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Archiviate le elezioni, il movimento glbt
si interroga sul da
farsi. Con due priorità: rilanciare l'iniziativa per contrastare
avversari potentissimi e radicalizzare le proprie richieste di
fronte a interlocutori politici che, quando non sono completamente
sordi, fanno orecchi da mercante.
"Il primo male da curare da subito", secondo il segretario
nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso, "è lo sconfittismo
strisciante che alberga nell'ultimo periodo dentro il movimento
glbt italiano".
Mancuso lo ha scritto nero su bianco in un testo di sue personali
riflessioni sulla situazione politica attuale concepito come
contributo al dibattito in corso.
Certo è però che di ragioni per chi voglia vedere il bicchiere
mezzo vuoto ce ne sono parecchie. A cominciare dal sostanziale
fallimento della speranza di ottenere in tempi brevi il Pacs, su
cui si erano concentrate negli ultimi anni molte delle iniziative
del movimento glbt e l'attenzione dell'opinione pubblica. Per
proseguire con il buonissimo stato di salute, perlomeno apparente,
dell'offensiva di una chiesa cattolica decisa a tutto pur di
perpetuare insieme ai propri privilegi il pregiudizio omofobico di
tradizione, modernizzandone solo leggermente il linguaggio.
Papa Ratzinger e il cardinale Ruini lavorano per l'eternità, e di
conseguenza sono sempre in campagna elettorale, come abbiamo avuto
modo di constatare nell'ultimo mese. Anzi, dopo le elezioni si sono
moltiplicate le prese di posizione del Vaticano contro il
riconoscimento alle unioni omosessuali di diritti analoghi a quelli
delle famiglie fondate sul matrimono. E i telegiornali, come
sempre, ospitano volentieri ogni nuovo attacco clericale nei titoli
di testa, e si guardano bene dall'offrire punti di vista differenti
da quelli delle gerarchie ecclesiastiche.
Negando legittimità al dibattito si consolida un "nuovo" senso
comune che, al di là di qualche parola politicamente corretta,
appare identico a quello vecchio e si basa su una menzogna: che le
persone glbt non abbiano titolo ad avere pari dignità perché
intrinsecamente difettose rispetto agli eterosessuali. E, come
corollario, che riconoscere diritti a omosessuali e transessuali
tolga qualcosa agli eterosessuali che già li possiedono.
L'opinione laica, nel frattempo, si lecca le ferite e sembra
rassegnata a restare minoranza nel paese cattolico per eccellenza.
Anche questo è un dato tutt'altro che consolante e alimenta
ulteriori timori per il futuro. Riguardo alla nascita del partito
democratico, per esempio, che fondendo forze laiche e cattoliche
rischia di trasformarsi nell'ennesimo partito confessionale in
merito ai cosiddetti temi "etici". Ma pure se il nuovo soggetto
politico non dovesse vedere la luce, travolto magari dalle vistose
contraddizioni che ne stanno accompagnando la gestazione, il quadro
è già sufficientemente fosco cosi com'è.
In generale, il sistema politico considerato negli ultimi due
decenni dal movimento glbt come il principale interlocutore in
grado di determinare il cambiamento, ha deciso ancora una volta che
non gli conviene cercare di dare adeguate risposte alle legittime
richieste glbt.
Se il centrodestra aveva già da tempo regalato l'anima a Ratzinger,
anche il centrosinistra ne ha ceduto, già prima delle elezioni un
bel pezzo. E dopo il voto, come scrive ancora Mancuso, "la vittoria
risicata del centrosinistra non permetterà grandi spazi di manovra
dal punto di vista legislativo. Il Pacs rimane sull'orizzonte come
strumento utilizzato dai partiti dell'Unione per distinguersi fra
loro".
Difficile, in questa situazione, non provare disagio e non sentire
il bruciore della sconfitta. Non particolarmente utile, però, se
non quel tanto che basti a fare tesoro della lezione.
Associazioni e singoli esponenti del movimento glbt, anziché
crogiolarsi nel dolore, hanno infatti deciso che è arrivata l'ora
di rimboccarsi le maniche cambiando strategia. Se la politica,
dicono in sostanza, non apprezza le nostre disponibilità alla
mediazione, chiederemo di più.
Rossana Praitano, presidente del circolo Mario Mieli di Roma, fa
un'analisi e una proposta. "Il Pacs è morto", ha scritto, "e non ha
senso provare a rianimarlo, sia perché non c'è alcuna possibilità
che possa essere votata una legge incentrata su un autonomo
istituto giuridico per le coppie di fatto, a prescindere dal nome,
sia perché una proposta compromissoria, quale è quella del Pacs, è
digeribile solo se è vincente, altrimenti non si capisce perché
fare rinunce per una battaglia persa. è evidente la sconfitta,
possiamo rammaricarci con varia intensità, a seconda della forza
con cui si è combattuto, ma non prendere atto della realtà
significherebbe non avere prospettive per un nuova battaglia.
Inoltre per coinvolgere maggiormente le singole persone non
attiviste (cioè la stragrande maggioranza) che sono
alternativamente o arrabbiate, o disilluse, o indifferenti, bisogna
ampliare la proposta, alzare il tiro, offrire una prospettiva di
successo e riscaldare i cuori, tutto contemporaneamente".
