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Rassagna Stampa PRIDE : |
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PRIDE: IL
MENSILE GAY ITALIANO
[ Numero 87 - Settembre 2006 ] |
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Toronto
e l’Aids |
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Bilancio in chiaroscuro, come tradizione
vuole, per la sedicesima conferenza mondiale sull’Aids tenuta a
Toronto il mese scorso. 24.000 delegati e oltre 4.000 documenti
scientifici hanno fatto il punto della situazione, mettendo in
rilievo per l’ennesima volta i nodi più critici delle strategie di
lotta all’epidemia, con particolare riferimento ai problemi
dell’accesso globale alle terapie e ai programmi di prevenzione.
L’Aids rimane una tragedia immane nei paesi poveri, mentre sembra
quasi addomesticata in quelli ricchi. Una ricerca presentata a
Toronto sostiene che l’origine di questa diversità di situazioni sia
anche genetica. Gli europei bianchi e i loro discendenti, afferma lo
studio, sono maggiormente in grado di tenere sotto controllo lo
sviluppo del virus Hiv all’interno dell’organismo, con una capacità
di resistenza variabile da nord a sud: è massima tra le popolazioni
della Scandinavia e minima tra quelle dell’Europa mediterranea. Lo
studio di questo fenomeno potrebbe dare interessanti risultati,
dicono gli scienziati, anche se la teoria è inquietante per le
memorie che innesca. Sta poi di fatto che i paesi del nordeuropa
sono anche quelli che in assoluto hano affrontato con maggiore
efficacia il problema dell’Aids. E che gli europei bianchi e i loro
discendenti sono in cima alla lista di coloro che possono
permettersi i farmaci per sopravvivere con l’Hiv. Un altro studio
presentato a Toronto stabilisce una correlazione diretta tra la
diffusione della terapie antiretrovirale e la riduzione del contagio
da Hiv. Se si potesse estendere a tutti l’accesso ai farmaci, la
lotta all’Aids sarebbe più facile. Ma questo non avviene perché le
industrie farmaceutiche non sono enti di beneficenza, e non esiste
nessun potere pubblico in grado di opporsi alle logiche di mercato
neppure in casi estremi come questo. In proposito la conferenza di
Toronto non ha fornito risposte definitive. |
Brevi |
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Berlino: un tribunale tedesco ha
stabilito qualche settimana fa che le donne lesbiche non possono
essere estradate in Iran per via dei rischi a cui le esporrebbe il
loro orientamento sessuale. La sentenza riguarda il caso di una
donna di 27 anni che aveva fatto richiesta di asilo politico in
Germania tre anni fa. Per la corte, la posibilità “di una punizione
discriminatoria e sproporzionata a causa di una relazione
omosessuale tra due donne è molto elevata in Iran, perché questo
tipo di rapporto, più che quello tra due uomini, rompe qualsiasi
tabù”.
Pechino: dopo due mesi di tentativi il governo cinese ha
dovuto prendere atto della sconfitta. Due siti governativi “gay
oriented”, attivati per diffondere informazioni sulla prevenzione
dell’Aids, sono stati accuratamente evitati dagli omosessuali
cinesi. In due mesi solo 37 visitatori, un po’ pochino per un paese
che ha superato il miliardo e mezzo di abitanti. I gay cinesi hanno
del resto di che dubitare delle buone intenzioni del governo, che
anche di recente non ha esitato a usare le armi della repressione.
Anche sul web, dove sono stati chiusi d’autorità alcuni siti gay
molto popolari proprio mentre si decideva di aprire siti
“ufficiali”.
Ryad: la polizia saudita ha effettuato 20 arresti, il mese
scorso, durante quello che è stato definito un “matrimonio
omosessuale”. Questo genere di retate di massa sono è specialità
locale e il quotidiano “Al Watan” ha riferito che i partecipanti
all’evento colti in flagrante dagli agenti erano ben 400, tutti
uomini, anche se qualcuno travestito da donna. Sono stati effettuati
250 fermi, 20 dei quali trasformati in arresto. In Arabia saudita
agli omosessuali si applica la legge islamica, che prevede pene
dalla flagellazione alla morte, a seconda della gravità del "reato".
New York: le aziende americane preferiscono i gay. Lo ha
rivelato il settimanale “Business week”, con un’inchiesta sul
crescente successo professionale degli allievi omosessuali delle
scuole di commercio. Merito delle politiche inclusive sviluppate da
scuole e università americane, spiega l’articolo, che ammorbidiscono
anche i contesti lavorativi tradizionalmente considerato più
maschilisti. Sta di fatto che le imprese, una volta provati i gay,
non vogliono più lasciarseli scappare e promuovono direttamente
politiche gay friendly
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