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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO

  [ Numero 94 - Aprile 2007 ]

 Dai Dico in avanti
[di Gianni Rossi Barilli  ]
 

Il successo della manifestazione del 10 marzo per i diritti delle coppie di fatto ha ulteriormente infiammato la polemica politica. La chiesa soffia sul fuoco e benedice il “Family day” cattolico del 12 maggio. Arrivederci quindi al pride del 9 giugno.
 


Alla fine piazza Farnese si è rivelata fin troppo piccola. Insufficiente a contenere le molte migliaia di manifestanti arrivati a Roma da tutta Italia il 10 marzo per chiedere pari diritti (e subito) per le coppie di fatto. Forse un corteo, o un raduno in una piazza più grande, avrebbe consentito di dare un più soddisfacente colpo d’occhio su questa richiesta di libertà e uguaglianza.

Gli obiettivi principali dell’iniziativa sono stati però raggiunti comunque. I media ne hanno parlato con grande risalto e molti commenti hanno sottolineato che in questo momento la legge sulle coppie di fatto è un tema centrale e d'interesse generale per la politica e la società italiana. E che da come verrà (o non verrà) risolto dipendono molte cose riguardo al futuro del paese, anche al di là dell’importante riconoscimento di legittimità alle unioni omosessuali. In ballo ci sono infatti anche il grado di indipendenza dello stato laico dai diktat ecclesiastici, gli standard di civiltà del nostro paese rispetto al resto dell’Europa e la fisionomia dell’annunciato partito democratico, destinato nelle intenzioni dei suoi promotori a cambiare in modo permanente la scena politica.

 

Questa consapevolezza era presente in piazza Farnese, con il suo palco affollato di politici di primo e secondo piano. Tre ministri in carica (Barbara Pollastrini, Paolo Ferrero e Alfonso Pecoraro Scanio) hanno sfidato le reprimende di Romano Prodi per essere presenti e ribadire il loro personale impegno a favore dei Dico, il disegno di legge del governo che non piace al movimento glbt né ai laici di buonsenso, ma che nel contesto dato passa per un punto “alto” di mediazione con l’intransigenza cattolica sostenuta dal Vaticano.

Accanto a loro tre sottosegretari (Luigi Manconi, Chiara Acciarini e Paolo Cento), i segretari del Prc Franco Giordano, dello Sdi Enrico Boselli e dei Radicali Rita Bernardini, oltre a una nutrita schiera di parlamentari ed esponenti del centrosinistra e (pochissimi purtroppo) del centrodestra.

 

Sotto il palco, grande ressa di bandiere delle associazioni glbt e dei partiti e grande creatività di striscioni e cartelli che non hanno mandato a dire alla chiesa cattolica i motivi di polemica generati dalla sua sempre più aggressiva battaglia per il mantenimento delle discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali. Non a caso uno degli interventi dal palco più applauditi è stato quello di don Franco Barbero, un prete punito con il licenziamento dalle gerarchie a causa dei suoi comportamenti dissenzienti, in particolare nei confronti delle persone omosessuali.

Don Barbero non si è piegato alla prepotenza del Vaticano. Continua a fare il prete in Piemonte con la sua comunità di base, e in piazza Farnese è andato a spiegare, tra le acclamazioni di una folla quasi sorpresa da tanta cristiana franchezza per nulla intimidita dagli imperativi della mediazione politica, che “non c’è nessuna parentela tra Gesù Cristo e i faraoni della città del Vaticano”. Che chi se la prende con le persone perché si amano “è passato all’opposizione del popolo di Dio” e che “non c’è conflitto tra l’amore e il Vangelo. Questo conflitto l’hanno inventato i cardinali e i vescovi, che spesso sono omosessuali repressi”.

 

Eppure questa piazza in cui per un lungo pomeriggio non è rimasto un solo centimetro di spazio disponibile non è apparsa prevalentemente arrabbiata o anticlericale. L’anticlericalismo è una semplice conseguenza del poco caritatevole atteggiamento che la chiesa mostra con crescente veemenza contro gay, lesbiche e transessuali.

Ma quelli che sono andati a manifestare il 10 marzo avevano molto di più da mettere sul piatto. La soddisfazione di essere se stessi, innanzitutto, da cui discende necessariamente quell’aria di dignità, che purtroppo sembra ancora tanto minoritaria tra gli omosessuali italiani. E da cui derivano poi l’idea di essere nel giusto e di essere pronti a fare ciò che è necessario, per il tempo che ci vorrà, per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

È questa la forza da sviluppare e su cui contare, dovendo fare i conti con una politica culturalmente arretrata e tremebonda di fronte ai ricatti elettorali del Vaticano. E pure con una società che nel suo insieme appare egemonizzata da indifferenza e conformismo, che non sono i migliori amici delle battaglie per il progresso civile.

La visibilità omosessuale, fino a non molto tempo fa un puro desiderio di pochi militanti, è una realtà sempre più consistente. E anche le coppie gay e lesbiche, fino a ieri così spaventate dall’idea di farsi vedere in pubblico, cominciano a non essere più così poche, come si è visto in piazza Farnese. Questo nel tempo potrà fare la differenza, aiutando a superare l’impasse attuale.

