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Di sigla in sigla, il martoriato disegno
di legge sul riconoscimento legale delle coppie di fatto è approdato
ai Cus, sigla che sta per “Contratti di unione solidale”. Il
copyright della nuova definizione è della commissione giustizia del
senato, che dopo mesi di duro lavoro ha archiviato il testo
governativo sui Dico ("Diritti dei conviventi"), che a sua volta
aveva fatto uscire di scena i Pacs ("Patti civili di solidarietà").
Questa ridicola trafila chiarisce già da sola quanto sia difficile e
imbarazzante, in Italia, applicare il principio costituzionale
dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, in presenza
delle pretese teocratiche della chiesa cattolica e dei suoi alfieri
parlamentari. I Dico, che non piacevano affatto al movimento glbt,
sono stati messi in soffitta con l’idea che un nuovo testo elaborato
dal parlamento anziché dal governo potesse avere qualche possibilità
in più di venire approvato da una maggioranza trasversale, formata
dai laici del centrosinistra e del centrodestra. Ma salvo colpi di
scena, una maggioranza di questo genere continua a non esistere
proprio al senato, che dovrà esprimersi sull’argomento prima della
camera. È quindi piuttosto probabile che la sospirata legge sulle
coppie di fatto finirà per passare alla storia come una delle tante
mancate riforme di questa deludente legislatura.
Ma vediamo più in dettaglio cosa prevedono questi benedetti Cus. Un
indubbio miglioramento rispetto ai Dico è che i contratti di unione
solidale si potranno stipulare con una dichiarazione congiunta dei
due contraenti, di fronte al notaio o al giudice di pace, che sarà
anche tenuto a trascriverli in un apposito registro. Le coppie
solidalmente unite potranno inoltre scegliere il regime di comunione
dei beni (ma solo di quelli acquisti successivamente alla stipula
del Cus). Il testo specifica poi che i conviventi registrati “hanno
reciprocamente gli stessi diritti e doveri spettanti ai parenti di
primo grado in relazione all’assistenza e alle informazioni di
carattere sanitario e penitenziario”. Prevede agevolazioni e tutele
in materia di lavoro, il diritto a subentrare nei contratti
d’affitto e stabilisce pure che “in mancanza di una diversa volontà
manifestata per iscritto” quando uno dei componenti della coppia si
trovi in stato di incapacità spetti all’altro prendere “tutte le
decisioni di carattere sanitario”. Le note più dolenti riguardano
invece (come del resto per i Dico) la previdenza e l’eredità.
L’eventuale diritto del partner superstite a ricevere una pensione
di reversibilità viene rinviato al riordino generale del sistema
previdenziale, e con ciò di fatto eluso sine die. Le regole in
materia di eredità sono tuttavia addirittura vergognose, soprattutto
se si guarda alla concretezza della realtà sociale. Nella linea di
successione legittima i conviventi registrati da almeno nove anni
vengono dopo i genitori, gli eventuali figli, gli eventuali coniugi
separati legalmente ma non ancora divorziati, i fratelli e perfino i
cugini. E l’eredità spetta interamente al convivente solo se il
partner che muore per primo non ha parenti fino al sesto grado. Alzi
la mano chi ha mai visto o conosciuto i propri parenti di sesto
grado. Un altro particolare decisamente insultante riguarda lo
scioglimento del Cus. Mentre infatti il percorso per arrivare al
divorzio si presenta lungo, costoso e accidentato, per licenziare
anche senza preavviso il proprio convivente basterà una
dichiarazione scritta da inviare al giudice di pace. Oppure basterà
sposarsi (vale a dire, nel caso degli omosessuali, diventare etero),
con il che il contratto di unione solidale risulterà automaticamente
nullo.
Di fronte a questo scempio suona davvero stupefacente il coro di
commenti positivi alla presentazione del testo da parte di esponenti
politici laici e progressisti, che hanno parlato di “ottima base di
discussione”, “positiva sintesi”, “uscita dall’impasse” e via
dicendo. Comprensibilmente più fredde le valutazioni della comunità
glbt, i cui rappresentanti hanno ricordato all’unisono che l’unico
modo per raggiungere la parità di diritto è l’accesso al matrimonio
civile anche per le coppie dello stesso sesso. Pur apprezzando in
qualche caso, come ha fatto per esempio Arcigay, i miglioramenti
previsti dai Cus rispetto ai Dico.
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