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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 93 - Marzo 2007 ]

 
 Esercito pappone  

La denuncia è venuta dall’associazione delle madri dei soldati di Russia e ha fatto il giro del mondo: giovani reclute dell’esercito costrette a prostituirsi da ufficiali e soldati più anziani che intascavano i proventi delle prestazioni. I fatti si sarebbero svolti in una centralissima caserma di San Pietroburgo e avrebbero riguardato decine di giovani soldati, fatti uscire nottetempo per salire sulle auto di facoltosi clienti, tra cui figurerebbe anche un generale dei servizi segreti russi. Il prezzo di un rapporto sessuale si sarebbe aggirato intorno ai trenta euro. Un soldato, rimasto anonimo, avrebbe raccontato: “Gli ufficiali ci picchiavano e ci costringevano ad andare a guadagnare denaro. Io sono stato torturato anche con le scariche elettriche”. E un altro, altrettanto anonimo, avrebbe aggiunto: “Almeno dieci di noi, giovani reclute, non passavamo la notte nella base militare”. Oltre a questi episodi, le madri russe e altre associazioni per i diritti umani hanno puntato il dito contro il criminale bullismo diffuso all’interno delle forze armate, citando tra gli altri il caso di Andrei Sychev, un soldato di appena diciotto anni gravemente torturato lo scorso anno da alcuni commilitoni più anziani. Al punto da dover subire, come conseguenza delle sevizie, l’amputazione delle gambe e dei genitali. Le vittime del bullismo nell’esercito sarebbero ogni anno varie centinaia.
 
Il ministero degli interni russo ha smentito con sdegno tutte le accuse, accusando a sua volta l’associazione delle madri di propaganda antinazionale e spiegando che i controlli sugli abusi all’interno delle caserme sono rigorosi e puntuali. È comunque innegabile che le denunce di bullismo, al di là dei possibili ricami su singoli episodi, risultano quantomeno verosimili se si pensa alla pessima fama che le forze armate russe si sono conquistate sul campo in teatri di guerra come la Cecenia.
 
Lo scandalo delle reclute costrette a prostituirsi aggiunge peraltro una fosca pennellata all’immagine del potere in Russia anche in relazione all’atteggiamento delle autorità (civili e militari) nei confronti degli omosessuali e dei loro diritti negati. Il presidente Putin ha di recente inanellato una nuova perla omofobica dichiarando ai giornalisti che gli omosessuali rappresentano un problema sociale per via del basso coefficiente di natalità che affligge il paese. Mentre il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov non ha esitato a definire addirittura “satanici” eventi come il gay pride, che fu vietato l’anno scorso nella capitale russa e si appresta a esserlo anche quest’anno, in base alle assicurazioni fornite dalle autorità cittadine in ossequio al punto di vista della chiesa ortodossa. Anche al consiglio d’Europa, che aveva espressamente richiesto spiegazioni relative al divieto di manifestare per gli omosessuali, i rappresentanti russi hanno fatto sapere che quando ragioni di ordine pubblico lo richiedono, è necessario limitare la sacrosanta libertà di espressione dei cittadini. Sarà per questo che due omosessuali russi hanno ottenuto il mese scorso l’asilo politico in Francia come perseguitati a causa del proprio orientamento sessuale?
 
 

 L’uovo di Colombia

Ai giudici della corte costituzionale della Colombia è bastato cancellare tre parole per porre fine a una discriminazione che da diciassette anni penalizzava le coppie conviventi omosessuali rispetto a quelle eterosessuali. Il 7 febbraio, con una decisione quasi unanime (otto a uno), la corte ha infatti depennato l’espressione “uomo e donna” dalla legge del 1990 che garantiva alcuni diritti alle coppie di fatto. Il diritto più importante è quello ad ereditare i beni del partner, per usufruire del quale le coppie gay e lesbiche colombiane erano fino a un mese fa costrette a provvedere legalmente fondando società commerciali a due. Il ricorso alla corte costituzionale era stato promosso da “Colombia diversa”, associazione glbt che con l’assistenza di esperti giuristi aveva obiettato che riservare diritti solo alle coppie eterosessuali era contrario “alla dignità umana e alla libera associazione”. La responsabile di Colombia diversa, Marcela Sanchez, ha definito la decisione “un grande passo avanti a favore dei diritti delle coppie di fatto gay”, anche se ha aggiunto che “per porre fine alle discriminazioni non bastano le leggi, occorre un importante cambiamento culturale”. Acquisire il diritto all’eredità non apre comunque automaticamente alle coppie gay e lesbiche la strada per le unioni civili. Un testo di legge su questo argomento è attualmente in discussione in parlamento, dove ha trova la prevedibile resistenza dei conservatori, spalleggiati dalla chiesa cattolica. Il segretario della conferenza episcopale colombiana, Fabian Marulanda, ha tuttavia scavalcato a sinistra il cardinale Ruini, affermando che gli omosessuali “devono godere degli stessi diritti di qualunque cittadino del paese”, pur specificando poi che “per la chiesa è importante che le coppie di fatto dello stesso sesso non ottengano gli stessi diritti dei matrimoni eterosessuali”. Parole piuttosto contraddittorie, che hanno reso necessario un intervento chiarificatore del papa in persona. Benedetto XVI infatti ha ricevuto poche settimane l’ambasciatore della Colombia per spiegargli che bisogna resistere in ogni modo alla tentazione di "distruggere la famiglia" concedendo diritti alle coppie dello stesso sesso.
 
 

 

 

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