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Rassegna Stampa PRIDE : |
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PRIDE: IL
MENSILE GAY ITALIANO
[ Numero 91 - Gennaio 2007 ] |
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Padova
rispolvera l'anagrafe |
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Trovando l'uovo di Colombo (per alcuni) o
utilizzando a una furbizia di scarso valore (per altr)i, il padovano
Alessandro Zan, consigliere comunale e segretario dell'Arcigay
veneta, è finito sulle prime pagine di parecchi quotidiani nazionali
per via dei "Pacs alla padovana".
Non è l'ultimo grido della nouvelle cuisine del nordest ma meno
gustosamente un accordo votato in consiglio comunale per "istruire"
l'ufficio anagrafe a rilasciare, su richiesta degli interessati,
certificati che attestino l'esistenza di famiglie basate su vincoli
affettivi.
L'espressione "vincoli affettivi" compare del resto nella legge
anagrafica del 1954, tra le ragioni per cui le persone che convivono
possono essere considerate nucleo familiare ai fini burocratici.
Dunque, ha sostenuto Zan, la famiglia di fatto per la legge esiste
già. Si tratta di esplicitarne l'esistenza per rivendicare con
maggior forza il riconoscimento di diritti positivi.
Per riassumere: il comune di Padova autorizzerà l'anagrafe a
rilasciare certificati che spefichino la qualità di famiglie unite
da vincoli affettivi. Una legittimazione simbolica da considerarsi
propedeutica all'approvazione di una legge nazionale sulle unioni
civili.
Questa soluzione ha avuto il merito di mettere d'accordo la
maggioranza di centrosinistra in consiglio comunale, spiaggiata da
mesi su una diatriba tra laici e cattolici in merito all'istituzione
di un registro cittadino delle coppie di fatto. Inoltre ha riportato
alla ribalta a livello nazionale il tema dei Pacs.
Lo svantaggio principale è invece che il senso dell'operazione viene
interpretato in modo molto diverso dai vari attori politici in
campo, lasciando insoluto il dubbio se si tratti di un importante
passo avanti o di uno specchietto per le allodole. Ciascuno tira la
coperta dalla propria parte e lo scontro è rinviato a quando dai
simboli si dovrà passare ai fatti concreti. |
Protesta
papale |
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Un atto di lesa maestà papale da parte
della redazione romana del quotidiano "Il manifesto" ha provocato
una protesta ufficiale da parte del Vaticano nei confronti del
governo italiano. E con i tempi di ossequiosità clericale che
corrono, la gravità dell'incidente diplomatico è quasi pari alla
minaccia di sganciare un arsenale nucleare su palazzo Chigi.
L'episodio all'origine di tanto trambusto è un irriverente
volantinaggio piovuto dal cielo, lo scorso 8 dicembre, direttamente
sulla papamobile. Che come ogni anno, nella ricorrenza
dell'Immacolata, si dirigeva verso la chiesa di Trinità dei monti
passando per via Tomacelli, dove si trova appunto la redazione del
"manifesto". Dalle finestre del quotidiano sono atterrati sul corteo
papale parecchi volantini con sopra scritto "Pastore tedesco
lasciaci in Pacs". Il "pastore tedesco", secondo il celebre titolo
di copertina usato dal "manifesto" per l'elezione di Benedetto XVI,
sarebbe per l'appunto Ratzinger, mentre per il gioco di parole sui
Pacs non c'è bisogno di spiegazioni.
I primi a non prenderla bene sono stati alcuni agenti della Digos,
che dopo essersi affrettati a raccogliere tutti i volantini che
potevano, si sono presentati al "Manifesto" alla ricerca dei
colpevoli. Qui però si sono trovati di fronte alla resistenza del
direttore del giornale, Gabriele Polo, che in quanto direttore si è
dichiarato responsabile di tutto ciò che avviene all'interno della
redazione e ha fornito agli agenti le proprie generalità.
La storia sarebbe finita qui se il giorno seguente non fossero
arrivati le proteste vaticane accompagnate dalla richiesta di scuse
ufficiali da parte dello stato italiano.
Al "manifesto", comunque, hanno sostenuto che loro non hanno nulla
di cui scusarsi. Casomai, si potrebbe concludere, è il papa che
dovrebbe delle scuse agli italiani per le sue continue incursioni
nella loro esistenza pubblica e privata.
Ma già sappiamo che lui non ha nessuna intenzione di lasciarci in
Pacs.
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