 

Il prossimo appuntamento di massa, rilanciato il 10 marzo, è il pride glbt del 9 giugno, sempre a Roma. Qui si spera che il numero dei partecipanti, come del resto tradizione vuole, sia ancora più grande e che l’impatto pubblico dell’iniziativa lasci il segno.

In mezzo però ci sarà il “Family day”, convocato per il 12 maggio da un cartello di associazioni cattoliche, decise a far sentire il loro peso contro l’allargamento del concetto di famiglia legittima attraverso l’inclusione delle coppie dello stesso sesso e di quelle eterosessuali non sposate. E nel frattempo si dispiegherà con molta calma la discussione parlamentare avviata in senato sulla legge per le unioni civili.

 

All’indomani della manifestazione di piazza Farnese il clima politico si è prevedibilmente surriscaldato. Il presidente del consiglio Prodi si è dichiarato “perplesso” dalla presenza sul palco di una folta delegazione del suo governo, mentre un bel pezzo (cattolico e non solo) del centrosinistra invitava a non esasperare il clima di scontro, avvertendo il movimento glbt che se vuole portare casa qualcosa nel corso della legislatura farà sostanzialmente meglio a starsene il più possibile zitto e buono, e accontentarsi di quello che passa il convento.

Non altrettanto, quantomeno per par condicio, avviene nei confronti di tutti coloro che stanno facendo fuoco e fiamme contro l’eventuale approvazione di una legge (per quanto brutta possa risultare) che legalizzi le unioni gay e lesbiche. In prima fila, con un ritorno di esposizione mediatica che neppure un milione di persone in piazza riuscirebbe a raggiungere, c’è sempre un ministro del governo Prodi: quel Clemente Mastella che si è proposto come più affidabile referente delle gerarchie cattoliche nell’aspra lotta contro Dico, Pacs o qualunque denominazione si voglia dare all’attenuazione delle discriminazioni esistenti verso gli omosessuali, superando addirittura gli scalmanati teodem della senatrice Paola Binetti.

Mastella, minacciando di far cadere il governo su questo argomento, è già riuscito a ottenere un indubbio risultato: la marcia indietro di palazzo Chigi sui Dico, che dopo essere stati approvati dal consiglio dei ministri sono stati in modo del tutto irrituale abbandonati al loro destino parlamentare. Il governo, in pratica, ha rinunciato ufficialmente a darsi da fare per sostenere il proprio disegno di legge sulle coppie di fatto, onde evitare di impiccarsi con le sue stesse mani di fronte a un più che probabile voto negativo da parte del senato.

 

A Palazzo Madama, intanto, il presidente diessino della commissione giustizia Cesare Salvi ha annunciato di non voler assumere il disegno di legge sui Dico come testo-base della legge, criticandone l’impianto come troppo moderato. Visto che sulle coppie di fatto di proposte di legge parlamentari ormai ce n’è a bizzeffe, in senato si cercherà di trovare una sintesi soddisfacente, con l’idea di raggiungere intorno a questa un accordo trasversale agli schieramenti che permetta di superare il problema della mancanza di una maggioranza da parte del centrosinistra.

L’opposizione di centrodestra, però, ha già ampiamente avvertito che sui suoi voti non si potrà contare perché la Casa delle libertà prende ordini dal Vaticano ancora più dell’Unione. L’esigua speranza dei sostenitori parlamentari della legge è quella di riuscire, nel corso del dibattito, a racimolare il dissenso di qualche senatore laico del centrodestra, in modo da neutralizzare il dissenso di alcuni cattolici del centrosinistra. Con questo modo di procedere, però, i tempi si allungano considerevolmente, mentre la tenuta della legislatura schicchiola ad ogni piè sospinto per la mancanza di coesione della maggioranza.

Prima di qualche mese, insomma, è ben difficile che l’esame della legge da parte del senato produca qualche tangibile risultato.

 

La chiesa cattolica, nel frattempo, non molla la presa e moltiplica i suoi sforzi per impedire con tutti i mezzi che si arrivi a legalizzare le unioni omosessuali.

Dopo il 10 marzo la conferenza episcopale, in compagnia dell’“Osservatore romano”, ha suonato le campane a stormo, definendo "una carnevalata" la manifestazione di piazza Farnese e gridando all'oltraggio per gli slogan e i cartelli contro il Vaticano dei manifestanti. E successivamente ha intensificato la sua campagna anti Dico, con nuovi interventi diretti del papa e di numerosi altri alti prelati.

Il cardinale Ruini, nella sua qualità di vicario del papa per la diocesi di Roma, ha anche pensato bene di approfittare delle benedizioni pasquali per sguinzagliare i suoi parroci nei condomini a recapitare una “Lettera per le famiglie 2007” in cui si invitano i fedeli alla mobilitazione contro i pericolosi progetti di equiparazione giuridica delle convivenze more uxorio al matrimonio tradizionale.

Ce n’è più che abbastanza per non farsi travolgere dall’ottimismo sulle prospettive di una rapida approvazione della legge sulle coppie di fatto. Ma anche per capire che solo tenendo duro e dandoci molto da fare potremo salvare la dignità e la speranza.

 

 

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