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Le norme contro l’omofobia in
parlamento e il registro delle unioni civili a Roma. Due vicende
parallele e di stretta attualità che illustrano in modo drammatico
quanto il Vaticano sia capace di bloccare con qualsiasi mezzo
qualunque gesto, anche il più simbolico, che legittimi le persone e
le coppie omosessuali.
Cominciamo dalla vicenda romana, che si è già ingloriosamente
conclusa con una inquietante certezza: sui cosiddetti "temi etici"
il neonato Partito democratico tiene più alle sue radici cattoliche
che a quelle laiche. Dopo ben undici anni di sterili discussioni
sull’istituzione del registro cittadino delle unioni civili, il
consiglio comunale è infine arrivato il 17 dicembre a un voto che
lascia di stucco. Sono state bocciate infatti sia la proposta della
sinistra e dei socialisti di creare il registro, sia quella del Pd
di chiamarsi fuori esortando il parlamento a fare una legge in
materia. La maggioranza di centrosinistra si è spaccata e il
centrodestra ha fatto ovviamente quadrato sul no, per la gioia della
segreteria di stato vaticana che non si è fatta scrupolo di
intervenire a più riprese per sbarrare il passo alle coppie gay
nella città eterna, come già a suo tempo aveva fatto con Attila. Le
interferenze ecclesiastiche sono state peraltro esaltate dal sindaco
Veltroni, che a sua volta non si è fatto scrupolo di far sapere in
giro che a proposito del registro delle unioni civili ha trattato
direttamente con il cardinal Bertone, come lo stesso cardinale ha
rivelato a Prodi durante un pranzo di lavoro, spiegando di avere
ricevuto da Veltroni confrontanti rassicurazioni preventive. Sarebbe
uno schiaffo inaccettabile alla chiesa, del resto, sancire che nella
capitale della cristianità esistono coppie omosessuali che se si
potessero sposare avrebbero dei diritti.
Se Veltroni in questo periodo ama farsi vedere in giro con i
cardinali, è comprensibile che in occasione del voto sul registro
delle unioni civili in Campidoglio abbia preferito andare a fare
qualcosa di certamente più importante, mentre il partito di cui è
appena diventato leader con un plebiscito popolare diceva picche in
aula ai diritti dei gay e delle lesbiche. Il partito democratico
vuole sfondare al centro, e in Italia il clericalismo ipocrita e
beota fa parte del kit. Oltre a Veltroni lo ha recentemente
dimostrato anche Massimo D’Alema, andando a dire agli studenti di
una scuola che lui è contrario al matrimonio gay perché offenderebbe
il sentimento religioso di tanta gente. Considerando che già la
destra quando si tratta di “culattoni” si aggrappa alle gonne del
papa, con l’aggiunta del Pd viaggiamo sui quattro quinti abbondanti
del peso elettorale rappresentato in parlamento assestati sulla
linea di Oltretevere.
Rimane solo la sinistra e qualche altra sparuta pattuglia laica, che
deve comunque fare i conti con il fatto di essere minoritaria e
priva di alternative per quanto riguarda la strategia delle
alleanze.
Il massimo che si può fare in queste circostanze è un po’ di
testimonianza, come è accaduto in parlamento a proposito delle norme
sull’omofobia. Su pressione della sinistra, stanca di doversi
limitare a ingoiare rospi sempre più indigesti, il governo ha
inserito nel decreto sulla sicurezza un articolo che definisce in
pratica un reato l’omofobia violenta, fisica e verbale. Sul decreto
è stata posta la fiducia e al senato il governo ha rischiato di
saltare per la defezione di voti cattolici del centrosinistra. Si è
salvato solo per il rotto della cuffia, con un voto pietito al
senatore a vita Cossiga e con l’assicurazione da parte del ministro
Chiti che le norme sull’omofobia sarebbero state modificate (leggi
cancellate) alla camera.
Con questa soluzione pasticciata si è evitata la catastrofe, ma a
perenne monito su quello che il bravo integralista cattolico è
capace di fare all’occorrenza, la senatrice Paola Binetti, capofila
della corrente Opus Dei dell’Unione, ha votato no alla fiducia.
Mentre il ministro Mastella, sempre in omaggio al papa, ha
minacciato di uscire ed aprire la crisi se le norme anti-omofobia
fossero rimaste alla camera. In tutto questo si è inserito anche un
pasticcio burocratico dovuto a un riferimento errato a un trattato
europeo, usato strumentalmente per cercare di chiudere la questione
“per vizio di forma”. La vicenda è ancora in corso mentre scriviamo,
ma è già palese che ha tolto ai gendarmi parlamentari del papa un
altro alibi. Il problema infatti non sono le coppie omosessuali, ma
gli omosessuali tout court, visto che non li si considera degni di
essere protetti da chi li aggredisce per puro odio.
Un particolare comico è che il ministro Mastella si era detto tempo
fa favorevole alle stesse norme di protezione dalla violenza
omofobica come contenute in un disegno di legge in discussione alla
commissione giustizia della camera. Quest’ultimo provvedimento, in
dirittura d’arrivo a Montecitorio, potrebbe essere la soluzione con
la quale cercare di salvare capra e cavoli, alleggerendo il decreto
sicurezza senza lasciar cadere il tema dell’omofobia. Ma una volta
approvato alla camera dovrà passare al senato, dove i numeri come
s’è visto non ci sono.
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Quel che non riesce a Roma, riesce senza
problemi ad Ancona. È questo, almeno, il caso del registro comunale
delle unioni civili, varato ufficialmente dall’amministrazione
cittadina a fine novembre, in ottemperanza a una delibera del
consiglio comunale approvata un anno fa. Certo, per passare dalle
parole ai fatti c’è voluto un bel po’ di tempo, ma ne valeva la
pena. Quello che viene pomposamente definito registro delle unioni
civili (e dovrebbe in teoria riconoscere in anticipo rispetto al
parlamento le unioni etero e omo non sancite dal matrimonio) sarà in
verità un semplice elenco di dichiarazioni di coabitazione prive di
qualsiasi valore. Anche di quello simbolico, dal momento che non
riguarda solo le unioni affettive ma qualunque forma di
coabitazione. Per il resto non produrrà diritti aggiuntivi e non
avrà alcuna relazione con i dati anagrafici degli interessati, che
pur dichiarandosi uniti saranno considerati single in eterno dalla
burocrazia. In compenso, l’unione civile all’anconetana non comporta
nessun dovere, salvo quello di presentare una domanda di iscrizione
congiunta. Poi per sciogliere il vincolo basterà cambiare casa
informandone gli uffici comunali. Pratico no?
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