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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO  [ Numero 82 - Aprile 2006 ]
 Siamo tutti contro natura
 
di
Roberto Mauri

La diocesi di Perugia organizza un incontro pubblico per capire
l’omosessualità “prima di alzare la voce”. Ma il pubblico non può
porre domande e il relatore snocciola toerie di cent’anni fa, che la
psichiatria ha spazato via nel 1973. La stampa, ovviamente, tace.
 
Se è vero, come è vero, che il lupo perde il pelo ma non il vizio,
quando la chiesa propone di parlare d’omosessualità bisognerebbe
essere molto guardinghi. E infatti dal circolo Arcigay-Arcilesbica
Omphalos di Perugia hanno pensato di non mancare all’appuntamento
organizzato a fine febbraio dalla diocesi locale.
L’incontro aveva un bel sottotitolo, che invitava a scoprire “tutto
quello che c’e da sapere prima di alzare la voce”. I relatori erano
una religiosa, suor Roberta, e il dottor Francesco Fressoia, medico
psichiatra. La sala dell’hotel Mater Gratiae era piena di gente:
diversi i giovani, qualcuno poco più che adolescente. L’incontro,
infatti, apparteneva a una serie di serate settimanali in cui la
diocesi propone di ragionare dell’affettività. Peccato che, nella
serata che riguardava l’omosessualità, non si sia fatto minimamente
riferimento a sentimenti, amore, relazioni. La verità è che suor
Roberta e il dottor Fressoia si sono lanciati in una specie di caccia
alle streghe, motivata dal fatto che il gesto omosessuale non può
essere naturale.
“Sembrava andare tutto bene, all’inizio”, spiega Patrizia Stefani,
vicepresidente del comitato provinciale Arcigay di Perugia, “ma le
premesse sono state subito tradite”.
 
Già, perché presentando il dottor Fressoia è stato fatto presente che
“ha passato gli ultimi giorni in palpitazione per preparare una
spiegazione dell'argomento senza voler ferire nessuno”. Ma invece no,
non ce l’ha fatta, e i feriti alla fine sono stati tanti… prima fra
tutti la verità scientifica.
Nella sua introduzione Fressoia non ha mancato di far riferimento
all’omosessualità come “devianza” che porterebbe a “relazioni fuori
dalla strada”. Concetti opinabili, a maggior ragione stridenti se
pronunciati da uno psichiatra a una platea di giovanissimi. Ma pochi
attimi dopo il medico si è spinto anche più lontano.
“Ha spiegato”, continua Patrizia Stefani, “che non esiste e non può
esistere una natura omosessuale. Secondo il suo pensiero l’anatomia
dell’ano non è predisposta per il contatto omosessuale, relegando
pertanto l’amore gay nel limbo delle relazioni contro natura”.
Più volte il dottor Francesco Fressoia ha fatto riferimento alle
teorie di Alfred Adler, che forse valevano qualcosa quando all’inizio
del secolo scorso vennero pubblicate ma che la scienza ha
completamente superato nel 1973. Sono passati trent’anni da quando
l’omosessualità è stata cancellata dal £Manuale statistico e
diagnostico dei disturbi mentali£: qualcuno spieghi al dottor
Fressoia che le teorie di Adler sul mondo gay sono morte in quel
momento. Può un medico psichiatra dei nostri giorni non esserne al
corrente?
Ma non si è fermato lì: preso dal bisogno di permettere al pubblico
di “sapere prima di alzare la voce”, il medico perugino ha anche
spiegato che “è dimostrato scientificamente che le relazioni
affettive fra persone omosessuali sono compulsive e brevi”.
Sì? Ci vorrebbe citare le fonti, di grazia? Vorrebbe badare alle
migliaia - forse di più - di coppie omosessuali monogame che in
Italia vivono una relazione stabile? Vorrebbe notare che molti,
moltissimi, vivono storie in equilibrio, lontane da comportamenti
compulsivi? O non ha mai incontrato una coppia omosessuale serena,
dottor Fressoia?
“In quella serata”, conclude Patrizia Stefani, “si è parlato solo dei
gay, dimenticando del tutto le lesbiche, e in ogni caso mai e poi mai
ho sentito far riferimento all’affettività e all’amore omosessuale.
Come se il punto fosse solamente sessuale, come se a questi giovani
che sedevano in platea andasse insegnato che andare a letto con una
persona dello stesso sesso è semplicemente sbagliato, anatomicamente
inaccettabile, contro natura”. Un po’ pochino, da uno psichiatra.
Il dottor Francesco Fressoia, raggiunto da “Pride” al telefono, ha
rifiutato di incontrarci “per evitare di aprire nuove polemiche”.
Dopo avergli assicurato che la sua sarebbe stata l’ultima parola, ha
solo accettato di dire che la sua esposizione è stata fraintesa.
“Io so bene quello di cui ho parlato”, ha riferito al telefono, “e
non corrisponde a quanto mi viene attribuito, ma ognuno può
comprendere quello che è in grado di comprendere”, lasciando
intendere che gli otto membri del circolo Omphalos presenti
all’incontro si sono, tutti e otto, sbagliati E si sono anche illusi,
visto che alla fine dell’esposizione hanno alzato la mano per porre
domande, ma nessuno ha dato la parola al pubblico.
“Forse non sanno come funzionano gli incontri pubblici diocesani”, ha
spiegato il medico, “semplicemente non è previsto che dalla sala si
intervenga”. Facciamo notare che su temi così delicati, magari il
pubblico ha bisogno di ulteriori delucidazioni e che per questo è
utile se non dovuto uno spazio per il dibattito, ma lui nega che
quello fosse il contesto adatto per uno scambio di pensieri. E già:
nella Chiesa chi pensa, pecca!
 
Bizzarro il fatto che dal sito della diocesi di Perugia la pagina che
invitava a partecipare a questo incontro pubblico sia sparita
l’indomani. Nessuna traccia di quell’incontro nel web, nessuna
registrazione della serata, nessun foglio di appunti dei relatori a
disposizione. Il circolo Arcigay-Arcilesbica Omphalos di Perugia ha
diramato un comunicato stampa mettendo fra l’altro l’accento sul
fatto che un’esposizione tanto faziosa rischia di creare confusione e
sofferenza in quanti, fra i giovani convenuti, si stessero
interrogando sulla propria sessualità. La stampa locale non ha
raccolto la notizia, se non il “Corriere dell’Umbria”, che però l’ha
liquidata con poche righe in cronaca.
In compenso una settimana più tardi il “Giornale dell’Umbria” esce
con uno speciale dal tutolo “Gay in Umbria”. Due pagine centrali, più
richiamo e fotografia a colori in prima pagina. Uno speciale
incredibilmente carente, nel quel si descrive la comunità gay umbra
come capace solo di frequentare i parchi e i parcheggi dove si
pratica il sesso da una-botta-e-via.
La solita marchetta che anonimamente racconta di aver fatto sesso col
politico di turno; la solita vecchia storia dell’imprenditore sposato
che ogni tanto cerca fra le frasche qualche attimo di trasgressione
gay; la solita immagine stereotipata che, anche in paesi dalla
tradizione democratica più fragile della nostra, appartiene ormai al
passato. Viva l’Italia...
 

 

 

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