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PRIDE: IL MENSILE GAY ITALIANO   [ Numero 92 - Febbraio 2007 ]
 La strada per Roma
 
di Gianni Rossi Barilli

Il movimento glbt ritrova l’unità e lancia una campagna di mobilitazione che culminerà in una manifestazione sulle unioni civili il 10 marzo e nel pride nazionale fissato per il 9 giugno. Entrambi gli eventi si volgeranno a Roma, mentre il pride 2008 si farà a Bologna. Il governo, nel frattempo, si "incarta" sui Pacs frustrando sempre più le speranze di cambiamento.
 


La buona notizia è che nel movimento glbt è scoppiata la pace. A sancirla è stata una riunione che si è svolta a Roma il 14 gennaio e alla quale ha partecipato la gran parte delle realtà associative italiane.

 L’incontro, convocato sulla base di un appello “per un pride nazionale unitario” lanciato da un gruppo di giornalisti e intellettuali interni alla comunità glbt (tra cui la redazione di “Pride”, incluso chi scrive), aveva lo scopo primario di scongiurare l’eventualità che quest’anno le divergenze tra i vari gruppi del movimento producessero due pride nazionali separati. A Roma e a Bologna si erano infatti già formati due comitati promotori dei rispettivi pride 2007, e in assenza di ulteriori occasioni di confronto il rischio che ciascuno procedesse dritto per la sua strada era assolutamente concreto.

I promotori dell’appello unitario hanno però messo l’accento sui rischi che questa scelta avrebbe comportato, in un momento particolarmente difficile della battaglia per i diritti glbt nel nostro paese. Il pride, nell’arretrato contesto italiano, ha più che altrove un forte significato di rivendicazione politica, percepito soprattutto all’esterno del movimento glbt, e specialmente da coloro che desiderano sbarrare il passo a ogni ipotesi di riconoscimento di nuovi diritti alle persone omosessuali e transessuali. È quindi importante, per ragioni legate in particolare all’effettiva capacità di mobilitazione del movimento, mantenere un appuntamento nazionale unitario come momento di massima visibilità pubblica delle nostre richieste.

La dispersione delle forze, viceversa, rischia di rappresentare un segno di debolezza. L’esperienza dei pride nazionali separati era del resto stata già fatta dieci anni fa con due distinte manifestazioni a Venezia e a Roma e con risultati molto deludenti. Al contrario, tutti i pride unitari organizzati dal 2000 in poi si sono rivelati decisamente più efficaci. Ultimo esempio quello di Torino dello scorso anno, che oltre a portare in piazza moltissima gente ha fornito la prova che gruppi diversi tra loro per ispirazione e pratica politica possono splendidamente riuscire a collaborare in vista di un obiettivo comune.

A questo bisogna aggiungere poi il fatto che quest’anno, nel pieno della discussione politica nazionale su una legge che riconosca come nel resto d’Europa i diritti delle coppie gay e lesbiche, la necessità di muoversi tutti insieme si è fatta ancora più stringente.

 

Poteva un braccio di ferro sulla sede del pride fare passare in secondo piano l’incisività dell’azione politica? L’incontro romano del 14 gennaio, con un benvenuto atto di responsabilità, ha stabilito che non poteva.

Così, al termine di un intero pomeriggio di discussione civile e costruttiva, l’accordo è stato trovato. Il pride nazionale 2007, che prevede la costruzione di una piattaforma e di una struttura organizzativa condivise, si svolgerà a Roma il prossimo 9 giugno. Quello di Bologna si terrà invece nel 2008.

Questo però non è il solo risultato dell’incontro. È stata infatti indetta per il 10 marzo, sempre a Roma, una manifestazione nazionale sulle unioni civili, ed è stata annunciato che il 2007 sarà un anno di mobilitazione generale del movimento glbt. Ciò significa che ai due appuntamenti principali si affiancherà una serie di altre iniziative in tutta Italia per far sentire forte e chiara la nostra voce. Tra queste va citata anche la manifestazione “No Vat2” contro l’ingerenza del Vaticano nella vita politica, convocata ancora a Roma per il 10 febbraio dal coordinamento "Facciamo breccia".

 

Un tale programma passa attraverso la constatazione che di questi tempi non è più possibile restare "zitti e buoni" in attesa che il governo “amico” di centrosinistra mantenga le (peraltro ambigue) promesse fatte prima delle elezioni, e ribadite in più occasioni anche dopo. È invece inevitabile aprire un conflitto serio.

Negli ultimi mesi abbiamo potuto renderci conto di quanto sia forte il potere di pressione e condizionamento dei cattolici integralisti, che svolgono la funzione di portavoce dei diktat vaticani anche all’interno della maggioranza di governo. Sono loro in questo momento - anziché la maggioranza di cittadini laici che ha mandato Romano Prodi a palazzo Chigi, o (men che meno) la comunità glbt - il soggetto principale con il quale trattare il contenuto di ogni riforma malvista dalla chiesa cattolica. E hanno dimostrato fin qui di essere disposti a tutto, perfino a far cadere il governo, pur di impedire qualunque vera innovazione in senso laico.

