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Alla fine piazza Farnese si è rivelata fin troppo
piccola. Insufficiente a contenere le molte migliaia di manifestanti
arrivati a Roma da tutta Italia il 10 marzo per chiedere pari
diritti (e subito) per le coppie di fatto. Forse un corteo, o un
raduno in una piazza più grande, avrebbe consentito di dare un più
soddisfacente colpo d’occhio su questa richiesta di libertà e
uguaglianza.
Gli obiettivi principali dell’iniziativa sono
stati però raggiunti comunque. I media ne hanno parlato con grande
risalto e molti commenti hanno sottolineato che in questo momento la
legge sulle coppie di fatto è un tema centrale e d'interesse
generale per la politica e la società italiana. E che da come verrà
(o non verrà) risolto dipendono molte cose riguardo al futuro del
paese, anche al di là dell’importante riconoscimento di legittimità
alle unioni omosessuali. In ballo ci sono infatti anche il grado di
indipendenza dello stato laico dai diktat ecclesiastici, gli
standard di civiltà del nostro paese rispetto al resto dell’Europa e
la fisionomia dell’annunciato partito democratico, destinato nelle
intenzioni dei suoi promotori a cambiare in modo permanente la scena
politica.
Questa consapevolezza era presente in piazza
Farnese, con il suo palco affollato di politici di primo e secondo
piano. Tre ministri in carica (Barbara Pollastrini, Paolo Ferrero e
Alfonso Pecoraro Scanio) hanno sfidato le reprimende di Romano Prodi
per essere presenti e ribadire il loro personale impegno a favore
dei Dico, il disegno di legge del governo che non piace al movimento
glbt né ai laici di buonsenso, ma che nel contesto dato passa per un
punto “alto” di mediazione con l’intransigenza cattolica sostenuta
dal Vaticano.
Accanto a loro tre sottosegretari (Luigi
Manconi, Chiara Acciarini e Paolo Cento), i segretari del Prc Franco
Giordano, dello Sdi Enrico Boselli e dei Radicali Rita Bernardini,
oltre a una nutrita schiera di parlamentari ed esponenti del
centrosinistra e (pochissimi purtroppo) del centrodestra.
Sotto il palco, grande ressa di bandiere delle
associazioni glbt e dei partiti e grande creatività di striscioni e
cartelli che non hanno mandato a dire alla chiesa cattolica i motivi
di polemica generati dalla sua sempre più aggressiva battaglia per
il mantenimento delle discriminazioni nei confronti delle persone
omosessuali. Non a caso uno degli interventi dal palco più
applauditi è stato quello di don Franco Barbero, un prete punito con
il licenziamento dalle gerarchie a causa dei suoi comportamenti
dissenzienti, in particolare nei confronti delle persone omosessuali.
Don Barbero non si è piegato alla prepotenza
del Vaticano. Continua a fare il prete in Piemonte con la sua
comunità di base, e in piazza Farnese è andato a spiegare, tra le
acclamazioni di una folla quasi sorpresa da tanta cristiana
franchezza per nulla intimidita dagli imperativi della mediazione
politica, che “non c’è nessuna parentela tra Gesù Cristo e i faraoni
della città del Vaticano”. Che chi se la prende con le persone
perché si amano “è passato all’opposizione del popolo di Dio” e che
“non c’è conflitto tra l’amore e il Vangelo. Questo conflitto
l’hanno inventato i cardinali e i vescovi, che spesso sono
omosessuali repressi”.
Eppure questa piazza in cui per un lungo
pomeriggio non è rimasto un solo centimetro di spazio disponibile
non è apparsa prevalentemente arrabbiata o anticlericale.
L’anticlericalismo è una semplice conseguenza del poco caritatevole
atteggiamento che la chiesa mostra con crescente veemenza contro
gay, lesbiche e transessuali.
Ma quelli che sono andati a manifestare il 10
marzo avevano molto di più da mettere sul piatto. La soddisfazione
di essere se stessi, innanzitutto, da cui discende necessariamente
quell’aria di dignità, che purtroppo sembra ancora tanto minoritaria
tra gli omosessuali italiani. E da cui derivano poi l’idea di essere
nel giusto e di essere pronti a fare ciò che è necessario, per il
tempo che ci vorrà, per ottenere il riconoscimento dei propri
diritti.
È questa la forza da sviluppare e su cui
contare, dovendo fare i conti con una politica culturalmente
arretrata e tremebonda di fronte ai ricatti elettorali del Vaticano.
E pure con una società che nel suo insieme appare egemonizzata da
indifferenza e conformismo, che non sono i migliori amici delle
battaglie per il progresso civile.
La visibilità omosessuale, fino a non molto
tempo fa un puro desiderio di pochi militanti, è una realtà sempre
più consistente. E anche le coppie gay e lesbiche, fino a ieri così
spaventate dall’idea di farsi vedere in pubblico, cominciano a non
essere più così poche, come si è visto in piazza Farnese. Questo nel
tempo potrà fare la differenza, aiutando a superare l’impasse
attuale.
