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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
[ Numero 98 - Agosto 2007 ]

 
 Dai Dico ai Cus

Di sigla in sigla, il martoriato disegno di legge sul riconoscimento legale delle coppie di fatto è approdato ai Cus, sigla che sta per “Contratti di unione solidale”. Il copyright della nuova definizione è della commissione giustizia del senato, che dopo mesi di duro lavoro ha archiviato il testo governativo sui Dico ("Diritti dei conviventi"), che a sua volta aveva fatto uscire di scena i Pacs ("Patti civili di solidarietà"). Questa ridicola trafila chiarisce già da sola quanto sia difficile e imbarazzante, in Italia, applicare il principio costituzionale dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, in presenza delle pretese teocratiche della chiesa cattolica e dei suoi alfieri parlamentari. I Dico, che non piacevano affatto al movimento glbt, sono stati messi in soffitta con l’idea che un nuovo testo elaborato dal parlamento anziché dal governo potesse avere qualche possibilità in più di venire approvato da una maggioranza trasversale, formata dai laici del centrosinistra e del centrodestra. Ma salvo colpi di scena, una maggioranza di questo genere continua a non esistere proprio al senato, che dovrà esprimersi sull’argomento prima della camera. È quindi piuttosto probabile che la sospirata legge sulle coppie di fatto finirà per passare alla storia come una delle tante mancate riforme di questa deludente legislatura.
 
Ma vediamo più in dettaglio cosa prevedono questi benedetti Cus. Un indubbio miglioramento rispetto ai Dico è che i contratti di unione solidale si potranno stipulare con una dichiarazione congiunta dei due contraenti, di fronte al notaio o al giudice di pace, che sarà anche tenuto a trascriverli in un apposito registro. Le coppie solidalmente unite potranno inoltre scegliere il regime di comunione dei beni (ma solo di quelli acquisti successivamente alla stipula del Cus). Il testo specifica poi che i conviventi registrati “hanno reciprocamente gli stessi diritti e doveri spettanti ai parenti di primo grado in relazione all’assistenza e alle informazioni di carattere sanitario e penitenziario”. Prevede agevolazioni e tutele in materia di lavoro, il diritto a subentrare nei contratti d’affitto e stabilisce pure che “in mancanza di una diversa volontà manifestata per iscritto” quando uno dei componenti della coppia si trovi in stato di incapacità spetti all’altro prendere “tutte le decisioni di carattere sanitario”. Le note più dolenti riguardano invece (come del resto per i Dico) la previdenza e l’eredità. L’eventuale diritto del partner superstite a ricevere una pensione di reversibilità viene rinviato al riordino generale del sistema previdenziale, e con ciò di fatto eluso sine die. Le regole in materia di eredità sono tuttavia addirittura vergognose, soprattutto se si guarda alla concretezza della realtà sociale. Nella linea di successione legittima i conviventi registrati da almeno nove anni vengono dopo i genitori, gli eventuali figli, gli eventuali coniugi separati legalmente ma non ancora divorziati, i fratelli e perfino i cugini. E l’eredità spetta interamente al convivente solo se il partner che muore per primo non ha parenti fino al sesto grado. Alzi la mano chi ha mai visto o conosciuto i propri parenti di sesto grado. Un altro particolare decisamente insultante riguarda lo scioglimento del Cus. Mentre infatti il percorso per arrivare al divorzio si presenta lungo, costoso e accidentato, per licenziare anche senza preavviso il proprio convivente basterà una dichiarazione scritta da inviare al giudice di pace. Oppure basterà sposarsi (vale a dire, nel caso degli omosessuali, diventare etero), con il che il contratto di unione solidale risulterà automaticamente nullo.
 
Di fronte a questo scempio suona davvero stupefacente il coro di commenti positivi alla presentazione del testo da parte di esponenti politici laici e progressisti, che hanno parlato di “ottima base di discussione”, “positiva sintesi”, “uscita dall’impasse” e via dicendo. Comprensibilmente più fredde le valutazioni della comunità glbt, i cui rappresentanti hanno ricordato all’unisono che l’unico modo per raggiungere la parità di diritto è l’accesso al matrimonio civile anche per le coppie dello stesso sesso. Pur apprezzando in qualche caso, come ha fatto per esempio Arcigay, i miglioramenti previsti dai Cus rispetto ai Dico.
 

 

 

 

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