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La scultura era stata consegnata all'ultimo istante,
suscitando il panico al momento dell'ultimo sopralluogo, la mattina
del 9 luglio, un attimo prima della conferenza stampa di
presentazione ai giornalisti (un estratto è online su:
http://it.youtube.com/watch?v=55AZGd8cYRQ).
Un avvenente pretino in clergyman volteggiava con aria preoccupata
alle spalle dei politici relatori, e non occorre un'immaginazione
sfrenata per pensare che fosse lì per comunicare il categorico "non
possumus" dell'Arcivescovado.
Che fare? Dopo che la Curia di Milano aveva in
pratica scelto lei, una per una, le opere che avevano il diritto di
essere esposte e perfino il titolo che si poteva usare,
l'apparizione "a tradimento" di quel ritratto era inconcepibile.
Che fare? Togliere di mezzo la statua? Ma i
giornalisti dopo dieci secondi sapevano già tutto, e che figura ci
avrebbe fatto Ignazio La Russa, che era lì per indottrinarci sul
fatto che "non è vero che la destra italiana è omofoba, e ciò è
dimostrato proprio da questa mostra, che è stata organizzata nella
massima libertà e senza la minima censura di sorta"?
Che fare? A Milano non si era (e mentre scrivo
non si è) ancora spenta la polemica per il ritiro del promesso
patrocinio e del finanziamento al "Festival internazionale di cinema
gaylesbico", e si doveva fornire nuova esca alle polemiche?
Che fare, allora? Ma è ovvio: il solito
pastrocchio all'italiana: a noi giornalisti Miss Kitty è stata
infine esibita con una ridicola benda sulla faccia, che avrebbe
dovuto servire a rendere "irriconoscibile" il personaggio ritratto.
Ma come sa bene l'assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi
(senza il cui consenso, peraltro, gli organizzatori non avrebbero
mai potuto inserire né la statua nella mostra, né la sua fotografia
nel catalogo) non c'è nulla che attiri l'attenzione più che una
censura, e al vernissage, alla sera, tutti i giornalisti si sono
fiondati sulla statua contestata. Che il giorno dopo era riprodotta
ovunque, sia con che senza benda.
A questo punto Sgarbi, che sugli scandali ha
costruito l'intera carriera, ha accuratamente gettato quanta più
benzina poteva sul fuoco, tenendo in sospeso per qualche giorno
altre opere (cito fra tutte Ecce trans, della coppia "Coniglio
Viola": una manipolazione al computer della celebre foto di Sircana,
nella quale il trans era sostituito da un "santino" di Gesù), per
poi annunciare che no no no, il rispetto per Sua Papità gli impediva
di esporle, al punto da spingerlo a comprare lui per 25.000 euro (e
quindi ritirare) l'opera di Schmidlin. Nuovo scandalo, nuovi
articoli, e grida di "no alla censura".
E qui, con tutti i massmedia che pubblicavano
ostentando offesa tutte le immagini giudicate “blasfeme”, una per
una, è stato costretto a intervenire il sindaco (ultracattolico)
Letizia Moratti, imponendo la distruzione del catalogo con le foto “blasfeme”,
il rinvio dell’apertura al pubblico, e infine il suo vaglio
personale, opera per opera, di tutti i pezzi.
E quando Moratti ha chiesto di eliminare altre
dieci opere oltre a quelle già ritirate, a tirarsi indietro, la
mattina del 14 luglio, sono stati il curatore Eugenio Viola e i
collezionisti e gli artisti che avevano prestato le opere,
annunciando che date queste condizioni a questo punto era più
sensato cercare un’altra città meno omofoba.
Il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ha
anche organizzato un piccolo sit-in davanti al portone chiuso,
condannando la censura. E Gianni Geraci, del Coordinamento dei gay
credenti, ha accusato, "da cattolico", i censori di "papolatria":
"Il papa non è oggetto di culto" (http://it.youtube.com/watch?v=bOBupOTsWuM).
Al momento di scrivere questo articolo gli
organizzatori avevano ricevuto proposte da varie città, tra le quali
Napoli, dove se tutto andrà bene la mostra potrebbe aprire nel mese
di agosto a Castel Sant'Elmo (per informazioni più aggiornate si può
consultare http://www.studioesseci.net).
Ma la mostra meritava davvero tanto scandalo?
Assolutamente no. Quella che ho potuto vedere io era stata epurata
da tutte le opere di nudo troppo "esplicite", da qualsiasi allusione
alla sessualità (il che in una mostra sull'omosessualità è alquanto
bizzarro), da qualsiasi opera che richiamasse la guerra scatenata
dalla Chiesa contro i gay (e addio a vagonate di sansebastiani, che
costituiscono tanta parte dell'immaginario omoerotico), da qualsiasi
opera con contenuti politici (davvero nessun artista si è mai
interessato non dico ai Pacs, ma neppure alle coppie? Mah!) e infine
da qualsiasi opera che ritraesse soggetti non palesemente
maggiorenni (e bye-bye a tutta l'estetica che, dall'arte grecoromana
all'arte ottocentesca, ruota attorno all'efebo: la Moratti ha
chiesto di sopprimere l'unica foto di Gloeden presente, e questo in
una mostra dal sottotitolo "Da von Gloeden a Pierre et Gilles"!).