Il prossimo appuntamento di massa, rilanciato
il 10 marzo, è il pride glbt del 9 giugno, sempre a Roma. Qui si
spera che il numero dei partecipanti, come del resto tradizione
vuole, sia ancora più grande e che l’impatto pubblico
dell’iniziativa lasci il segno.
In mezzo però ci sarà il “Family day”,
convocato per il 12 maggio da un cartello di associazioni cattoliche,
decise a far sentire il loro peso contro l’allargamento del concetto
di famiglia legittima attraverso l’inclusione delle coppie dello
stesso sesso e di quelle eterosessuali non sposate. E nel frattempo
si dispiegherà con molta calma la discussione parlamentare avviata
in senato sulla legge per le unioni civili.
All’indomani della manifestazione di piazza
Farnese il clima politico si è prevedibilmente surriscaldato. Il
presidente del consiglio Prodi si è dichiarato “perplesso” dalla
presenza sul palco di una folta delegazione del suo governo, mentre
un bel pezzo (cattolico e non solo) del centrosinistra invitava a
non esasperare il clima di scontro, avvertendo il movimento glbt che
se vuole portare casa qualcosa nel corso della legislatura farà
sostanzialmente meglio a starsene il più possibile zitto e buono, e
accontentarsi di quello che passa il convento.
Non altrettanto, quantomeno per par condicio,
avviene nei confronti di tutti coloro che stanno facendo fuoco e
fiamme contro l’eventuale approvazione di una legge (per quanto
brutta possa risultare) che legalizzi le unioni gay e lesbiche. In
prima fila, con un ritorno di esposizione mediatica che neppure un
milione di persone in piazza riuscirebbe a raggiungere, c’è sempre
un ministro del governo Prodi: quel Clemente Mastella che si è
proposto come più affidabile referente delle gerarchie cattoliche
nell’aspra lotta contro Dico, Pacs o qualunque denominazione si
voglia dare all’attenuazione delle discriminazioni esistenti verso
gli omosessuali, superando addirittura gli scalmanati teodem della
senatrice Paola Binetti.
Mastella, minacciando di far cadere il governo
su questo argomento, è già riuscito a ottenere un indubbio risultato:
la marcia indietro di palazzo Chigi sui Dico, che dopo essere stati
approvati dal consiglio dei ministri sono stati in modo del tutto
irrituale abbandonati al loro destino parlamentare. Il governo, in
pratica, ha rinunciato ufficialmente a darsi da fare per sostenere
il proprio disegno di legge sulle coppie di fatto, onde evitare di
impiccarsi con le sue stesse mani di fronte a un più che probabile
voto negativo da parte del senato.
A Palazzo Madama, intanto, il presidente
diessino della commissione giustizia Cesare Salvi ha annunciato di
non voler assumere il disegno di legge sui Dico come testo-base
della legge, criticandone l’impianto come troppo moderato. Visto che
sulle coppie di fatto di proposte di legge parlamentari ormai ce n’è
a bizzeffe, in senato si cercherà di trovare una sintesi
soddisfacente, con l’idea di raggiungere intorno a questa un accordo
trasversale agli schieramenti che permetta di superare il problema
della mancanza di una maggioranza da parte del centrosinistra.
L’opposizione di centrodestra, però, ha già
ampiamente avvertito che sui suoi voti non si potrà contare perché
la Casa delle libertà prende ordini dal Vaticano ancora più
dell’Unione. L’esigua speranza dei sostenitori parlamentari della
legge è quella di riuscire, nel corso del dibattito, a racimolare il
dissenso di qualche senatore laico del centrodestra, in modo da
neutralizzare il dissenso di alcuni cattolici del centrosinistra.
Con questo modo di procedere, però, i tempi si allungano
considerevolmente, mentre la tenuta della legislatura schicchiola ad
ogni piè sospinto per la mancanza di coesione della maggioranza.
Prima di qualche mese, insomma, è ben
difficile che l’esame della legge da parte del senato produca
qualche tangibile risultato.
La chiesa cattolica, nel frattempo, non molla
la presa e moltiplica i suoi sforzi per impedire con tutti i mezzi
che si arrivi a legalizzare le unioni omosessuali.
Dopo il 10 marzo la conferenza episcopale, in
compagnia dell’“Osservatore romano”, ha suonato le campane a stormo,
definendo "una carnevalata" la manifestazione di piazza Farnese e
gridando all'oltraggio per gli slogan e i cartelli contro il
Vaticano dei manifestanti. E successivamente ha intensificato la sua
campagna anti Dico, con nuovi interventi diretti del papa e di
numerosi altri alti prelati.
Il cardinale Ruini, nella sua qualità di
vicario del papa per la diocesi di Roma, ha anche pensato bene di
approfittare delle benedizioni pasquali per sguinzagliare i suoi
parroci nei condomini a recapitare una “Lettera per le famiglie
2007” in cui si invitano i fedeli alla mobilitazione contro i
pericolosi progetti di equiparazione giuridica delle convivenze more
uxorio al matrimonio tradizionale.
Ce n’è più che abbastanza per non farsi
travolgere dall’ottimismo sulle prospettive di una rapida
approvazione della legge sulle coppie di fatto. Ma anche per capire
che solo tenendo duro e dandoci molto da fare potremo salvare la
dignità e la speranza. |