana contro il Libano. Gli altri eventi in programma nella settimana tra il 6 e il 12 agosto (conferenze, mostre, feste e un festival cinematografico) si sono svolti lo stesso, ma comunque sotto tono. Il 10 agosto c’è stato anche un corteo, al quale hanno partecipato però solo poche centinaia di persone. Malgrado il luogo decentrato e l’imponente protezione organizzata dalla polizia, la manifestazione è stata attaccata da alcuni ebrei ultraortodossi, che non sono tuttavia riusciti a provocare gravi danni. Il problema principale è venuto dall’interno, quando i partecipanti alla marcia si sono divisi in piazza per divergenze relative ai contenuti dell’evento. Da una parte i gruppi più radicali e i giovani comunisti che volevano manifestare anche contro la guerra e dall’altra i militanti della Jerusalem Open House, organizzatrice del pride, decisi a difendere i diritti glbt ma non la pace con il Libano. L’oggettiva impossibilità di fare il Worldpride a Gerusalemme rappresenta una seria sconfitta simbolica, che testimonia della estrema fragilità del diritto di fronte al predominio della violenza. Una manifestazione così a Gerusalemme sarebbe stata un segno di fiducia nella ragione, al di là degli steccati etnico-ideologici che determinano uno stato di guerra infinita. La storia invece sembra ansiosa di andare nella direzione opposta, e sono i diritti di tutti ad andarci di mezzo. Un altro caso di scuola relativo all’impatto della guerra sui diritti degli omosessuali sembra delinearsi drammaticamente in Iraq, dove le stragi sono all’ordine del giorno e i gay sono ovviamente un bersaglio scontato per i furori dell’estremismo religioso. I gruppi sciiti più radicali, secondo il britannico “Observer” fanno a gara nell’andare a caccia di omosessuali per punirli a dovere in base alla legge coranica. Ammazzare un gay, per loro, è un onore. Le denunce di brutali esecuzioni sono ormai numerose e riguardano spesso ragazzini giovanissimi che si prositutiscono, mentre il governo si guarda bene dall’intervenire. D’altra parte il codice penale iracheno non prevede alcuna garanzia per chi si macchia di crimini contro l’Islam.

 

 

 

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