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La buona notizia è che
nel movimento glbt è scoppiata la pace. A sancirla è stata una
riunione che si è svolta a Roma il 14 gennaio e alla quale ha
partecipato la gran parte delle realtà associative italiane.
L’incontro, convocato
sulla base di un appello “per un pride nazionale unitario” lanciato
da un gruppo di giornalisti e intellettuali interni alla comunità
glbt (tra cui la redazione di “Pride”, incluso chi scrive), aveva lo
scopo primario di scongiurare l’eventualità che quest’anno le
divergenze tra i vari gruppi del movimento producessero due pride
nazionali separati. A Roma e a Bologna si erano infatti già formati
due comitati promotori dei rispettivi pride 2007, e in assenza di
ulteriori occasioni di confronto il rischio che ciascuno procedesse
dritto per la sua strada era assolutamente concreto.
I promotori
dell’appello unitario hanno però messo l’accento sui rischi che
questa scelta avrebbe comportato, in un momento particolarmente
difficile della battaglia per i diritti glbt nel nostro paese. Il
pride, nell’arretrato contesto italiano, ha più che altrove un forte
significato di rivendicazione politica, percepito soprattutto
all’esterno del movimento glbt, e specialmente da coloro che
desiderano sbarrare il passo a ogni ipotesi di riconoscimento di
nuovi diritti alle persone omosessuali e transessuali. È quindi
importante, per ragioni legate in particolare all’effettiva capacità
di mobilitazione del movimento, mantenere un appuntamento nazionale
unitario come momento di massima visibilità pubblica delle nostre
richieste.
La dispersione delle
forze, viceversa, rischia di rappresentare un segno di debolezza.
L’esperienza dei pride nazionali separati era del resto stata già
fatta dieci anni fa con due distinte manifestazioni a Venezia e a
Roma e con risultati molto deludenti. Al contrario, tutti i pride
unitari organizzati dal 2000 in poi si sono rivelati decisamente più
efficaci. Ultimo esempio quello di Torino dello scorso anno, che
oltre a portare in piazza moltissima gente ha fornito la prova che
gruppi diversi tra loro per ispirazione e pratica politica possono
splendidamente riuscire a collaborare in vista di un obiettivo
comune.
A questo bisogna
aggiungere poi il fatto che quest’anno, nel pieno della discussione
politica nazionale su una legge che riconosca come nel resto
d’Europa i diritti delle coppie gay e lesbiche, la necessità di
muoversi tutti insieme si è fatta ancora più stringente.
Poteva un braccio di
ferro sulla sede del pride fare passare in secondo piano
l’incisività dell’azione politica? L’incontro romano del 14 gennaio,
con un benvenuto atto di responsabilità, ha stabilito che non
poteva.
Così, al termine di un
intero pomeriggio di discussione civile e costruttiva, l’accordo è
stato trovato. Il pride nazionale 2007, che prevede la costruzione
di una piattaforma e di una struttura organizzativa condivise, si
svolgerà a Roma il prossimo 9 giugno. Quello di Bologna si terrà
invece nel 2008.
Questo però non è il
solo risultato dell’incontro. È stata infatti indetta per il
10 marzo,
sempre a Roma, una manifestazione nazionale sulle unioni civili, ed
è stata annunciato che il 2007 sarà un anno di mobilitazione
generale del movimento glbt. Ciò significa che ai due appuntamenti
principali si affiancherà una serie di altre iniziative in tutta
Italia per far sentire forte e chiara la nostra voce. Tra queste va
citata anche la manifestazione “No
Vat2” contro
l’ingerenza del Vaticano nella vita politica, convocata ancora a
Roma per il
10 febbraio
dal coordinamento "Facciamo breccia".
Un tale programma passa
attraverso la constatazione che di questi tempi non è più possibile
restare "zitti e buoni" in attesa che il governo “amico” di
centrosinistra mantenga le (peraltro ambigue) promesse fatte prima
delle elezioni, e ribadite in più occasioni anche dopo. È invece
inevitabile aprire un conflitto serio.
Negli ultimi mesi
abbiamo potuto renderci conto di quanto sia forte il potere di
pressione e condizionamento dei cattolici integralisti, che svolgono
la funzione di portavoce dei diktat vaticani anche all’interno della
maggioranza di governo. Sono loro in questo momento - anziché la
maggioranza di cittadini laici che ha mandato Romano Prodi a palazzo
Chigi, o (men che meno) la comunità glbt - il soggetto principale
con il quale trattare il contenuto di ogni riforma malvista dalla
chiesa cattolica. E hanno dimostrato fin qui di essere disposti a
tutto, perfino a far cadere il governo, pur di impedire qualunque
vera innovazione in senso laico.
