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Se Alessandro Manzoni fosse un nostro
contemporaneo e si accingesse a scrivere oggi il suo romanzo, i
protagonisti del rocambolesco plot per giungere dopo mille peripezie
alle sospirate nozze dovrebbero di sicuro chiamarsi Renzo e Lucio (o
Renza e Lucia). Sono infatti i gay e le lesbiche, ai nostri giorni,
i soli a trovare ostacoli al loro desiderio di sposarsi, mentre gli
etero possono fare e disfare tutti i matrimoni che vogliono.
Anche Matteo Pegoraro, 21 anni, e il suo compagno Francesco Piomboni,
32, si sono sentiti dire qualche settimana fa che il loro matrimonio
non s'ha da fare. Vivono insieme da un anno e mezzo, insieme animano
le attività del circolo Arcigay di Firenze "Il giglio rosa" e hanno
deciso di regolarizzare la loro unione partendo dal presupposto che
non esistono nel nostro ordinamento norme che vietino il matrimonio
tra persone dello stesso sesso. Così a fine marzo si sono presentati
all'ufficio di stato civile del comune di Firenze per chiedere le
pubblicazioni di matrimonio.
E lì, com'era prevedibile, si sono sentiti rispondere che la cosa
non è possibile perché l'interpretazione corrente del codice civile
non lo consente. Ne consegue che due uomini non possono sposarsi tra
loro anche se non c'è nessuna regola esplicita che lo impedisca.
Matteo e Francesco comunque non si sono persi d'animo e hanno
annunciato che faranno ricorso al tribunale civile per ottenere
soddisfazione. E se anche la magistratura risponderà picche, faranno
nuovamente ricorso. "Se necessario", hanno dichiarato, "arriveremo
fino alla corte costituzionale". In altri paesi (come il Canada o
alcuni stati Usa) la via giudiziaria per raggiungere la parità di
diritti ha dato ottimi risultati e ha fatto sì che fosse la
magistratura a imporre alla politica l'obbligo di legiferare.
In Italia la strada si presenta più impervia che altrove, ma con i
tempi e le contraddizioni che contraddistinguono la nostra scena
politica non si tratta affatto di una soluzione da scartare. |
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Si avvicina la scadenza per presentare la
dichiarazione dei redditi e per finanziare con una piccola parte
delle nostre tasse iniziative che vadano a favore (anziché contro)
le persone glbt.
Una prima possibilità è costituita dall'assegnazione dell' 8 per
mille a sostegno delle confessioni religiose. E va da sé che
destinare questa quota alla chiesa cattolica significa darsi la
zappa sui piedi. Un'alternativa che si è rivelata ottima in questi
anni è piuttosto puntare sulla chiesa valdese, che garantisce di
impiegare l'intero ricavato per scopi sociali, ha un atteggiamento
di grande apertura nei confronti degli omosessuali e non si propone
(come invece fa il Vaticano) lo scopo di limitare l'autonomia dello
stato laico. Per questo motivo la rivista "Micromega" ha promosso un
appello pro-valdesi che è stato sottoscritto da numerose personalità
del mondo della cultura.
Bisogna anche sapere che in caso di mancata indicazione, il vostro 8
per mille sarà comunque distribuito alle chiese (o allo stato)
secondo un criterio di ripartizione proprozionale basato sulle
percentuali di chi ha espresso una preferenza. E siccome circa l'80%
di chi dà un'indicazione lo destina alla chiesa cattolica, fate voi.
Oltre all'otto per mille c'è poi il 5 per mille che si può destinare
ad associazioni di volontariato (Onlus), tra cui figurano anche
numerosi gruppi glbt. Come fare? Basta indicare il numero di codice
fiscale del soggetto beneficiario nell'apposita scheda allegata al
modello della dichiarazione dei redditi. Le associazioni che ci
hanno fatto pervenire il loro numero di codice fiscale sono Agedo
(97128200157), Arcigay (92017780377) e Circolo Maurice di Torino
(97531180012). In caso di altra preferenza basterà chiedere il
relativo numero all'associazione prescelta.
Specifichiamo infine che la destinazione del 5 per mille non
comporta alcun aggravio d'imposta e che se non lo si indica verrà
distribuito ugualmente con gli stessi criteri utilizzati per l'8 per
mille.
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