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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 92 - Febbraio 2007 ]

 
 Le Pen ci ripensa

La prova più lampante del successo che i Pacs hanno avuto in Francia è stato il recente cambiamento di posizione su questo argomento del leader del Front National, Jean Marie Le Pen. Il capo dei neofascisti francesi era stato infatti uno dei più strenui oppositori della legge sui patti civili di solidarietà prima che fosse approvata (1999), e anche dopo non aveva smesso di attaccarla periodicamente per i suoi effetti nefasti sul concetto di famiglia tradizionale. Ora però, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali della prossima primavera e con i sondaggi che gli predicono la possibilità di arrivare al secondo turno, anche Le Pen si è ammorbidito. L’unico motivo per cui può averlo fatto è la consapevolezza che i Pacs sono ormai un dato ampio acquisito anche per l’elettorato della destra estrema. “Non vedo grande interesse in questa formula”, ha dichiarato il presidente del Front National, “ma in fondo, se permette a certe persone di regolarsi reciprocamente sui loro interessi materiali, non la trovo sconveniente”. Le Pen ha anche aggiunto che neppure il termine Pacs lo disturba più, pur ribadendo invece il proprio secco "no" alla famiglia omogenitoriale e all’adozione di norme che sanzionino l’aggressività verbale nei confronti degli omosessuali. Anche entro questi limiti, il Le Pen di oggi appare molto più gay friendly di quello del passato. E non si tratta solo di una posizione personale ma del partito, come ha confermato in un dibattito radiofonico sulle elezioni presidenziali sua figlia Marine, eurodeputata del Front National. Rispondendo alla domanda di un simpatizzante che voleva essere tranquillizzato sulla possibilità di mettere su casa con un altro uomo, Marine Le Pen ha risposto che “l’identità sessuale non e un problema dei politici, e di conseguenza questo signore ha la libertà totale di vivere con chi vuole e non deve avere nessuna preoccupazione”.
 

 

 Rerepressione albanese 

Naser Almalek, leader dell’Associazione degli omosessuali albanesi, è stato a condannato a fine dicembre a sei mesi di carcere. Era stato arrestato il 18 agosto scorso, insieme ad altri quattro membri dell’associazione, con le accuse di atti osceni in luogo pubblico e di esercizio della prostituzione. Si è sempre dichiarato innocente, spiegando il proprio arresto come una misura di repressione contro il movimento gay albanese, e in carcere ha tentato due volte il suicidio, senza per questo intenerire né i giudici né l’opinione pubblica. Insieme ai compagni incarcerati con lui ha denunciato il pesante trattamento ricevuto in prigione: cella d’isolamento e “protezioni speciali” per le guardie carcerarie che dovevano avere contatti con i detenuti omosessuali. L’Albania ha depenalizzato i rapporti omosessuali tra adulti consenzienti nel 1995, ma la repressione dell’omosessualità, come questa brutta vicenda dimostra, è rimasta un’occupazione di routine per i tutori dell’ordine pubblico. Fino al suo arresto, Naser Almalek (cittadino giordano ma residente da molto tempo a Tirana), è stato l’unico esponente del movimento gay albanese ad avere avuto il coraggio di comparire pubblicamente con nome e cognome.

 

 

 

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