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Fortuna che c’è l’Europa, vien da
dire, confrontando il panorama italiano con quanto accade nelle
nostre immediate vicinanze geografiche. In Spagna e in Francia, per
esempio, dove recentissimi risultati elettorali parlano della
democrazia inclusiva che avanza. In Spagna, il voto politico del 9
marzo ha decretato la netta vittoria del Partito socialista (Psoe)
di José Luis Rodriguez Zapatero, riconfermato primo ministro dopo
quattro anni di governo che hanno prodotto grandi cambiamenti,
prendendo sul serio la sovranità democratica e l’uguaglianza tra i
cittadini. Nonostante il raffreddamento dell’economia con relativi
malcontenti sociali, il Psoe è stato promosso alle urne dagli
spagnoli con quasi un milione di voti in più del Partito popolare,
suo diretto avversario, e ha conquistato in parlamento 169 dei 350
seggi disponibili, solo sette in meno della maggioranza assoluta.
Rispetto al 2004, i socialisti hanno guadagnato cinque seggi,
esattamente come i popolari che sono passati da 148 a 153. Ma
rispetto al 2004, per il resto, c’è una bella differenza. Quattro
anni fa Zapatero si era ritrovato nella stanza dei bottoni quasi per
caso, sull’onda dello sdegno popolare nei confronti di un governo di
centrodestra che aveva gestito in modo disastroso la crisi prodotta
dagli attentati terroristici dell’11 marzo a Madrid. Oggi invece può
rafforzare il suo potere dopo una lunga quanto intensa stagione di
governo. Il voto del 9 marzo è quindi un meditato giudizio politico
e ci dice che la Spagna approva i cambiamenti introdotti da Zapatero
e desidera renderli permanenti. Il più importante di tutti è il
conseguimento della democrazia anche nella sfera sessuale,
attraverso le numerose riforme e decisioni politiche che hanno
promosso in questi quattro anni la parità di genere e di
orientamento sessuale. Nel futuro, ci ha spiegato Zapatero con le
sue coraggiose leggi, non dovrà più essere un privilegio l’essere
maschi e eterosessuali, così come non dovrà costituire uno
svantaggio essere femmine o addirittura un disastro essere gay o
trans. Gli spagnoli condividono il concetto con grande entusiasmo e
questo rende più cocente la sconfitta della chiesa cattolica, che ha
cercato in tutti i modi di opporsi alla riconferma di Zapatero
proprio per tentare di cancellare o annacquare il più possibile le
sue riforme in materia di etica e laicità dello stato. All’indomani
del voto, comunque, i vescovi spagnoli hanno tenuto a far sapere che
la guerra continua. Ottime notizie arrivano anche dalla Francia,
dove il 9 e il 16 marzo si è votato per le amministrative. La
principale è la rotonda rielezione del socialista Bertrand Delanoe
alla guida della municipalità di Parigi con il 55,7% dei voti al
secondo turno. Il primo sindaco gay dichiarato di una grande
metropoli europea, eletto per la prima nell’ormai lontano 2001,
resiste saldamente in sella e supera a pieni voti la prova del
budino dopo ben sette anni di amministrazione. Segno evidente del
fatto che il suo stile e il suo impegno hanno convinto gli
amministrati. L’indice di popolarità volge al bello e i media
francesi hanno già prefigurato un futuro scontro per la nomination
socialista alla presidenza della repubblica tra il sindaco di Parigi
e Segolene Royal (una specie di Hillary contro Obama in salsa
europea). Delanoe comunque mantiene l’abituale basso profilo e tiene
a chiarire che non si è montato la testa. Ha festeggiato infatti con
sobrietà il rinnovo del mandato, dichiarando che “non c’è spazio per
l’autocompiacimento o per il rallentamento dell’azione. Al
contrario, la fiducia dei nostri concittadini ci fissa una precisa
tabella di marcia”. Nel resto della Francia, i socialisti hanno
conquistato quasi tutte le principali città, lasciando alla destra
del presidente Sarkozy solo Marsiglia e Bordeaux. Sconfitta
significativa per la destra anche a Tourcoing, uno dei comuni che
formano la comunità urbana di Lille, dove l’Ump di Sarkozy aveva
candidato a sindaco il deputato Christian Vanneste, noto alle
cronache soprattutto per le dichiarazioni omofobiche in virtù delle
quali era stato condannato in tribunale. Vanneste si è fermato al
30% dei consensi, contro il 53,6% del suo rivale di sinistra eletto
al primo turno. Siamo in Francia, mica a Treviso.
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Monarchia e diritti glbt sembra un
po’ la quadratura del cerchio del gusto camp, ma è in effetti ciò
che avviene nell’inarrivabile Olanda, dove a difendere la causa
della lotta alle discriminazioni è intervenuta nientemeno che una
principessa ereditaria. Si tratta di Maxima, consorte del principe
Guglielmo-Alessandro e futura regina. Per testimoniare l’impegno
diretto della famiglia reale olandese sul tema, ha fatto da madrina
alla firma di un’intesa tra il governo e le amministrazioni delle
quattro principali città olandesi per “rafforzare la lotta alla
discriminazione, l’intimidazione e la violenza contro
l’omosessualità”. Il progetto prevede interventi nel campo
dell’educazione sessuale ed è “la prima volta”, come ha sottolineato
il ministro della cultura Roland Plasterk, “che un membro della
famiglia reale mostra un sostegno così esplicito all’emancipazione
dei gay”. I gruppi gay più tradizionalisti esultano, mentre Maxima
incassa il successo d’immagine e mostra graziosamente la forma
smagliante che contribuisce non poco a renderla adatta al ruolo. Sei
anni fa, quando arrivò in Olanda dall’Argentina per sposare il
principe ereditario, fu accolta malissimo perché oltre a non essere
di sangue nobile era la figlia di un ministro del governo fascista
di Videla. Oggi invece è amatissima dalla gente per le qualità
personali che ha saputo far conoscere e apprezzare nel tempo.
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