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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 88 - Ottobre 2006 ]

 
 Braccio di ferro a Gerusalemme

Archiviato il World Pride a Gerusalemme per l’ennesima causa di forza maggiore (la guerra con il Libano), la "Jerusalem Open House" voleva almeno poter organizzare una sfilata locale dell’orgoglio glbt. Si è scontrata però con le resistenze della polizia, che per motivi “di sicurezza” ha rifiutato di dare l’autorizzazione a ben sette date proposte dagli organizzatori della marcia. L’Open House ha quindi fatto ricorso alla corte suprema israeliana, che il 18 settembre si è espressa a suo favore.
Benché esistano fondate preoccupazioni per il mantenimento dell’ordine pubblico, secondo i giudici, non si può negare il diritto a manifestare della comunità glbt. La polizia è stata quindi invitata a fare il proprio dovere di garante dei diritti costituzionali e a mettere a punto un piano per consentire lo svolgimento del Pride, che salvo ulteriori colpi di scena si terrà il prossimo 10 novembre. È stata comunque esclusa la possibilità di dare alla manifestazione un carattere internazionale.
Questa soluzione di compromesso non piace comunque ai fanatici religiosi di tutte le fedi monoteiste, che solo in nome dell’odio contro gli omosessuali riescono ad accantonare per un momento le divisioni che le spingono a farsi la guerra una con l’altra.
Leader religiosi ebrei, musulmani e cristiani hanno già più volte chiesto congiuntamente di vietare la profanazione della città santa da parte della marcia glbt, mentre gli estremisti ebrei ortodossi, subito dopo la sentenza della corte suprema favorevole all’Open House, hanno minacciato di scatenare una “guerra santa” (come se non bastassero quelle già in corso).
L’aspetto più inquietante della vicenda è che con il passare del tempo l’opposizione religiosa al pride a Gerusalemme si fa più dura anziché tendere a placarsi. Le prime marce, organizzate a partire dal 2002, si erano svolte in un’atmosfera meno incandescente. Ma già lo scorso anno si sono verificati gravi incidenti e quest’anno le premesse sono tutt’altro che confortanti. Basti dire che quest’estate sono comparsi sui muri della città manifesti che offrivano un compenso pari a 3.000 euro per chiunque uccidesse un gay o una lesbica.

 

 Scandalo agli antipodi

Tempi d’oro per la stampa scandalistica neozelandese, che va letteralmente a ruba in seguito a piccanti vicende che coinvolgono i leader dei due maggiori partiti nazionali. Il primo ministro, la laburista Helen Clark, è finita al centro dei pettegolezzi quando una rivista ha pubblicato foto “compromettenti” che ritraevano suo marito Peter Davis, docente universitario, intento ad abbracciare e baciare un altro uomo, che si è scoperto essere un amico medico apertamente gay.
Da qui è partita una ridda di precisazioni e nuove indiscrezioni che ha alimentato a dismisura la voglia dei neozelandesi di saperne di più su come funziona la famiglia del premier.
Le foto galeotte erano state scattate durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale dei laburisti alle legislative dello scorso anno, e la linea difensiva di Davis, che ha anche specificato di non avere tendenze omosessuali, è che si trattava di effusioni tra amici su di giri per la comune felicità senza alcuna implicazione erotica.
Ma non c’è giustificazione che tenga, ancorché verosimile, quando l’interpretazione maligna è molto più divertente. Così il gossip, anziché spegnersi, è cresciuto esponenzialmente, fino a spingere la Clark ad accusare pubblicamente l’opposizione di centrodestra di avere orchestrato una campagna diffamatoria ai suoi danni. “Ritengo”, ha dichiarato il primo ministro, “di essere stata un modello per tutti i 25 anni della mia carriera politica. I miei oppositori hanno cercato di diffamarmi e di arrivare a colpire me attraverso mio marito”.
I conservatori del National Party negano tuttavia ogni convolgimento nella regia dello scandalo e hanno d’altro canto qualche problema a loro volta, dopo che il loro leader Don Brash, che ha costruito la propria reputazione sulla difesa dei valori familiari tradizionali, è stato preso in castagna con un’amante. E non un’amante qualsiasi, visto che si tratta di Diane Foreman, una delle donne più ricche del paese nonché patronessa di un gruppo di azione politica di estrema destra.
Lo scandalo architettato contro la signora Clark e suo marito potrebbe in effetti essere stato pensato per pareggiare i conti e per vendicarsi dell’attivismo pro gay del primo ministro. Il governo laburista guidato da Helen Clark ha infatti approvato importanti riforme legislative a favore delle persone glbt, a cominciare dal riconoscimento delle unioni civili sul modello britannico, scatenando regolarmente le forti proteste dell’opposizione conservatrice.

 

 

 

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