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Rassegna Stampa PRIDE : |
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PRIDE: IL
MENSILE GAY ITALIANO
[ Numero 98 - Agosto 2007 ] |
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Scandali
in Friuli |
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Due casi di legittimazione più o meno
accidentale di matrimoni gay hanno fatto salire sulle barricate la
destra reazionaria del Friuli Venezia Giulia, decisa a cancellare
l’onta con tutti i mezzi. Il primo riguarda la concessione di un
congedo matrimoniale retribuito a Giulio Papa, trentaseienne
funzionario dell’ufficio di rappresentanza del Friuli Venezia Giulia
a Bruxelles, che nel luglio del 2006 è convolato a nozze con un
trentottenne militare belga. In Belgio il matrimonio omosessuale è
perfettamente legale e quindi il signor Papa, che in questo paese
risiede e lavora, risulta a tutti gli effetti coniugato. Perciò ha
ritenuto del tutto normale chiedere al suo datore di lavoro, la
regione Friuli Venezia Giulia, il regolamentare permesso
matrimoniale. Il problema è nato naturalmente dal fatto che l’Italia
non riconosce le unioni tra persone dello stesso sesso. E la regione
Friuli, non sapendo che pesci prendere, ha sospeso la richiesta per
effettuare “accertamenti tecnici”. Si dà il caso però che la
normativa comunitaria, ratificata anche dal parlamento italiano,
parli chiaro, e stabilisca che a tutti i cittadini europei si
applichino le leggi valide nei paesi in cui vivono e lavorano. Dopo
un anno, quindi, la regione ha detto sì, concedendo il sospirato
permesso. Ma si sa che la legge, in Italia più che altrove, è
questione di interpretazione, e ciò ha fatto sì che la divulgazione
della notizia abbia aperto una polemica politica che ha perfino
indotto il presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo
Illy (industriale di professione e ricco di famiglia), ad annunciare
che in caso di contestazioni economiche da parte della corte dei
conti su un eventuale uso “improprio” dei fondi pubblici pagherà di
tasca propria il costo dei quindici giorni retribuiti ma non
lavorati del signor Papa. Neppure questo bel gesto, comunque, ha
placato le ire dei bigotti. Rinfocolate, per giunta, da un altro
caso accaduto a Trieste. Qui è successo che un triestino quarantenne
residente in Spagna e regolarmente sposato con un cittadino svizzero
si sia presentato all’anagrafe del comune per fare registrare in
Italia il suo matrimonio, presentando il certificato di stato civile
rilasciato dalle autorità spagnole che lo definisce “coniugato”.
L’impiegata comunale che lo ha ricevuto, tratta in inganno dal fatto
che il coniuge svizzero (di nome Eugen) figurava sul certificato
spagnolo accanto alla dicitura “mujer” (moglie), non ha battuto
ciglio e ha registrato l’atto. Quando però la cosa è stata resa di
dominio pubblico dall’interessato, che ha voluto con ciò compiere un
gesto di testimonianza civile per sottolineare l’iniquità della
legislazione italiana, è scoppiato un putiferio. E in men che non si
dica il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza (centrodestra) ha
provveduto a far cancellare la registrazione e a trasmettere un
esposto sull’accaduto alla procura della repubblica “per accertare
se vi sia qualcosa di rilevante dal punto di vista penale”.
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“Disturbatore”
assolto |
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Chiunque abbia visto qualche telegiornale
negli ultimi dieci anni non può non essersi imbattuto nel volto un
po’ spiritato di Gabriele Paolini, bestia nera dei telecronisti che
spesso e volentieri è comparso alle spalle degli inviati dei Tg
lanciando a telecamere aperte messaggi autoprodotti, come ad esempio
“usa il preservativo” (sventolando un profilattico) o “il papa è
gay”. Una volta Paolini, che qualche anno fa aveva annunciato di
essersi sposato con un altro uomo, ha persino fatto comparire un
fallo di legno durante la diretta di un Tg Rai. Per questo e altri
episodi la Rai lo ha denunciato per molestie. E in tribunale i
giudici lo hanno assolto, motivando la decisione con vari argomenti
interessanti. A cominciare dal fatto che le sortite di Paolini,
anziché recare danno all’azienda pubblica radiotelevisiva, hanno
spesso avuto l’effetto di alzare l’audience. Paolini inoltre ha
spiegato durante il processo di essere stato spesso avvisato dai
giornalisti, sue presunte vittime, di orari e luoghi dei
collegamenti in diretta. E di avere in qualche caso addirittura
ricevuto una sorta di rimborso spese sotto forma di pranzi e
trasferte gratuite. Sarebbe stato utilizzato, in sostanza, per fare
spettacolo, e questo non configura nessun danno per l’azienda
querelante. Anzi, hanno concluso i giudici “il Paolini non può aver
disturbato le trasmissioni televisive perché egli è la televisione”.
La sentenza del tribunale ha anche sottolineato gli scopi sociali
dei blitz di Paolini, il suo diritto alla libertà di espressione e
il fatto che le telecamere della Rai, quando si trovano in luogo
pubblico, sono aperte a tutti.
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