Il risultato era del tutto innocuo ("L'arte la
vedo, ma l'omosessualità dov'è"?, ha commentato una persona accanto
a me durante il vernissage), al punto che visitando i Musei Vaticani
si avrebbe una visione infinitamente più "audace" dell'omoerotismo
nell'arte.
Ciò detto, con quanto è sopravvissuto dopo le
censure e i veti preteschi la mostra era comunque epocale, perché
restava il primo tentativo assoluto di proporre un tema del genere
nella clericale e omofoba Italia. E le reazioni isteriche ci hanno
ricordato perché lo fosse.
L'unico a guadagnarci dalle polemiche è stato
Vittorio Sgarbi, a cui va stretto il ruolo di semplice assessore (lui
voleva fare il sindaco), e che ha sfruttato l'occasione per tendere
una bella imboscata a Letizia Moratti, togliendosi il gusto di
svillaneggiarla chiamandola (e a ragione!) "suor Letizia".
Sgarbi ha probabilmente captato prima di altri
l'esasperazione che sta montando contro la soffocante cappa
clericale che il mondo politico vuole imporre all'Italia,
comprendendo prima d'altri che Milano non sarà forse (più) una città
di sinistra, ma non è mai stata e non intende essere una città
clericale. Milano è una delle città in cui ormai i matrimoni civili
superano quelli religiosi, e in cui i modelli di vita cattolici
fanno in assoluto meno presa. Con questa bagarre Sgarbi ha quindi
messo il cappello sulla sedia di prossimo sindaco di Milano: di
destra, ovviamente, ma almeno libero dalla grottesca bigotteria
della Moratti, che nella sua frenesia di censurare addirittura il
San Sebastiano del... Mantegna, s'è fatta ridere dietro perfino dai
suoi elettori di destra.
Quando si tratta di poltrone tutto fa brodo:
perfino l'arte e addirittura i gay.
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Parla Eugenio Viola
La mostra la firma Sgarbi, ma colui che
concretamente l'ha "messa insieme" sei stato tu. Com'è stato il
rapporto con l'assessore?
Non è stato sempre facile collaborare con
l’assessore, che mi ha affiancato nell’ultima fase di preparazione
della mostra. Sgarbi ha inserito una serie di artisti più "storicizzati"
(mentre io invece avrei voluto privilegiare i contemporanei) e
di artisti giovani che appartengono ai
linguaggi pittorici che lui da sempre segue e difende strenuamente.
Abbiamo due visioni dell'arte diverse e che
hanno dovuto convivere nella mostra, che quindi alla fine era
abbastanza diversa da come l'avevo pensata io in origine: tutto ciò
ha portato ad un allestimento a volte effettivamente un po'
affollato.
Comunque, al di là di questo, se ci saranno
possibilità di lavorare serenamente e in autonomia, sarò ben lieto
di vedere portare a Napoli questa mostra, ovviamente senza le
censure imposte dalla giunta di Milano, e anzi se possibile
ampliandola.
Qual è stato per te il problema maggiore?
Il problema principale risale all’inizio di
tutta questa storia: in origine la mostra mi era stata proposta da
Alessandro Riva. Avevo già elaborato autonomamente un progetto
analogo, quindi riuscimmo a mettere insieme in breve tempo un
progetto e una lista di artisti. Poi, però,
a inizio giugno, a seguito delle tristemente note controversie
giudiziarie che hanno colpito Riva, mi sono ritrovato a portare
avanti questo progetto da solo, subendo tutta una serie di
correttivi.
Emblematico fra tutti il cambio del titolo da
me proposto e originariamente accettato, Ecce [H]omo, nel più
innocuo Arte e omosessualità, affiancato da uno slogan provocatorio
che non condividevo, “Vade retro”, che poi si è trasformato in un
monito sinistramente profetico.
Sgarbi è un osso duro...
Sgarbi è un autentico maestro della
comunicazione mediatica: grazie a lui la censura è diventata
un'occasione per mettere in scacco una giunta comunale retriva.
Io però sono stato travolto dalle polemiche in
una città che non è la mia, dove pochi sembravano interessati al mio
punto di vista in materia, anche se poi quella che era in gioco era
la mia credibilità professionale.
Devo però aggiungere che non sono mai stato
utilizzato da Sgarbi in maniera strumentale né eletto ad agnello
sacrificale, neanche quando le polemiche sono diventate molto aspre
e la battaglia ha assunto toni sempre più schiettamente politici, e
questa è una cosa che ho apprezzato in lui.
L'assessore ti ha però fatto "outing" alla
conferenza stampa di presentazione...
In realtà tutti sanno che vivo a Napoli
insieme al mio ragazzo... anche se effettivamente non avevo mai
pensato di convocare una conferenza stampa per annunciarlo ai
giornali!
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