 

Il presidente del consiglio Prodi in persona si era impegnato a varare un disegno di legge sulle unioni civili entro la fine di gennaio, ma i soliti cattolici oltranzisti sono riusciti a far slittare ulteriormente i tempi, con buona pace della residua credibilità del professor Romano, così come sono riusciti ad espellere il tema dei diritti delle coppie di fatto dall’agenda politica governativa messa a punto nell’apposito summit che si è tenuto a Caserta il mese scorso. C’è da stupirsi se chi la pensa diversamente da papa Ratzinger riguardo ai diritti delle persone omosessuali e alle prerogative dello stato laico si sente sempre più deluso e preso in giro?

La maggioranza di governo, in effetti, sta solo prendendo tempo per rinviare il più possibile uno scontro interno che allo stato dei fatti non potrà che essere drammatico, viste le esorbitanti pretese cattoliche. E per allontanare l’ineludibile tempesta si sta "incartando" in un bizantino confronto di posizioni che ogni giorno di più si rivela un insulto all’intelligenza.

Un esempio? L’idea che si possa davvero, come recita il programma elettorale dell’Unione, riconoscere i diritti individuali delle persone che convivono senza dare alcun riconoscimento giuridico alle convivenze stesse. Un artificio retorico ricalcato pari pari sulla demenziale distinzione della dottrina cattolica tra l’omosessualità (disordinata e da condannare) e le persone omosessuali (da accogliere e redimere). Peccato che i conviventi non siano facilmente separabili dalla condizione che li definisce (cioè la convivenza) se non a prezzo di dissociazioni psicopatologiche che metterebbero a repentaglio la coesione sociale ben più di qualsiasi buona legge sulle coppie di fatto.

 

La cosa più insultante è forse il fatto che questi argomenti siano ritenuti del tutto rispettabili, e in parte anche condivisibili, da buona parte dei laici del centrosinistra che si affannano a rincorrere i bizantinismi dei loro alleati cattolici, anziché sdrammatizzarli con qualche liberatoria risata.

La prova lampante di questa folle rincorsa è l’ossessiva qualificazione in modo negativo i contenuti della legge sulle unioni civili nella quale si impegnano molti esponenti laici (o presunti tali) del centrosinistra, a cominciare dal segretario dei Ds Piero Fassino. Dicono di continuo che “non sarà una legge sul matrimonio gay”, che le convivenze “non c’entrano nulla con la famiglia”, che “non si creeranno delle famiglie di serie B” e che “non si tratta di concedere alle coppie omosessuali il diritto di adottare bambini”.

 

I contenuti reali dell’ipotetica legge restano invece “top secret”, anche se le indiscrezioni circolano abbondantemente. Si sa per esempio che la ministra alle pari opportunità Barbara Pollastrini ha preparato una bozza di disegno di legge che prevede la concessione di numerosi diritti concreti alle unioni di fatto, sia pure con qualche sbavatura francamente offensiva (come il diritto a una pensione di reversibilità più magra per i conviventi che per i coniugati). Ma anche la proposta Pollastrini, che altro non è che una mediazione al ribasso rispetto alla proposta di legge sui Pacs (che doveva essere a sua volta l’ultima mediazione possibile) è considerata inaccettabile dalla ministra della famiglia Rosy Bindi. Non ci dev’essere, sostiene infatti Bindi, nessuna registrazione pubblica delle unioni civili, perché questo significherebbe riconoscere ufficialmente le coppie non sposate e risulterebbe in contrasto con il programma dell’Unione. In un susseguirsi sempre più intricato di botta e risposta, la legge langue, con grande soddisfazione dei cattolici, il cui vero obiettivo è far passare un altro quinquennio senza che nulla cambi.

 

In questo contesto l’annunciata mobilitazione del movimento glbt appare una scelta urgente e obbligata. Con una domanda di fondo da trasmettere ai politici che stanno al governo e all’opposizione: che fine fa nelle vostre disquisizioni di palazzo la dignità delle persone glbt? Finora, il dibattito, a prescindere dalle ipocrisie politicamente corrette, è partito dal presupposto non detto ma reale che gli omosessuali non hanno la stessa dignità degli eterosessuali, e dunque non si pone il problema di riconoscere la parità dei loro diritti.

Si tratta quindi di rovesciare questa concezione, che risponde tra l’altro allo spirito della nostra costituzione nonché di numerose normative internazionali, attraverso l’apertura di un conflitto.

Il punto di vista glbt, sul tema delle coppie come su tutti gli altri sui quali si chiedono riforme, non può più permettersi di delegare a chicchessia le proprie ragioni.

 

 

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