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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 89 - Novembre 2006 ]

 
 Teodem e dintorni

Tecnicamente era un'udienza privata, ma i contenuti dei quaranta minuti di colloquio tra papa Benedetto XVI e il presidente del consiglio Romano Prodi, il 13 ottobre in Vaticano, sono stati in realtà scrupolosamente divulgati. Con la chiara intenzione di mandare un messaggio a chi pensa che il nuovo governo di centrosinistra possa mostrarsi più autonomo del precedente dalle direttive della chiesa cattolica. Papa Ratzinger ha elencato a Prodi le questioni su cui desidera continuare a dettar legge in Italia, e tra queste c'era naturalmente anche il "no" alle unioni omosessuali. E il presidente del consiglio ha diplomaticamente risposto, come fa ormai da otto mesi a chiunque gli parli dell'argomento, che i Pacs non si faranno perché non sono nel programma di governo; si prevede tuttavia di riconoscere i diritti delle persone che fanno parte delle unioni di fatto. L'oracolo prodiano ha trovato interpretazioni divergenti. A sinistra è stato letto come un sapiente escamotage per indorare la pillola della civile riforma che si farà, mentre per i cattolici della maggioranza si è trattato di un impegno contro i Pacs preso dal presidente del consiglio con il papa in persona. Si fatica a comprendere razionalmente il perché il Vaticano, non potendo impedire agli omosessuali di peccare liberamente, si accanisca tanto contro il loro diritto a visitare il partner in ospedale o a ricevere la pensione di reversibilità. Fatto sta comunque che soprattutto per contrastare i Pacs è nata nelle scorse settimane una nuova corrente politica all'interno del centrosinistra. Anzi, all'interno del futuro partito democratico, già diviso in correnti ancora prima di nascere. Si tratta dei teo-dem, vale a dire gli integralisti democratici (che è un po' una contraddizione in termini), costituiti come entità specifica per vigilare che le scelte legislative del governo Prodi non si discostino dalla dottrina della chiesa. La lotta alle unioni omosessuali si pone come questione urgentissima perché le componenti laiche della maggioranza tendono a dare per scontato che qualcosa si dovrà fare per forza e presto, concedendo nella sostanza qualche diritto concreto alle famiglie di fatto. Ma il manipolo di parlamentari della Margherita che ha dato vita ai teodem, capitanati dai senatori Luigi Bobba e Paola Binetti e dal'onorevole Enzo Carra, pensa al contrario che non fare nulla sia un preciso dovere. E quand'anche si decidesse di fare qualcosa, loro potranno sempre sfilarsi da qualunque impegno politico in nome della libertà di coscienza. Tenuto conto delle difficoltà aritmetiche che la maggioranza ha in parlamento, è come proclamare un diritto di veto perpetuo fino alla fine della legislatura. A meno che non si apra qualche spiraglio di trasversalità politica agli schieramenti sui cosiddetti temi "eticamente sensibili" (dai Pacs all'eutanasia). Come dicono di voler fare i riformatori liberali dell'ex radicale Benedetto della Vedova, risvegliando l'anima liberale del centrodestra, che almeno per il momento continua però ad avere il sonno pesante.

 

 Orgoglio conteso

Dove si farà il pride nazionale del prossimo anno? Al sorgere di questa domanda un brivido di suspence percorre la penisola, perché sono due le città che si contendono onori e oneri dell'evento. C'è Bologna che vorrebbe ospitare il pride 2007 per celebrare degnamente il venticinquesimo anniversario della conquista del Cassero, prima sede concessa in affitto da un'amministrazione pubblica al movimento omosessuale. E c'è Roma che insiste più di quanto abbia fatto negli ultimi anni sull'assoluta necessità di manifestare nella capitale, se si ha intenzione di organizzare un'iniziativa politica di effettivo rilievo. Una precandidatura avanzata da Catania è stata ritirata con l'idea di riproporla più avanti, mentre la candidatura di Bologna è stata ufficializzata da un folto elenco di sigle glbt emiliane, che hanno anche convocato il 7 ottobre scorso, per discuterne, un incontro preliminare aperto a tutte le realtà interessate. Dicono i bolognesi: "E' fondamentale riportare a Bologna, avamposto in Italia e nella nostra storia di diritti e di libertà, un pride che favorisca l'uscita da un pericoloso torpore". Rispondono i romani del circolo Mario Mieli, principale sponsor del pride nella capitale: "Dare l'impressione di un movimento che si rintana in provincia a manifestare con la sua azione più forte e collettiva fornirebbe al paese il segnale di una resa". Ai toni campanilistici della controversia si aggiunge una diversità di caratterizzazione politica dei due pride. Non tanto sui contenuti (che più o meno sempre quelli sono) quanto sull'identità: più moderata a Bologna con la regia di Arcigay e Arcilesbica e più radicale a Roma con il contributo di tutti i gruppi che si collocano a sinistra di Arcigay. La natura del pride, però, è di lasciare spazio a tutte le differenze (altrimenti cosa ci sta a fare l'arcobaleno?). Tutte regine per un giorno senza litigare come gli altri 364 giorni dell'anno. E' auspicabile che il confronto su dove andare a manifestare riparta da questo binario, evitando il rischio di ripetere l'esperienza (fallimentare) della convocazione di due pride nazionali e contrapposti. Se poi galli e galline del pollaio glbt avessero problemi ad accordarsi potremmo sempre lanciare le primarie. Magari in discoteca.
Gianni Rossi Barilli
 

 

 

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