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Un’incredibile vicenda di violenza e
pregiudizio si è trasformata in un caso diplomatico tra la Francia e
gli Emirati arabi. Ne è stato involontario protagonista un ragazzino
franco-svizzero di 15 anni che l’estate scorsa si trovava a Dubai
con il padre (francese) che lavora nell’industria alberghiera
locale. Il 18 luglio, insieme al suo amico Fabrice, ha accettato
l’offerta di un ragazzo un po’ più grande, Ibrahim, di fare un giro
in macchina insieme ad altri due uomini che non conosceva.
L’automobile parte e si dirige nel deserto, dove Alex e Fabrice
vengono prima minacciati con coltelli e bastoni e poi violentati dai
loro accompagnatori. Alex, come stabiliranno gli accertamenti
medici, viene penetrato senza preservativo da tutti e tre i suoi
aggressori, mentre Fabrice ha raccontato di essere stato forzato ad
avere rapporti orali. I due ragazzini vengono infine scaricati di
notte ai bordi di una strada. E qui comincia il peggio della storia.
Il padre di Alex sporge immediatamente denuncia alla polizia, che
sottopone il ragazzo ad accertamenti medico-legali. Il dottore che
lo visita per certificare l’avvenuto strupro scriverà poi nella sua
relazione di aver riscontrato una “penetrazione senza violenza” e
una “frequente utilizzazione precedente” dell'ano, ma intanto prende
da parte Alex e gli dice che farebbe meglio a confessare di essere
omosessuale. È un modo per chiudere subito il caso, perché se il
rapporto è stato consenziente, secondo la legge degli Emirati che
non prevede il reato di stupro gay ma parla di “omosessualità
forzata”, cade l’imputazione principale. Rimane solo l’accusa di
omosessualità, rispetto alla quale però Alex verrebbe ritenuto
colpevole al pari dei suoi violentatori. Dopo questo episodio, il
padre di Alex si rivolge all’ambasciata francese che gli consiglia
un avvocato e nuovi accertamenti medici, che riveleranno la presenza
del dna di tre persone nell’ano del ragazzo. Il rapporto del
medico-legale incaricato dalla polizia di Dubai sosterrà invece di
avere accertato la penetrazione anale solo da parte dell’unico
imputato minorenne (Ibrahim), mentre lo sperma degli altri due
aggressori sarebbe stato ritrovato sui calzoncini di Alex. Nel
frattempo la vicenda diventa un affare di stato perché la madre di
Alex, Veronique Robert, è una giornalista con buone relazioni all’Eliseo
e riesce ottenere che se ne parli nel corso degli incontri ufficiali
con il presidente della federazione degli Emirati arabi in visita a
Parigi. Poco dopo gli aggressori di Alex e di Fabrice vengono
identificati e arrestati. L’affare si complica però ulteriormente
quando l’avvocato di Alex, dopo aver ricevuto rassicurazioni
ufficiali del contrario, scopre che uno degli accusati è
sieropositivo e ha l’epatite. Le autorità di Dubai ne erano al
corrente, ma lo avevano tenuto nascosto, perché l’Aids dalle loro
parti è un tabù ancora più forte dell’omosessualità. A fine ottobre
inizia un processo dal quale sarà difficile ottenere giustizia. Per
questo la madre di Alex ha creato un sito (www.boycottdubai.com) per
mantenere viva l’attenzione sul caso e si è fatta promotrice di una
campagna per ottenere l’inserimento del reato di stupro nel diritto
penale degli Emirati e la creazione di strutture ospedaliere per i
malati di Aids.
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Con un emendamento alla legge finanziaria
proposto dalla sinistra unita e appoggiato dai socialisti, il
parlamento spagnolo ha approvato il 15 novembre scorso lo
stanziamento di milioni di euro per il 2008 a titolo di risarcimento
degli omosessuali che furono perseguitati dal franchismo. Si calcola
che furono migliaia di persone e quindi la cifra non è certo un
granché, ma con questo gesto simbolico la Spagna diventa il primo
paese al mondo a indennizzare le vittime di una persecuzione
motivata dall’orientamento sessuale. La Spagna franchista si rivelò
fin dall’inizio nemica acerrima dei gay. La guerra civile era appena
cominciata quando i fascisti fucilarono il poeta Federico Garcia
Lorca urlandogli “frocio” prima di sparare. E dopo aver conquistato
il potere, il generale Franco si propose di mascolinizzare la
nazione in modo permanente, punendo con severe misure di polizia chi
si discostava dalla norma. In base alla legge contro gli emarginati
sociali (vagabondi e malviventi), i gay potevano essere “sottoposti
a vigilanza per salvaguardarli dai loro istinti degenerati”. Non
contento, il regime introdusse nel 1970 una nuova legge sulla
riabilitazione dei soggetti socialmente pericolosi, secondo la quale
gli omosessuali potevano essere privati della libertà personale
anche se non avevano commesso reati, e sottoposti a “trattamenti
correttivi” rivolti a farne dei veri uomini. Si stima che circa
4.000 persone siano state incarcerate e internate perché omosessuali
durante la dittatura. Le loro sofferenze però non finirono con la
morte di Franco e la conseguente caduta del suo regime, nel 1975.
Per abolire le leggi antigay ci vollero infatti altri quattro anni.
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