Quindi Praitano indica "tre necessità con tre soluzioni: "Una
legge quadro antidiscriminatoria per omosessuali e transessuali,
il matrimonio aperto agli omosessuali con un intervento normativo
identico a quello spagnolo e una normativa leggera rivolta alle
singole persone che, scegliendo di vivere in una coppia di fatto
anziché contrarre matrimonio, possano trovare soluzioni ad alcune
problematiche, attualmente ingabbiate da una legislazione
esclusivamente incentrata sull'istituto matrimoniale”.
Quest’ultima “è esattamente la proposta dell'Unione, sottoscritta e
dunque impegno da realizzare, che non introduce un riconoscimento
della coppia di fatto in quanto tale, ma scioglie nodi pratici ai
singoli che liberamente non vogliono impegnarsi con un legame più
vincolante".
Un po' diversi i contenuti di un documento intitolato "Piattaforma
del movimento lgbt italiano" e che ha come primi firmatari otto
diverse associazioni (Agedo, Arcigay, Arcilesbica, Coordinamento
omosessuali credenti, Famiglie arcobaleno, Mit e Crisalide azione
trans).
"Riteniamo non rinviabile", si legge nel documento, “una fase di
riforme che consenta la piena eguaglianza di fronte alla legge di
tutte le cittadine e di tutti i cittadini indipendentemente dal
loro orientamento sessuale e dalla lotro identità di genere".
Per mettere in pratica questo principio, si chiede da un lato il
riconoscimento delle coppie di fatto, etero e omosessuali,
"attraverso un istituto giuridico come il Pacs" e dall' altro, solo
per le coppie omosessuali "una specifica legge sulle unioni civili
sul modello presente nella gran parte dei paesi europei".
Accanto al Pacs, che servirebbe a riconoscere la pluralità del
forme familiari, si mette in sostanza un matrimonio omosessuale che
non viene chiamato con questo nome ma garantisce "alle coppie dello
stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie
tradizionali". La piattaforma chiede poi di "affrontare sul piano
sociale e normativo il tema dela genitorialità omosessuale", una
legge e iniziative positive contro le discriminazioni motivate
dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere, tutela del
diritto alla salute, lotta per i diritti glbt nel mondo. Lega
infine la battaglia delle persone glbt "a una più generale
battaglia per i diritti civili".
Queste proposte, nell'intenzione dei promotori, possono essere un
punto di partenza per rilanciare l'iniziativa unitaria del
movimento glbt a partire dal primo appuntamento utile, che è il
Pride nazionale del 17 giugno a Torino.
Che ci sia bisogno di unire le forze per tornare a insistere su
quanto continua a esserci negato non ci sono dubbi.
Il problema è però che non ci si potrà limitare a enunciare degli
obiettivi, più o meno diversi da quelli del passato, per ottenere
qualcosa. Radicalizzare le rivendicazioni ha un senso perché non
vale la pena di mediare sui principi quando comunque nessuno a
disposto a concederci nulla o quasi, ma per poterle sostenere
bisognerà essere in grado di mettere in campo qualcosa che finora è
mancato.
Come dice ancora Aurelio Mancuso "ci dobbiamo assumere il compito
di organizzare, con sapienza e tenacia, una stagione di pressione
sociale e culturale nel paese, a partire dalle città per
diffondersi in tutti i luoghi della società italiana". Se la
politica non ci risponde come dovrebbe, dobbiamo rivolgerci a chi i
politici li elegge.
Ma è proprio qui che abbiamo potuto constatare, anche in occasione
delle ultime elezioni, che non siamo mai riusciti a sfondare. E
proprio per questo, in altri tempi, il movimento ha scelto di
prendere la scorciatoia dell'alleanza con il sistema politico. Ora
si tratta precisamente di dimostrare che la società italiana è "più
avanti" della politica ed è in grado di pretendere il cambiamento.
Su questo ha scommesso anche il movimento glbt americano, dopo la
doppia batosta della seconda elezione di George Bush e dei
referendum popolari che in numerosi stati hanno approvato leggi che
bandiscono il matrimonio omosessuale. Dobbiamo spiegarci meglio per
convincere la gente, si sono detti gli americani. Ma negli Stati
uniti hanno un inestimabile vantaggio: l’esistenza di una comunità
glbt che, per quanto minoritaria, è molto organizzata e rivendica
in concreto i propri diritti nella vita di ogni giorno.
In Italia invece è ancora discretamente difficile, per fare un
esempio, trovare un certo di numero di coppie omosessuali disposte
a battersi in prima persona. Per convincere gli altri dovremo
insomma prima di tutto convincere noi stessi.
Questa è ancora la prima sfida che il movimento si ritrova di
fronte, con due difficoltà storiche da superare: la tendenza a
dividersi su questioni difficilmente comprensibili all’esterno, e
quella a parlare agli addetti ai lavori anziché a tutti.
Perciò, una volta trovato un auspicabile accordo unitario sulle
richieste da fare, sarà necessario conquistare i propri spazi nelle
piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro e nei condomini.
Quello che sta in mezzo tra il parlamento e la discoteca. |