Il presidente del
consiglio Prodi in persona si era impegnato a varare un disegno di
legge sulle unioni civili entro la fine di gennaio, ma i soliti
cattolici oltranzisti sono riusciti a far slittare ulteriormente i
tempi, con buona pace della residua credibilità del professor
Romano, così come sono riusciti ad espellere il tema dei diritti
delle coppie di fatto dall’agenda politica governativa messa a punto
nell’apposito
summit
che si è tenuto a Caserta il mese scorso. C’è da stupirsi se chi la
pensa diversamente da papa Ratzinger riguardo ai diritti delle
persone omosessuali e alle prerogative dello stato laico si sente
sempre più deluso e preso in giro?
La maggioranza di
governo, in effetti, sta solo prendendo tempo per rinviare il più
possibile uno scontro interno che allo stato dei fatti non potrà che
essere drammatico, viste le esorbitanti pretese cattoliche. E per
allontanare l’ineludibile tempesta si sta "incartando" in un
bizantino confronto di posizioni che ogni giorno di più si rivela un
insulto all’intelligenza.
Un esempio? L’idea che
si possa davvero, come recita il programma elettorale dell’Unione,
riconoscere i diritti individuali delle persone che convivono senza
dare alcun riconoscimento giuridico alle convivenze stesse. Un
artificio retorico ricalcato pari pari sulla demenziale distinzione
della dottrina cattolica tra l’omosessualità (disordinata e da
condannare) e le persone omosessuali (da accogliere e redimere).
Peccato che i conviventi non siano facilmente separabili dalla
condizione che li definisce (cioè la convivenza) se non a prezzo di
dissociazioni psicopatologiche che metterebbero a repentaglio la
coesione sociale ben più di qualsiasi buona legge sulle coppie di
fatto.
La cosa più insultante
è forse il fatto che questi argomenti siano ritenuti del tutto
rispettabili, e in parte anche condivisibili, da buona parte dei
laici del centrosinistra che si affannano a rincorrere i
bizantinismi dei loro alleati cattolici, anziché sdrammatizzarli con
qualche liberatoria risata.
La prova lampante di
questa folle rincorsa è l’ossessiva qualificazione in modo negativo
i contenuti della legge sulle unioni civili nella quale si impegnano
molti esponenti laici (o presunti tali) del centrosinistra, a
cominciare dal segretario dei Ds Piero Fassino. Dicono di continuo
che “non sarà una legge sul matrimonio gay”, che le convivenze “non
c’entrano nulla con la famiglia”, che “non si creeranno delle
famiglie di serie B” e che “non si tratta di concedere alle coppie
omosessuali il diritto di adottare bambini”.
I contenuti reali
dell’ipotetica legge restano invece “top secret”, anche se le
indiscrezioni circolano abbondantemente. Si sa per esempio che la
ministra alle pari opportunità Barbara Pollastrini ha preparato una
bozza di disegno di legge che prevede la concessione di numerosi
diritti concreti alle unioni di fatto, sia pure con qualche
sbavatura francamente offensiva (come il diritto a una pensione di
reversibilità più magra per i conviventi che per i coniugati). Ma
anche la proposta Pollastrini, che altro non è che una mediazione al
ribasso rispetto alla proposta di legge sui Pacs (che doveva essere
a sua volta l’ultima mediazione possibile) è considerata
inaccettabile dalla ministra della famiglia Rosy Bindi. Non ci dev’essere,
sostiene infatti Bindi, nessuna registrazione pubblica delle unioni
civili, perché questo significherebbe riconoscere ufficialmente le
coppie non sposate e risulterebbe in contrasto con il programma
dell’Unione. In un susseguirsi sempre più intricato di botta e
risposta, la legge langue, con grande soddisfazione dei cattolici,
il cui vero obiettivo è far passare un altro quinquennio senza che
nulla cambi.
In questo contesto
l’annunciata mobilitazione del movimento glbt appare una scelta
urgente e obbligata. Con una domanda di fondo da trasmettere ai
politici che stanno al governo e all’opposizione: che fine fa nelle
vostre disquisizioni di palazzo la dignità delle persone glbt?
Finora, il dibattito, a prescindere dalle ipocrisie politicamente
corrette, è partito dal presupposto non detto ma reale che gli
omosessuali non hanno la stessa dignità degli eterosessuali, e
dunque non si pone il problema di riconoscere la parità dei loro
diritti.
Si tratta quindi di
rovesciare questa concezione, che risponde tra l’altro allo spirito
della nostra costituzione nonché di numerose normative
internazionali, attraverso l’apertura di un conflitto.
Il punto di vista glbt,
sul tema delle coppie come su tutti gli altri sui quali si chiedono
riforme, non può più permettersi di delegare a chicchessia le
proprie ragioni. |