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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO
 
[ Numero 103 - Gennaio 2008 ]

 
 Omofobia politica

 Le norme contro l’omofobia in parlamento e il registro delle unioni civili a Roma. Due vicende parallele e di stretta attualità che illustrano in modo drammatico quanto il Vaticano sia capace di bloccare con qualsiasi mezzo qualunque gesto, anche il più simbolico, che legittimi le persone e le coppie omosessuali.
Cominciamo dalla vicenda romana, che si è già ingloriosamente conclusa con una inquietante certezza: sui cosiddetti "temi etici" il neonato Partito democratico tiene più alle sue radici cattoliche che a quelle laiche. Dopo ben undici anni di sterili discussioni sull’istituzione del registro cittadino delle unioni civili, il consiglio comunale è infine arrivato il 17 dicembre a un voto che lascia di stucco. Sono state bocciate infatti sia la proposta della sinistra e dei socialisti di creare il registro, sia quella del Pd di chiamarsi fuori esortando il parlamento a fare una legge in materia. La maggioranza di centrosinistra si è spaccata e il centrodestra ha fatto ovviamente quadrato sul no, per la gioia della segreteria di stato vaticana che non si è fatta scrupolo di intervenire a più riprese per sbarrare il passo alle coppie gay nella città eterna, come già a suo tempo aveva fatto con Attila. Le interferenze ecclesiastiche sono state peraltro esaltate dal sindaco Veltroni, che a sua volta non si è fatto scrupolo di far sapere in giro che a proposito del registro delle unioni civili ha trattato direttamente con il cardinal Bertone, come lo stesso cardinale ha rivelato a Prodi durante un pranzo di lavoro, spiegando di avere ricevuto da Veltroni confrontanti rassicurazioni preventive. Sarebbe uno schiaffo inaccettabile alla chiesa, del resto, sancire che nella capitale della cristianità esistono coppie omosessuali che se si potessero sposare avrebbero dei diritti.
Se Veltroni in questo periodo ama farsi vedere in giro con i cardinali, è comprensibile che in occasione del voto sul registro delle unioni civili in Campidoglio abbia preferito andare a fare qualcosa di certamente più importante, mentre il partito di cui è appena diventato leader con un plebiscito popolare diceva picche in aula ai diritti dei gay e delle lesbiche. Il partito democratico vuole sfondare al centro, e in Italia il clericalismo ipocrita e beota fa parte del kit. Oltre a Veltroni lo ha recentemente dimostrato anche Massimo D’Alema, andando a dire agli studenti di una scuola che lui è contrario al matrimonio gay perché offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente. Considerando che già la destra quando si tratta di “culattoni” si aggrappa alle gonne del papa, con l’aggiunta del Pd viaggiamo sui quattro quinti abbondanti del peso elettorale rappresentato in parlamento assestati sulla linea di Oltretevere.
Rimane solo la sinistra e qualche altra sparuta pattuglia laica, che deve comunque fare i conti con il fatto di essere minoritaria e priva di alternative per quanto riguarda la strategia delle alleanze.
Il massimo che si può fare in queste circostanze è un po’ di testimonianza, come è accaduto in parlamento a proposito delle norme sull’omofobia. Su pressione della sinistra, stanca di doversi limitare a ingoiare rospi sempre più indigesti, il governo ha inserito nel decreto sulla sicurezza un articolo che definisce in pratica un reato l’omofobia violenta, fisica e verbale. Sul decreto è stata posta la fiducia e al senato il governo ha rischiato di saltare per la defezione di voti cattolici del centrosinistra. Si è salvato solo per il rotto della cuffia, con un voto pietito al senatore a vita Cossiga e con l’assicurazione da parte del ministro Chiti che le norme sull’omofobia sarebbero state modificate (leggi cancellate) alla camera.
Con questa soluzione pasticciata si è evitata la catastrofe, ma a perenne monito su quello che il bravo integralista cattolico è capace di fare all’occorrenza, la senatrice Paola Binetti, capofila della corrente Opus Dei dell’Unione, ha votato no alla fiducia. Mentre il ministro Mastella, sempre in omaggio al papa, ha minacciato di uscire ed aprire la crisi se le norme anti-omofobia fossero rimaste alla camera. In tutto questo si è inserito anche un pasticcio burocratico dovuto a un riferimento errato a un trattato europeo, usato strumentalmente per cercare di chiudere la questione “per vizio di forma”. La vicenda è ancora in corso mentre scriviamo, ma è già palese che ha tolto ai gendarmi parlamentari del papa un altro alibi. Il problema infatti non sono le coppie omosessuali, ma gli omosessuali tout court, visto che non li si considera degni di essere protetti da chi li aggredisce per puro odio.
Un particolare comico è che il ministro Mastella si era detto tempo fa favorevole alle stesse norme di protezione dalla violenza omofobica come contenute in un disegno di legge in discussione alla commissione giustizia della camera. Quest’ultimo provvedimento, in dirittura d’arrivo a Montecitorio, potrebbe essere la soluzione con la quale cercare di salvare capra e cavoli, alleggerendo il decreto sicurezza senza lasciar cadere il tema dell’omofobia. Ma una volta approvato alla camera dovrà passare al senato, dove i numeri come s’è visto non ci sono.

 

 Ancona caput mundi

Quel che non riesce a Roma, riesce senza problemi ad Ancona. È questo, almeno, il caso del registro comunale delle unioni civili, varato ufficialmente dall’amministrazione cittadina a fine novembre, in ottemperanza a una delibera del consiglio comunale approvata un anno fa. Certo, per passare dalle parole ai fatti c’è voluto un bel po’ di tempo, ma ne valeva la pena. Quello che viene pomposamente definito registro delle unioni civili (e dovrebbe in teoria riconoscere in anticipo rispetto al parlamento le unioni etero e omo non sancite dal matrimonio) sarà in verità un semplice elenco di dichiarazioni di coabitazione prive di qualsiasi valore. Anche di quello simbolico, dal momento che non riguarda solo le unioni affettive ma qualunque forma di coabitazione. Per il resto non produrrà diritti aggiuntivi e non avrà alcuna relazione con i dati anagrafici degli interessati, che pur dichiarandosi uniti saranno considerati single in eterno dalla burocrazia. In compenso, l’unione civile all’anconetana non comporta nessun dovere, salvo quello di presentare una domanda di iscrizione congiunta. Poi per sciogliere il vincolo basterà cambiare casa informandone gli uffici comunali. Pratico no?
 

 

 

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